Conosco Antonio Fiasconaro da moltissimi anni, in passato ci siamo occupati di tradizioni popolari, di bella musica, di storie e tradizioni siciliane, in particolare di serenate. Da Antonio ho appreso che Castelbuono è la patria siciliana delle serenate. In fondo i giornalisti sono come gli attori che recitano diverse parti. Certe volte, infatti, i giornalisti entrano nella vita di tante situazioni, che non sono sempre allegre e spensierate, ma talvolta sono tristi e dolorose. All’Associazione Siciliana della Stampa insieme a Lino Buscemi e Franco Lannino ho incontrato Antonio Fiasconaro per la presentazione del libro “Sei giorni in manicomio”, per i tipi di Nuova Ipsa Editore. E’ un testo amaro e profondo, ricco di contenuto e che invita alla riflessione sulla condizione umana nel tempo quando ancora c’era il manicomio.

Ad Antonio pongo la prima domanda.
-Quando nasce questo libro e come mai Sei giorni in manicomio è stato pubblicato nell’aprile del 2024 e non prima?
“E’ la trasposizione narrativa di una inchiesta giornalistica che ho realizzato nell’aprile del 1991 per il quotidiano La Sicilia di Catania, giornale in cui lavoro. Durante la recente pandemia, mettendo in ordine il mio corposo archivio personale-professionale ho rispolverato il materiale che ho utilizzato per l’inchiesta ed ho deciso, dopo tante notti insonni, di realizzare questo libro, che l’editore Alessio Mazza ha deciso di farlo uscire in occasione del centenario della nascita di Franco Basaglia, artefice della Legge 180/78, quella che sanciva la chiusura dei manicomi in tutto il territorio nazionale”.
-Cosa ti ha lasciato questa esperienza dolorosa e drammatica che hai raccontato con un grande attenzione e coinvolgimento emotivo?
“Devo confessarti un aspetto che mi porterò per tutta la vita. Quella mia esperienza all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Palermo, ha fortemente fortificato la mia anima e soprattutto mi ha fatto crescere sia sotto il profilo personale e professionale”.
-Come ti sentivi la notte, mentre dormivi nella Real casa dei matti?
“Di giorno le ore dentro l’ex manicomio scorrevano lentamente e avevano un colore predominante: bianco. Di notte era un inferno. Le urla dei malati considerati più “camurruseddi” e i lamenti di tanti altri che facevano sicuramente fatica ad addormentarsi mi rattristava .

-Come era il colore della notte?
Nero, nero pesto.
-Cos’è rimasto della dignità umana in quei luoghi?
“Rispondo in maniera lapidaria: non è rimasto nulla”.
-Mi ha molto colpito un fatto, il giorno che hai concluso l’inchiesta ti hanno scambiato per un’altra persona. Forse per un paziente ricoverato, un infermiere, un medico o qualcun altro! Chissà che sguardo avevi e cosa pensavi in quel momento che ti allontanavi dall’inferno…
“Mi hanno scambiato per uno psichiatra, per un medico. Ed ancora per un paziente “imboscato” tra quelle mura. Quando sono uscito, dopo sei lunghissimi giorni trascorsi dentro, sono uscito frastornato, confuso, ma allo stesso tempo consapevole che quella mia inchiesta avrebbe scosso le coscienze di tanti e soprattutto delle istituzioni. Il mio obiettivo lo avevo ampiamente raggiunto. Poi, come spesso accade, spente le luci della ribalta, tutto passa in secondo piano. Si dimentica facilmente. Io, però non ho dimenticato e la prova è una ed una sola: la pubblicazione di questo libro”.

-Ci sono delle esperienze nella vita che non si possono dimenticare…
“Nel corso della mia lunga carriera giornalistica ho fatto numerose esperienze, ed una di queste è sicuramente l’aver trascorso sei giorni all’interno dell’ex manicomio di Palermo”.
-In questo luogo di sofferenza hai incontrato Maria Fuxa, il vecchio cronista accanto alla poetessa delicatissima e raffinatissima donna nell’anima e nei sentimenti…
“Quando ho incontrato Maria durante i giorni trascorsi dentro il “Pietro Pisani” ho avuto modo di apprezzare prima questa donna assai fragile costretta a vivere da “reclusa” a causa della sua malattia mentale e poi la poetessa delicata e profonda allo stesso tempo i cui versi, sia in italiano che in siciliano hanno poi lasciato un solco assai profondo nel corso delle nostre lunghe chiacchierate”

-Maria voleva condividere la cultura e la ricchezza con i poveri. E’ vero che aveva paura dell’uso del denaro e ne parlava in maniera distaccata?
“Non aveva paura del denaro. Le faceva schifo”.

-Quale ricordo ti ha lasciato?
“Una profonda tenerezza”.
-Perché quelli che l’hanno conosciuta l’accostano alla poetessa dei navigli Ada Merini. Quali differenze hai notato conoscendo Maria?
“Dal punto di vista poetico e letterario erano diverse, in comune avevano l’internamento in un manicomio”.
-Che idea ti sei fatta del dolore delle persone di questo mondo, sinceramente ripeteresti questa esperienza?
“Ti rispondo con una citazione di Seneca: “Lieve è il dolore che parla. Il grande dolore è muto”. Quella mia esperienza all’interno del manicomio è quasi sicuramente irripetibile. I manicomi non ci sono più e nel frattempo è cambiato profondamente l’approccio con il giornalismo d’inchiesta d’una volta. Ma questa è un’altra storia…”

-Cosa è successo dopo la pubblicazione della tua inchiesta sul giornale La Sicilia?
“Dopo che sono uscito dal manicomio realizzai il reportage in 23 puntate. Il mio obiettivo era quello di scuotere le coscienze e soprattutto certa istituzione sanitaria e politica del tempo affinché si ponesse fine, definitivamente ai manicomi in Sicilia. Non fu così come mi aspettavo. Trascorsero ancora altri anni. La legge Basaglia era del 1978.
-Quando venne chiuso l’ex manicomio di Palermo?
Nel 1996. Fatti un paio di conti ed avrai la risposta…”.

-Come ha vissuto questa esperienza il fotografo Franco Lannino?
“Bisogna chiederlo a lui. Io posso soltanto dire che Franco Lannino con le sue foto rigorosamente in bianco e nero è riuscito a cogliere il dolore, la sofferenza, l’indignazione, la tristezza e l’indifferenza di quei malati immortalati dai suoi scatti e, come li ho definiti nel mio libro “testimoni muti”. Testimoni del tempo e della memoria, aggiungerei ancora”.
-Il manicomio e la Sicilia sono irredimibili?
“Potrei rispondere in vari modi a questa domanda. Lo faccio invece in maniera lapidaria: “Sono irredimibili”.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Di progetti ne ho tanti, dal punto di vista letterario. Ho già chiuso altri quattro lavori e attendo che vengano pubblicati. Spesso ripeto una citazione di Ernest Hemingway, uno dei miei autori preferiti, il quale diceva: “Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare”. Ed io, di conseguenza, sono vittima quotidianamente di forti emorragie…”.

Biografia
Antonio Fiasconaro (Palermo 1961).Giornalista, scrittore e saggista. Si definisce da sempre un artigiano della scrittura. Dal 1990 lavora per il quotidiano La Sicilia di Catania. Già corrispondente di testate nazionali: quotidiani, settimanali e periodici. Ha curato anche diversi uffici stampa della Pubblica Amministrazione e di organizzazioni sportive e culturali sia carattere nazionale che internazionale. Suoi scritti e saggi sono compresi in numerose pubblicazioni. Vincitore di premi giornalistici e letterari. Tra le sue ultime pubblicazioni Morte d’autore a Palermo (Nuova Ipsa Editore, 2013); I masnadieri dell’Acquasanta (Nuova Ipsa Editore, 2017); Il mistero di Ninfa (Edizioni Kalos, 2018), Il camminatore solitario (Edizioni Arianna, 2019), La Principessa Tam Tam e il sedicente conte (Nuova Ipsa Editore, 2020), Notizie oltre il limite (Torri del Vento Edizioni, 2021), Sei giorni in manicomio (Nuova Ipsa Editore, 2024).
Un ringraziamento ai fotografi Franco Lannino e a Salvo Damiano.






