Agrigento: 35 mln di metri cubi d’acqua ad uso irriguo e potabile

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A disposizione dell’Agrigentino sono disponibili poco più di 35 milioni di metri cubi d’acqua riferiti alla data del 1° luglio scorso, secondo le comunicazioni fornite dall’Autorità di Bacino della Regione Siciliana che non ha ancora reso noto i dati di agosto. C’è un ritardo di circa 45 giorni che non danno la quantità reale dell’acqua invasata ad oggi. Ben 9 delle 30 dighe siciliane che immagazzinano l’acqua ad uso irriguo e potabile sono agrigentine, sebbene qualcuna sia posizionata appena fuori dal territorio provinciale. La calura, la siccità e la mancanza di piogge soprattutto nel periodo autunno-inverno da oltre un biennio causano gravissime crisi agricole, specie in agrumicoltura, e gran sete tra le popolazioni che hanno l’acqua razionata.

Dei 9 invasi due soltanto hanno la destinazione potabile, tramite i potabilizzatori che inviano l’acqua ai serbatoi comunali di diverse cittadine, quattro sono ad uso promiscuo, irriguo e civile, tre infine hanno una destinazione esclusivamente agricola ed irrigua. La situazione idrica è molto precaria perché i cittadini agrigentini lamentano le lungaggini dei turni che sfiorano anche intere settimane, con i drammi che si registrano nelle campagne dove la produzione delle arance è ormai compromessa e dove milioni di piante sono già a rischio esistenza.

Queste le cifre della presenza idrica negli invasi agrigentini, con i dati però fermi a 6 settimane fa. Arancio di Sambuca di Sicilia sul Carboj 8,73 milioni di metri cubi, Castello di Bivona sul Magzzolo 8,45 mln, Fanaco di Castronovo di Sicilia sul Platani 4,14 mln, Furore di Naro sul Burraito 1,01 mln, Gammauta di Palazzo Adriano sul Sosio 0,6 mln, Gorgo di Montallegro sul Fosso di Gurra 0,39 mln, Piano Leone di Santo Stefano Quisquina sul Verdura 3,27 mln, Raia di Prizzi sull’omonimo torrente 3,91 mln, San Giovani di Naro sullo stesso fiume 7,20 mln.

Due laghi, il Fanaco e il Leone, per oltre 7 milioni di metri complessivi, hanno la destinazione civile attraverso il potabilizzatore di Santo Stefano Quisquina. Un anno fa di questi tempi i due invasi erano totalmente a secco con la disperazione delle popolazioni. L’uso promiscuo dell’Arancio, del Castello, del Gammauta e del Prizzi permette di alimentare i serbatoi di alcuni comuni e consente agli agricoltori di irrigare agrumeti, pescheti, pereti, uliveti ed ortaggi vari. Le ultime tre dighe, San Giovanni, Furore e Gorgo forniscono esclusivamente l’acqua al comparto agricolo.

La produzione agricola di agrumi è compromessa. Si teme che possano essere prodotte arance di piccolo calibro da destinare per pochi centesimi al kg all’industria. Il rischio più grosso lo stanno correndo decine di migliaia di agricoltori agrigentini che vedono le loro piante rinsecchire e morire. In tanti per aiutare gli agrumeti hanno dovuto effettuare una potatura radicale. Non si sa ancora con quali risultati. Tante aziende agricole hanno investito parecchio nel settore, con la creazione di impianti d’irrigazione e di costosi laghetti collinari che sono serviti a poco se le piogge sono assenti e le dighe mezze vuote. Sono nate nel comprensorio riberese alcune associazioni, come la “Liberi Agricoltori”, che hanno preso di petto la situazione e hanno controllato periodicamente l’immagazzinamento e la distribuzione dell’acqua, innescando una “guerra” quotidiana con la Regione Siciliana e con il consorzio di bonifica AG 3. C’è mancato poco per arrivare a carte bollate, denunce e avvocati. Allo stato attuale è in corso nei 12 comuni dell’area riberese la seconda irrigazione di soccorso.