I segreti del cinema Maurizio Piscopo incontra Rino Schembri

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Naro è il paese delle cento chiese, luogo straordinario, che tutti i siciliani dovrebbero visitare. E’ un luogo che ha attirato l’attenzione del cinema grazie al suo fascino storico e culturale. E’ stato set di importanti film molto amati dal pubblico: Il giudice ragazzino tratto da un libro di Nando Dalla Chiesa regia di Alessandro di Robilant (1994), La scomparsa di Patò regia di Rocco Mortelliti (2010), tratto da un racconto di Andrea Camilleri. In questo luogo magico e incantato, dove il tempo certe volte sembra fermarsi, alcune notti la luna strega i passanti e diventa musa ispiratrice di grandi scrittori come Pirandello e Antonio Russello. Per la sua magaria questo paese fa parte della letteratura da sempre. A Naro ho incontrato Rino Schembri, uno che il Cinema lo conosce, lo insegna all’Università e lo ama sin da quando era bambino. Confesso, che è venuta fuori un’intervista speciale: una sorta di viaggio all’interno della storia e delle curiosità legate al cinematografo, una delle più belle invenzioni del mondo. Ma andiamo a conoscere Rino Schembri più da vicino, ponendogli qualche domanda sulla settima arte.

-Ci sono due frasi di Federico Fellini che mi hanno colpito molto: “Noi abbiamo due vite, una ad occhi aperti ed una ad occhi chiusi.Se tutti facessimo un po’ di silenzio forse riusciremmo a sentire qualcosa”. Questa frase la disse Fellini a chiosa del suo ultimo film La Voce della Luna. E rimane attuale ancora oggi. -Federico Fellini continua ad essere uno dei registi più amati del mondo, il suo Cinema ha fatto scuola. Cosa pensi del cinema di Fellini?

Il cinema di Federico Fellini continua a essere una fonte inesauribile di ispirazione, visione e meraviglia. Le due frasi che citi racchiudono perfettamente la poetica felliniana: un cinema fatto di sogno e di ascolto, di visioni interiori che diventano immagini universali.Fellini non è soltanto un capitolo fondamentale della storia del cinema italiano: è un linguaggio, un modo di guardare il mondo. Per questo motivo, proprio lo scorso anno, ho scelto di accompagnare gli studenti vincitori del viaggio di istruzione del DAMS dell’Università di Palermo al Fellini Museum di Rimini. È stato un momento formativo di straordinaria intensità, in un luogo che riesce a restituire la complessità e la vitalità dell’universo felliniano. Il museo, realizzato con la sapiente consulenza di Marco Bertozzi e Leonardo Sangiorgi (Studio Azzurro), rappresenta un esempio virtuoso di museo multimediale e immersivo, capace di far dialogare passato e presente, cinema e arte, sogno e memoria.

-Quando nasce la tua passione per il cinema?

La mia passione per il cinema affonda le radici già negli anni dell’infanzia. Ricordo con chiarezza che, quando frequentavo le scuole elementari, il sabato era per me un giorno speciale: alle 12.30, all’uscita di scuola, correvo a perdifiato giù per le scalinate ripide di Naro, il mio paese di origine dove ho trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza, con l’unico pensiero di arrivare in tempo per vedere Oggi le comiche, il programma televisivo del primo canale dedicato ai film comici degli anni del muto. Quel piccolo rituale settimanale era solo un sintomo precoce di un interesse ben più profondo e spontaneo.A intuire e valorizzare questa inclinazione fu il mio maestro, Tito Camilleri Cimino, figura carismatica, nonché fondatore insieme ad altre lungimiranti persone – negli anni ’70 – di una delle primissime emittenti televisive siciliane, Tele Naro Club. Fu proprio lui a incoraggiarmi ad approfondire il linguaggio del cinema e i suoi segreti, proponendo a me e ai miei compagni ricerche sul linguaggio e soprattutto su “i trucchi del cinema” e attività che andavano ben oltre il programma scolastico. È grazie a quegli stimoli, arrivati così presto e così intensamente, che la mia passione si è trasformata in una vocazione, tracciando un percorso che ancora oggi continua a ispirarmi.

-Un buon film si riconosce dalla sceneggiatura?

Secondo me, un buon film non si misura soltanto dalla qualità della sceneggiatura, ma soprattutto dalla forza creativa e interpretativa che il regista riesce a imprimere al progetto, trasformando il testo scritto in esperienza visiva e sensoriale. La sceneggiatura, per quanto solida e ben costruita, rappresenta pur sempre un punto di partenza – un pre-testo, nel senso più letterale del termine. È attraverso gli assi di collaborazione – con gli attori, il direttore della fotografia, il montatore, il compositore, lo scenografo – che il regista può dare vita a un’opera capace di emozionare, sorprendere e rivelare significati nascosti. Certo, una buona sceneggiatura aiuta a coinvolgere lo spettatore, ma da sola non basta: è l’interpretazione registica, con la sua visione e sensibilità, a fare la differenza e a trasformare un’idea scritta in un’opera cinematografica compiuta.

-Qual è il primo film che hai visto?

Non ricordo con certezza se fu Biancaneve e i sette nani, ma di sicuro si trattava di un film Disney. Frequentavo ancora le elementari e a Naro, all’epoca, c’erano due cinema: il Tre Torri e il Dante. In quegli anni alcune aziende, per promuovere enciclopedie presso le famiglie, organizzavano proiezioni gratuite per gli alunni, a patto che fossero accompagnati da un genitore. Quel pomeriggio mio padre, per motivi di lavoro, non poteva venire con me: la proiezione era subito dopo pranzo, e lui era ancora impegnato. Così chiese a un altro genitore, il papà di un mio compagno di scuola – un impiegato comunale che finiva di lavorare alle 14 – di accompagnarmi al suo posto. Ricordo che, per poter entrare, fingemmo che lui fosse mio padre. Fu forse quello il mio primo film visto al cinema, o quantomeno uno dei primissimi. E iniziò così la mia probabile prima visione, in maniera doppiamente “finzionale”: con un film d’animazione che mi apriva le porte del meraviglioso mondo del cinema, e con una piccola messinscena fuori dallo schermo.

-Qual è l’ultimo film che hai visto al cinema?

Alla domanda su quale sia l’ultimo film che ho visto al cinema, preferisco non rispondere in termini strettamente cronologici – non sempre l’ultimo è anche il più significativo. Preferisco invece citare quelli che, negli ultimi anni, mi hanno colpito di più per profondità, linguaggio e forza espressiva. Tra i documentari, Ennio di Giuseppe Tornatore è sicuramente uno dei più belli: un omaggio intenso e rigoroso a un gigante della musica come Ennio Morricone, capace di restituire non solo la grandezza dell’artista, ma anche la complessità dell’uomo e del suo metodo creativo. Per quanto riguarda la finzione, Parthenope di Paolo Sorrentino mi ha profondamente emozionato: un film visivamente sontuoso, poetico, sospeso tra malinconia e desiderio, che prosegue la ricerca sorrentiniana sul tempo, la bellezza e la memoria, con uno sguardo che è insieme personale e universale. Due opere diversissime, ma entrambe straordinarie nel raccontare – ognuna a suo modo – il potere del cinema.

-Cosa pensi dell’uso del cinema trasmesso dalla Tv, pochi minuti di film interrotti da una pubblicità martellante che ammazza il film ?

Penso che l’uso che la televisione fa del cinema, soprattutto quando lo frammenta con interruzioni pubblicitarie eccessive e mal collocate, finisca per danneggiare profondamente l’esperienza dello spettatore. Una sana interruzione, se ben calibrata, può anche creare suspense o offrire un momento di respiro, ma la frammentazione sconsiderata di un’opera ne compromette ritmo, tensione narrativa e coinvolgimento emotivo. Detto questo, va anche riconosciuto che la pubblicità non è di per sé un “nemico” del cinema. Al contrario, molti spot pubblicitari sono veri e propri cortometraggi, realizzati con grande cura estetica, invenzione visiva e senso del ritmo. Nel contesto della programmazione cinematografica in TV, si dovrebbe trovare un equilibrio che tuteli l’integrità dell’opera filmica.

-Il film va visto al cinema, quella di avere il cinema in casa con una Tv di 100 pollici è una finta illusione…

Il film, per sua natura, nasce per essere visto in sala. L’idea di “avere il cinema in casa”, magari con un televisore da cento pollici o un impianto audio di ultima generazione, è una comoda illusione, ma resta pur sempre una simulazione dell’esperienza autentica. La sala cinematografica è molto più di uno spazio tecnico: come hanno mostrato studiosi come Edgar Morin in Il cinema o l’uomo immaginario (1956), Roland Barthes in Uscendo dal cinema (Communications, n. 23, 1975) e gran parte dei teoricie studiosi della filmologia del secondo Novecento, essa rappresenta un “ventre materno” simbolico, un luogo protetto e oscuro dove lo spettatore può abbandonarsi all’immagine, entrare in uno stato quasi ipnotico, sospendendo il tempo ordinario per immergersi completamente nella finzione. È vero, oggi le tecnologie domestiche si sono notevolmente evolute: immagini in 4K, audio surround, ma ciò che continua a mancare è la dimensione collettiva e rituale della visione. Come hanno sottolineato anche gli studi di sociologia del cinema, la sala non è solo un luogo di fruizione, ma uno spazio di condivisione, in cui le emozioni si amplificano grazie alla presenza degli altri.

-Cinema e politica. E fu così che si abbassò il livello culturale!

Una battuta amara, forse anche ironica, ma che tocca un nervo scoperto. In realtà, il rapporto tra cinema e politica è antico, complesso, stratificato. Non è affatto detto che l’intreccio tra i due ambiti porti necessariamente a un abbassamento del livello culturale: semmai, dipende da come quella relazione viene interpretata, gestita, manipolata. Ci sono stati momenti nella storia del cinema in cui l’intreccio con la politica ha generato alcune tra le opere più potenti e coraggiose: basti pensare al cinema sovietico degli anni ‘20, dove SergejĖjzenštejn e DzigaVertov non solo ridefinivano la grammatica del cinema, ma riflettevano su un’idea collettiva di mondo in trasformazione. Pensiamo anche al neorealismo italiano, che nasce nel dopoguerra come espressione di un’urgenza civile, politica, etica. O al cinema di Pier Paolo Pasolini, che faceva della sua visione radicale e antagonista uno strumento critico verso il potere, i consumi, l’omologazione. Detto questo, è pur vero che in tempi più recenti — complici certe logiche televisive, l’invadenza del marketing politico — il rapporto tra cinema e politica si è spesso ridotto a slogan, stereotipi, prodotti costruiti ad arte per strizzare l’occhio all’elettorato. In questi casi, sì, si assiste a un appiattimento culturale: il cinema si piega al consenso, rinuncia alla complessità, si fa strumento e non più arte. In definitiva, non è il legame tra cinema e politica a generare povertà culturale, ma l’uso strumentale, o semplificato che talvolta se ne fa.

Il cinema e il fascismo, quando nacque Cinecittà…

Il legame tra cinema e fascismo in Italia è un capitolo fondamentale, e talvolta rimosso, della nostra storia culturale. Cinecittà non nacque solo come infrastruttura produttiva, ma come progetto ideologico: doveva essere il cuore pulsante di una nuova industria cinematografica nazionale, capace di competere con Hollywood.Accanto a Cinecittà, nello stesso periodo, nascono istituzioni strategiche come il Centro Sperimentale di Cinematografia (1935) e la rivista Bianco e Nero, tutti strumenti per formare nuove generazioni di cineasti e promuovere un’estetica nazionale, allineata ma anche di qualità.Accanto a film apertamente di propaganda (come Camicia nera), molti dei film prodotti a Cinecittà negli anni Trenta e Quaranta appartengono al cosiddetto “cinema dei telefoni bianchi”, genere apparentemente disimpegnato, fatto di commedie borghesi, evasione e ambientazioni patinate. Eppure, anche queste opere, nella loro apparente leggerezza, rispecchiavano e rafforzavano i valori del regime: ordine, famiglia, gerarchia, ruolo tradizionale della donna.Paradossalmente, proprio Cinecittà, nata sotto il segno del fascismo, diventerà nel dopoguerra la culla del neorealismo. In conclusione, Cinecittà fu figlia del fascismo, ma nel tempo ha saputo emanciparsi, diventando un simbolo universale del cinema italiano.

-Puoi dare una definizione sulla settima arte, che cos’è per te il cinematografo?

La settima arte, il cinema, è questo: un linguaggio capace di far convivere tecnica e poesia, sogno e verità. Per me il cinematografo è molto più di una semplice macchina di proiezione o di una sala buia in cui scorrono immagini in movimento: è il luogo delle mitologie, uno spazio in cui l’immaginario prende forma e dove realtà e finzione si intrecciano. È anche il posto in cui le storie diventano archetipi, i volti diventano icone, e l’ordinario si trasfigura in qualcosa di universale e senza tempo.

– Qual è il potere di un film?

Rispondo con due mie convinzioni entrambe valide e necessarie allo stesso modo. La prima è che il potere di un film, per me, sta nella sua capacità di trasportare lo spettatore fuori da sé, di farlo entrare in uno stato che Sergej Ėjzenštejn definiva extasis. Non si tratta semplicemente di emozionarsi o di essere coinvolti nella storia, ma di vivere un’esperienza quasi estatica, in cui lo spettatore si ritrova in uno stato di sospensione, di apertura sensoriale e mentale.La seconda è che per me, il potere di un film sta nella sua capacità di generare nello spettatore processi profondi di identificazione, sia con la vicenda narrata che con i personaggi messi in scena. Quando questo accade, lo spettatore non si limita a guardare una storia: la vive, la attraversa, la sente come se appartenesse anche a lui.

-Cosa rimane del grande cinema del Neorealismo che ci ha fatto conoscere nel mondo?

Molto, ma in forme mutate e frammentarie. È vero che gran parte della fama internazionale del cinema italiano è legata a una manciata di capolavori del Neorealismo -Roma città aperta, Ladri di biciclette, La terra trema- ma esiste anche un Neorealismo minore e un Neorealismo rosa che, pur meno noti al pubblico globale, hanno saputo offrire opere di qualità, capaci di raccontare l’Italia del dopoguerra con toni più sfumati, ironici, o più legati al quotidiano.Oggi del Neorealismo non resta tanto una corrente attiva, quanto una lezione, un’ispirazione profonda: la scelta del cinema en plein air, il rifiuto degli studi per aprirsi al reale, l’uso della presa diretta, di una luce naturale, di un rapporto stretto tra realtà e racconto. Ma queste caratteristiche, per quanto ancora rintracciabili in alcuni autori contemporanei (penso ad esempio a Gianfranco Rosi con Sacro Gra, 2013 e Fuocoammare, 2016 o a Daniele Vicari con Diaz.Non pulire questo sangue, 2012), sono sopravvissute come frammenti, non più come sistema coerente.Oggi il mondo è cambiato, e con esso anche il cinema. Ma il Neorealismo continua a vivere come idea guida, come riferimento per chi sceglie di raccontare il presente con uno sguardo che non rinuncia alla realtà. In questo senso, la sua eredità è ancora viva seppur non nel linguaggio dominante, ma nei margini più autentici del cinema contemporaneo.

-Può un film cambiare il nostro mondo? Può mutare i comportamenti di una società?

Non credo che un film, da solo, possa davvero cambiare il mondo o mutare in profondità i comportamenti di un’intera società. E del resto sono convinto che il cinema debba oggi più che mai prendere le distanze da un certo uso strumentale e ideologico della politica, così come spesso avviene nell’età contemporanea, e riscoprire la sua natura più autentica: quella di arte, di intrattenimento intelligente, di industria culturale capace di parlare a tutti.Questo non significa negare che il cinema possa avere un impatto. Anzi: credo fermamente che un buon film possa cambiare la vita di una persona, perché ha la forza di generare processi di identificazione profonda con le vicende narrate e i personaggi, portando lo spettatore a riflettere su di sé, sul proprio vissuto, sulle proprie emozioni.Il potere del cinema, allora, non è tanto nel provocare rivoluzioni collettive, ma nel toccare l’individuo nel suo intimo, nel generare pensiero, commozione, bellezza, nel produrre immaginario… È lì, forse, che si nasconde il suo vero potere.

-Che differenza c’è tra il cinema di finzione e il cinema del reale?

C’è una profonda differenza tra il cinema di finzione e il cosiddetto cinema del reale. Il primo si affida a sceneggiature, attori, costruzioni narrative pensate e realizzate per dar forma a mondi immaginari o ricostruiti; il secondo si propone di documentare ciò che accade, di catturare frammenti di vita nella loro spontaneità.Ma io personalmente sono più incline all’idea che il cinema, proprio per il suo statuto di linguaggio della messinscena, non possa mai davvero prescindere dalla finzione, anche quando crede di confrontarsi con il reale. Ogni scelta del regista (inquadratura, montaggio, punto di vista, ritmo) è una forma di interpretazione, una costruzione, una narrazione.Anche il cinema del reale, dunque, non è mai una finestra trasparente sul mondo, ma un filtro, un dispositivo che trasforma ciò che riprende. E forse è proprio in questo continuo dialogo tra realtà e immaginazione che il cinema trova la sua verità più profonda.

– Chi sono i tuoi registi di riferimento?

I miei registi di riferimento? Li metto quasi tutti sullo stesso piano, perché ciascuno a suo modo ha contribuito a costruire un’idea di cinema che sento affine. Orson Welles, innanzitutto, e poi Charlie Chaplin, Gregory La Cava, Frank Capra, George Cukor, Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick; ma anche italiani come Franco Zeffirelli e Bernardo Bertolucci, o ancora altri stranieri come Steven Spielberg, Zhang Yimou, Baz Luhrman, Zack Snyder, Wes Anderson. Tra gli italiani contemporanei cito inoltrePaolo Sorrentino. Ognuno di questi registi mi interessa per motivi diversi, intrinseci alle loro poetiche, ma probabilmente ciò che li accomuna è una visione del cinema come arte della regia, incline al neofigurativo, alla costruzione formale, alla funzione del cinema come chiave per l’immaginario. È una prospettiva che trovo sempre più rara, soprattutto tra alcuni giovani registi – specie italiani – che spesso sembrano trascurare la potenza visiva, simbolica e artigianale del linguaggio cinematografico, in favore di una narrazione piatta o di un realismo privo di tensione estetica.

-All’Università di Palermo insegni le materie sulla settima arte, mi puoi parlare dei giovani e il cinema?

Certo. I giovani che frequentano le mie lezioni universitarie sono, in larga parte, appassionati di cinema: mostrano curiosità verso i capolavori del passato, desiderano comprendere le tecniche cinematografiche che li sostengono e sono interessati ad analizzare i linguaggi e le forme che il cinema ha saputo generare nel corso del tempo. È un dialogo vivo, spesso stimolante, e mi sorprende la loro capacità di porsi domande sul senso dell’immagine, del montaggio, dell’inquadratura, o sull’etica dello sguardo.Tuttavia, la cultura cinematografica giovanile in generale è ancora da costruire. Molti studenti, anche per ragioni legate alle abitudini digitali e alla fruizione rapida, preferiscono le serie tv. Le percepiscono come più dinamiche, più vicine al proprio quotidiano o semplicemente più coinvolgenti perché costruite sulla lunga durata e sul meccanismo di fidelizzazione.Il compito dell’università – e di chi ama il cinema – è proprio questo: aprire spazi di visione e riflessione, mostrare che anche un film di sessant’anni fa può parlare all’oggi, e che conoscere il linguaggio cinematografico significa saper leggere il mondo con occhi più critici e consapevoli.

– Il cinema è la fabbrica dei sogni, ma può avere un potere rivoluzionario…

A questa domanda ho già dato una parziale risposta quando mi si chiedeva: “Può un film cambiare il nostro mondo? Può mutare i comportamenti di una società?”- e ribadisco che non credo che il cinema abbia il potere di trasformare la società in senso diretto o collettivo.Tuttavia, voglio aggiungere che il potere rivoluzionario del cinema sta proprio lì, nel suo essere “fabbrica dei sogni”. È rivoluzionario non perché fa la rivoluzione, ma perché sposta qualcosa nell’immaginario, ci fa riflettere, ci emoziona, e allo stesso tempo ci “diverte” nel senso etimologico del termine: ci sposta altrove, ci allontana dal quotidiano per poi farci ritornare magari cambiati.

-Si può ancora sognare con il cinema in un tempo pieno di bugie nell’informazioni di ogni giorno, di verità nascoste, di guerre, catastrofi ambientali e preoccupazioni per il mondo intero?

Sì, si può e si deve. Ma con consapevolezza. Se pensiamo che perfino Mussolini definì il cinema “l’arma più forte” a disposizione dello Stato, riconoscendone la forza come strumento di propaganda e di formazione delle coscienze, allora possiamo – rovesciando quell’affermazione – asserire che proprio in quanto arma potente, il cinema può essere motore di sogni, di visioni, di cambiamento.In un tempo attraversato da bugie sistematiche, guerre e catastrofi ambientali, il cinema può offrirci visioni alternative e simboliche, ma attenzione: non ci distragga troppo dalle responsabilità che il mondo ci impone.

– Cinema e dibattito. Sono ancora attuali le rassegne cinematografiche?

Sì, le rassegne cinematografiche sono ancora attuali e anzi oggi più che mai possono rappresentare uno spazio prezioso di approfondimento culturale e di educazione al linguaggio audiovisivo. Tuttavia, è fondamentale che il dibattito che ne scaturisce non si riduca a usare il film come pretesto per parlare di altro- come purtroppo accade spesso, soprattutto nelle scuole italiane, dove il cinema viene trattato come semplice strumento educativo o civico. Il film va invece discusso per quello che è: un’opera d’arte complessa, fatta di regia, di scrittura, di scelte di messinscena, di linguaggio visivo e sonoro. Le rassegne servono proprio a questo: a creare contesto, a far emergere letture critiche, a sviluppare uno sguardo consapevole sul cinema, che è, prima di tutto, forma espressiva e invenzione artistica.

-Le fiction sulla Sicilia sono una maniera per fare i soldi e veicolare luoghi comuni che fanno male alla Sicilia e al suo turismo. Qual è la tua opinione?

Se è per questo, anche molti film finanziati dallo Stato – che dovrebbero essere destinati a opere di qualità artistica e incentrate su personaggi o eventi legati all’identità culturale italiana – fanno del male al cinema perché lasciano poco spazio all’invenzione, all’immaginario. Fanno male almeno quanto certe fiction sulla Sicilia possono danneggiare l’immagine della regione, il suo turismo e la stessa industria audiovisiva per il fatto di dover promuovere le location come potenziali mete turistiche.Il sistema di finanziamento pubblico, sia a livello locale che nazionale, andrebbe profondamente riconsiderato, perché non sempre sostiene il vero valore artistico o l’innovazione linguistica, quanto piuttosto progetti convenzionali o funzionali a logiche clientelari.

-Il Cinema e le colonne sonore?

Una lezione fondamentale ci è stata donata da Sergio Leone in collaborazione con Ennio Morricone, una vetta da cui si può (e si dovrebbe) sempre ripartire. Tuttavia, guardo con attenzione alla vena creativa di compositori contemporanei come Paolo Buonvino, che negli ultimi anni ha dato prova di grande versatilità, muovendosi con intelligenza ed efficacia tra diversi generi cinematografici e formati della fiction contemporanea (tra i numerosi suoi lavori mi limito a ricordarlo come autore della colonna sonora per la serie Il Gattopardo prodotta di recente da Netflix).

-Puoi consigliare tre film che i siciliani dovrebbero vedere?

Tre soli film per i siciliani? Ma è quasi una provocazione! No, debbono vederne almeno trecento. Scherzo, naturalmente… Però se proprio devo scegliere tre titoli imprescindibili — con il cuore e con la testa – allora direi: Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, perché questo film insegna la necessità di scegliere, di “cadere” dentro la vita e prendersene cura. È un invito a riappropriarsi della propria città, dei propri sentimenti, delle proprie parole;Despair di Rainer Werner Fassbinder, perché è un film che svela l’orrore dell’autoinganno identitario, la crisi della percezione di sé e del mondo e ci fa riflettere sulla nostra esistenza; Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet, perché Amélie ci insegna che la rivoluzione può essere poetica e quotidiana. In un mondo – e in una Sicilia – spesso segnati da rassegnazione o rabbia sociale, questo film invita a guardare con attenzione i piccoli gesti, gli altri. Amélie, rivolgendosi direttamente a ciascuno di noi spettatori ci indica un modo alternativo di stare al mondo, in cui vi è un esplicito invito a riconnettersi con la dimensione del sogno, della possibilità e della cura. Ne aggiungo un quarto: Hugo Cabret di Martin Scorsese, perché per un siciliano, questo film è un invito anon dimenticare le proprie radici artistiche e artigianali, a difendere la memoria. Hugo Cabret è un film che parla del potere del cinema come memoria viva, come macchina dei sogni ma anche come dispositivo fragile da preservare. È un’opera che intreccia storia del cinema (Georges Méliès, le origini della fantasmagoria) con l’infanzia, la meraviglia e l’ingegno.

-Come trascorri il tempo libero?

Nel mio tempo libero mi dedico soprattutto alla mia famiglia, in particolare ai miei figli, Chiara e Flavio, entrambi impegnati – a vari livelli – nello studio delle arti. È un piacere seguirli nei loro percorsi e condividere con loro riflessioni, visioni e passioni. Mi piace anche leggere, con curiosità trasversale tra saggistica e letteratura. Se avessi più tempo, mi piacerebbe riprendere a suonare il pianoforte e la fisarmonica: due strumenti che hanno accompagnato molti momenti della mia vita.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

I miei progetti per il futuro si muovono tra didattica, ricerca e divulgazione, con un’attenzione all’evoluzione del linguaggio audiovisivo. Voglio continuare a formare studenti appassionati, capaci di leggere criticamente le immagini e di creare nuove visioni. Mi interessa molto il rapporto tra cinema e intelligenza artificiale, el’uso delle tecnologie digitali nei dispositivi spettacolari.Un altro campo in cui mi piacerebbe indirizzare i miei futuri studi e ricerche riguarda ilrapporto tra cinema e neurodiversità: un ambito ancora poco esplorato, ma decisivo per ripensare l’accessibilità, la rappresentazione e la fruizione del filmda parte di persone neurodivergenti. Questo si affianca alle mie attività di didattica, curatela e studio dei linguaggi audiovisivi…

Biografia

Rino Schembri (Gennaro all’anagrafe)

Dal 2004 è Ricercatore a tempo indeterminato del SSD PEMM-01/B – Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo dove, tra le altre discipline, insegna Sceneggiatura per il Cinema e Multimedia. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Storia, Teoria e Tecnica del Teatro e dello Spettacolo” presso la L’Università di Roma “La Sapienza”. E’ stato componente del collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in “Estetica e teoria delle arti” dell’Università di Palermo e Coordinatore del Master in “Cinema pubblicitario in digitale”. E’ stato componente il Comitato Tecnico Scientifico del LUM – Laboratorio Universitario Multimediale “M. Mancini” dell’Università di Palermo nonché Direttore esecutivo del Laboratorio di Produzione Cinematografica ad esso annesso (direzione artistica di Emidio Greco). Dal 2004 è membro della società scientifica CUC – Consulta Universitario del Cinema. Ha partecipato con propria relazione a convegni nazionali e internazionali (tra i quali: XIII e XV International Film Studies Conference – Udine; “Andate e ritorni. Cinema e migranti”, Convegno Internazionale, Regione Siciliana, Palermo-Ragusa-New York-Boston.), e a numerose tavole rotonde. Elzevirista di cinema, televisione e video del quotidiano “Avanti!” e titolare della critica cinematografica del quotidiano “Oggi Sicilia”, è stato vicedirettore della rivista “The Rope” nonché Peer Reviewer per le per riviste internazionali “Bianco e nero”, “TeCLa. Temi di Critica e Letteratura Artistica”, “Game. The Italian Journal of Game Studies”. E’ autore di “Lara Croft e le altre” (L’Epos ed.) e “Il cinema, che meraviglia! I trucchi della visione dalla Lanterna magica a Méliés” (Falsopiano ed.). Suoi saggi sono apparsi su riviste specializzate e su volumi a diffusione nazionale e internazionale. Di recente ha ricevuto il premio “Ambasciatore dell’arte del Mediterraneo” (Fondazione Costanza, Castello di Carini – Maggio 2025) e il Premio Speciale “Arte e cultura siciliana Ignazio Buttitta” XXVI edizione (Teatro Panoramica dei Templi – Agrigento, Giugno 2025).