Desidero precisare al mio affezionato pubblico di lettori di Ripost, che questa è una intervista poetica, molto delicata. Devo ringraziare di cuore Gioacchino Zimmardi compositore e direttore d’orchestra siciliano, che mi ha parlato con grande entusiasmo della regista Lorella Saraconi con la quale ha collaborato per il Concorso poetico Massimo Ferretti poeta nativo di Chiaravalle, che ogni anno offre lo spunto per la scelta della traccia da seguire. Il tema di quest’anno è l’amore inteso come viaggio dell’anima. L’interesse degli organizzatori come ha scritto Elisa D’Andrea sul giornale Argomenti di Petritoli è quello di riportare la poesia nei piccoli borghi e porre un linguaggio che spesso rimane in ombra. Ecco il pensiero di Gioacchino Zimmardi:”Ho conosciuto Lorella in occasione dell’allestimento de “La serva padrona di G. B. Pergolesi, presso il Teatro Comunale dell’Iride di Petritoli (Fermo), di cui curava la regia dello spettacolo. Io ero il direttore d’orchestra ospite. Già dalla prima prova, rimasi affascinato dalla sua accurata competenza professionale e dalla sua profondità di pensiero, critico ed estetico. Lavorammo benissimo, andando fuori dai canoni delle stucchevoli querelles che solitamente accadono tra direttori e registi. Da quel momento in poi continuiamo a collaborare più o meno assiduamente ad altre pregevoli iniziative, come il “Concorso poetico Massimo Ferretti”- città di Petritoli giunto all’ottava edizione, di cui Lorella è l’encomiabile e instancabile organizzatrice. Chapeau”. Lorella è una persona semplice e colta, ama la natura e conosce i significato della cultura contadina. Nel tempo libero legge, fa qualche passeggiata lungo il mare e (la sera, rigorosamente) fa qualche chiacchierata con gli amici. Ma andiamo a conoscere Lorella da vicino.

-Quando nasce la passione per la letteratura e per il teatro e per la regia?
Nasce nel momento in cui io, da bambina, ascoltavo incantata i discorsi di mio zio con i suoi amici, per me quelle anime così diverse, ognuna pregna di una particolare inclinazione all’arte, sono state attivatrici di una curiosità verso quel mondo che non sono mai riuscita ad esaurire.
-Quanto ha influito la tua famiglia nelle scelte culturali e nelle esperienze artistiche?
Più che la famiglia in senso stretto è stata proprio la figura di questo mio zio. Lui era di fondo un’anima inquieta, che probabilmente aveva aspirazioni diverse per la propria vita rispetto a quello che il suo mondo contadino poteva offrirgli. Deduco questo, non solo dal fatto che fosse un appassionato lettore, ma vorrei ricordare qui un evento a tal proposito icastico. Tra gli anni ‘30 e ’40, presso il Teatro dell’Iride di Petritoli, c’erano molte rappresentazioni teatrali e, mio zio ragazzino, si intrufolava nei palchetti rimasti vuoti per assistere agli spettacoli. Una sera qualcuno malauguratamente si accorse della sua presenza e lo cacciò dicendo che per quanto un contadino si potesse nascondere sarebbe stato sempre tradito dalla sua puzza (“Pòi pure passà sotto la cappa de un camì, puzzi sempre de contadì”).
Ecco, il suo carisma intenso, unito a questi racconti, sotto certi aspetti tristi, accesero in me non solo la curiosità ma anche una certa sana rabbia.Questo senso di sfida fu il magnete iniziale, ma poi iniziai ad amare le scelte culturali che ho fatto.
-Perché è stata “cancellata” la cultura contadina con tutte le ricchezze per la crescita delle nuove generazioni?
Io credo che i legami caratteristici del mondo contadino, con la loro natura così intima e autentica, fossero una minaccia al “Potere” che invece ci vuole sempre più isolati e soli, per poter disporre meglio del tempo che abbiamo, per poter disporre più interamente della risorsa umana che rappresentiamo.
-Nelle famiglie contadine si respirava una cultura fatta di cose vere, ci si conosceva, si viveva a contatto con la natura, ci si confrontava con i componenti della famiglia e si scopriva anche il dolore. Come hai vissuto questa esperienza nel borgo marchigiano?
Mentre in campagna, in quegli anni, certe realtà esistevano ancora, in paese la situazione era già cambiata profondamente: quel mondo non c’era più. Esisteva già un divario sociale tra noi “contadì” e i paesani “li terrazzà”.

Ho potuto appurare proprio questo fatto: fino all’età di 8 anni ho vissuto in campagna poi mi sono trasferita con i miei in paese. Il passaggio dalla campagna al paese è stato piuttosto disturbante perché ai miei occhi di bambina risultava tutto molto ridicolo: mi sono trovata immersa in una realtà in cui le persone osservavano e commentavano, scrutando da dietro le finestre. Gli amori non erano liberi, ma condizionati dallo status sociale delle famiglie di origine. Questa distinzione si rifletteva anche nell’ambiente scolastico, dove gli studenti venivano assegnati a sezioni diverse in base alla provenienza. Perfino la scelta della seconda lingua seguiva questa logica: i figli dei “Terrazzà” studiavano l’inglese, gli altri (me compresa) il francese.
-Chi sono Antonio Taddei e il poeta Antonio Angeletti cosa rappresentano e cosa hanno lasciato nella tua anima?
Antonio Taddei, per me, è stato molto più di un clown: era un artista dell’anima, capace di usare il sorriso e il gioco per dire verità profonde e scomode, trasformando ogni gesto in una piccola lezione di vita.
Il poeta Antonio Angeletti mi ha lasciato il dono prezioso dell’ironia: quella lente speciale con cui guardare il mondo, capace di alleggerire il peso delle cose senza mai svuotarle di significato. Entrambi mi hanno insegnato che saper sorridere, anche di sé stessi, è una forma di saggezza.

-Come vanno le cose con il canto lirico in Italia?
A mio avviso, oggi non mancano voci di grande bellezza e potenza; ciò che spesso difetta è la presenza scenica, elemento imprescindibile per trasmettere appieno la magia e l’intensità che l’opera lirica richiede.
-I bambini e il Teatro: il Teatro dovrebbe essere più presente sin dalle scuole elementari…
Certamente il teatro dovrebbe essere molto più presente nella vita dei bambini. Sono come spugne pronte ad assorbire ogni stimolo, e dalla mia esperienza posso affermare che ne traggono un beneficio profondo: li aiuta a sviluppare la riflessione e l’introspezione, rendendoli più consapevoli di sé e del mondo che li circonda.
-Mi parli di Petritoli, perché ha questo grande fascino?
Petritoli affascina non solo per il suo aspetto pittoresco, ma per la trama di storia che scorre silenziosa tra le sue strade. Qui, ogni pietra sembra custodire memorie di un passato denso e significativo: vi passò Garibaldi, che intrattenne rapporti di amicizia con la famiglia Tamanti, a cui oggi è dedicata una piazza. Non fu un caso: Petritoli accolse diversi patrioti che segnarono il panorama politico dell’epoca, come Filippo Mannocchi Tornabuoni e Costantino Tamanti. Ma il fascino affonda le radici ancora più indietro: tra il XII e il XIII secolo, sembra che il borgo sia stato rifugio di Templari, come testimoniano le simbologie scolpite nella pietra dell’antica chiesa di San Prospero. Tutto questo contribuisce a un’atmosfera unica, sospesa tra mito e realtà, che si percepisce camminando per il centro storico. Eppure, questa profondità rischia di affievolirsi. Politiche superficiali, piegate a un’idea sterile di turismo, stanno cercando di snaturalizzare l’identità del luogo. Ridursi a meri esecutori del gusto effimero dei visitatori significa privare Petritoli della sua anima storico-culturale, quella stessa anima che ne ha reso immortale il fascino.

-C’era una volta l’operetta e c’è ancora, in che modo?
Proprio a causa di questa “borghizzazione” del paese le risorse per questi eventi culturali sono stati interamente dirottati ad altre attività con l’obiettivo di costruire uno specchietto per le allodole volto ad arricchire le attività del settore terziario.
-A chi si rivolge e quali finalità si prefigge il Concorso Poetico Massimo Ferretti, del quale si è recentemente svolta l’ottava edizione?
Il Concorso Poetico “Massimo Ferretti” è nato dal desiderio di riportare la poesia al centro dell’attenzione, in un’epoca in cui sembra quasi svanita dal quotidiano. La forma più naturale per farlo è stata creare un concorso, uno spazio capace di stimolare alla scrittura chi non si era mai cimentato e, al tempo stesso, dare voce e visibilità a chi scriveva nell’ombra. Per rendere l’esperienza più viva e immediata, ogni edizione unisce alla parola poetica immagini e musica dal vivo, creando un intreccio di linguaggi che trova il suo momento più intenso nella serata di premiazione.
-Le donne e la violenza: come si può fermare, cosa non hanno ancora capito gli uomini delle donne?
La violenza si può fermare solo coltivando rispetto profondo, parità reale e un’educazione che vada oltre stereotipi e ruoli imposti, partendo già dall’infanzia. Troppi uomini non hanno ancora compreso che le donne non sono “altro” da loro, ma persone uguali per dignità, diritti ed essenza umana, con la stessa libertà di esprimersi, scegliere e vivere senza paura.
– Qual è il primo libro che hai letto e l’ultimo?
Il primo libro che ho letto, in seconda elementare, si intitola: “Incompreso” di Florence Montgomery. Ho pianto per una settimana. L’ultimo libro che ho riletto è un libro di poesie di Boris Ryzhy (Poeta Russo morto suicida in giovane età).

-Qual è l’ultimo film che hai visto?
Ho rivisto con piacere “Il portiere di notte” per la regia di Liliana Cavani.
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Non sono una persona che tende a fare grandi progetti a lungo termine; preferisco concentrarmi sul presente e su ciò che sento importante adesso. In questo momento, il mio impegno è rivolto a portare avanti con passione il Concorso Poetico, continuando a farlo crescere e a mantenerlo un luogo vivo per la parola e l’arte. Allo stesso tempo, mi piacerebbe poter riprendere il progetto “C’era una volta l’operetta”, a cui sono particolarmente legata, per restituirgli nuova linfa e riportarlo davanti al pubblico con lo stesso entusiasmo di quando nacque.





