Ritratti: medici del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Vincenzo Cavaliere

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La salute mentale è un problema urgente e di grandissima attualità della società italiana. La seconda causa di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali è il suicidio, scrive la commissione europea nell’ultima strategia per la salute mentale, considerata un’emergenza silenziosa, tanto più in un anno e in un paese come il nostro.

L’intervista di questa settimana è un’intervista di servizio ad un medico che conosce le problematiche della salute mentale.

Vincenzo Cavaliere è un medico chirurgo specializzato in psichiatria. È una persona che ispira fiducia a primo impatto. Ha qualcosa di speciale nel sorriso e nella serenità che esprime il suo viso quando ti incontra. Ha suonato per tre anni il pianoforte e a 42 anni ha iniziato lo studio del clarinetto, strumento con cui ha fatto parte per diverso tempo di un’orchestra Jazz. È un medico fuori dal comune. Tra le sue passioni ci sono i viaggi per l’Europa, per l’America, la lettura e la voglia di sapere di più di quello che avviene nel mondo in tutti i campi e soprattutto le scoperte della scienza, medica e non. Ma andiamo a conoscere da vicino il dottore Cavaliere.

-Che cosa succede nel nostro cervello quando vediamo un’opera d’arte, quando ci appassioniamo ad un concerto, ad un argomento e a qualcosa di bello?

Quando proviamo un’emozione sia dall’osservare un’opera d’arte, sia nell’ascoltare un brano musicale che ci appassiona, si viene a sollecitare una parte del cervello che è una parte profonda ed arcaica che si chiama sistema limbico, deputato alla modulazione delle emozioni. È un sistema in connessione con la corteccia, con la parte più recente ed evoluta del nostro cervello. Attraverso l’interazione di questi due sistemi proviamo le emozioni, il piacere, o i dolori, le angosce e tutto quello che ci può riguardare.

-Cosa non conosciamo ancora della nostra mente, ci sono studi in corso?

Della nostra mente conosciamo ancora poco. Non mi voglio avventurare in dati statistici, ma c’è ancora moltissimo da scoprire, del potere che può avere e delle possibilità o delle capacità che può avere la nostra mente di esprimersi attraverso delle modalità che ancora oggi non possiamo conoscere, che possono essere semplicemente intuite adesso, ma che verosimilmente conosceremo negli anni a venire. Si è capito molto del nostro cervello attraverso lo studio dei cervelli elettronici; paradossalmente lo studio del nostro cervello non è servito a far sviluppare i computer, ma lo studio del funzionamento dei computer è servito molto a capire com’è fatto il nostro cervello.

-Quali passi ha fatto la scienza sulle malattie che colpiscono la mente?

Dobbiamo stabilire dei criteri così cronologici. La prima grande rivoluzione in campo psichiatrico la fece Philippe Pinel nel ‘700, quando liberò dalle catene i malati di mente che erano considerate persone da tenere semplicemente custodite e segregate, impedite anche nella loro motricità, attraverso l’utilizzo delle catene, delle gabbie e di quant’altro. Quando liberò questi soggetti favorì quella che poi fu l’evoluzione, lo sviluppo del concetto di malattia mentale stessa, fino ad arrivare ai primi anni’50, quando vennero sintetizzati i primi farmaci antipsicotici, i cosiddetti neurolettici; fu questa seconda rivoluzione che permise al professore Basaglia di poter aprire i manicomi.

-Si può affermare che la malattia della mente è una malattia ereditaria?

Per una certa parte delle malattie mentali è stata in qualche modo compresa l’origine anche genetica. È molto importante comprendere che ci sono fattori ambientali, fattori sociali, fattori cosiddetti epigenetici che possono in qualche modo contribuire alla slatentizzazione delle malattie mentali, che possono contribuire alla rappresentazione di esse e che in qualche modo possono farci comprendere quanto il nostro modo, nostro ambiente, il nostro sistema, la nostra società possa in qualche modo concorrere a far esprimere un disagio di tipo mentale. È sorprendente, come due gemelli che sono sati separati alla nascita, uno è andato a vivere in Australia, uno è andato a vivere negli Stati Uniti sono diventati schizofrenici lo stesso giorno in punti diversi della terra. Se non c’è qualcosa di genetico in questo, diciamo che non è comprensibile diversamente!

-Il 13 maggio 1978 con la legge Basaglia in Italia vengono chiusi i manicomi. Cosa è successo dopo questa scelta storica?

La scelta di Basaglia rappresenta la terza rivoluzione; è avvenuta in quell’anno ed è potuta avvenire perché era stato possibile trattare i pazienti con certi farmaci, che attuavano un certo tipo di contenzione, che non era più la contenzione di tipo fisico ma di tipo farmacologico. Questo approccio ha reso le persone molto più aderenti al piano di realtà ed ha consentito a Basaglia di ipotizzare un sistema nuovo e diverso, che era quello di far uscire i pazienti dall’ospedale psichiatrico e immetterli nel contesto sociale, attraverso quelle che allora si chiamavano strutture intermedie, si trattava di case famiglie, case alloggio, vari tipi di struttura che in base al livello di importanza della malattia potevano far selezionare la possibilità di collocare alcuni soggetti in una dimensione, altri in un’altra dimensione, uscendo da quella che era l’area manicomiale, che era retaggio di una storia veramente ormai trascorsa e anacronistica, alla luce dei passi avanti fatti dalla psicofarmacologia.

– Cosa non è stato capito del messaggio culturale di Basaglia, alcuni l’hanno seguito con passione, altri l’hanno contestato?

Basaglia è stato molto contestato perché sul piano ideologico, le sue modalità di pensiero erano riconducibili a una matrice di sinistra, tutti coloro che non erano di quell’area l’hanno contestato, accusandolo di aver creato un movimento che fu definito “antipsichiatria”, con una connotazione di tipo negativo sul piano semantico, e che egli invece definiva “psichiatria democratica”. Ha scritto un libro, l’Istituzione negata, è andato contro quella che era stata l’istituzione psichiatrica fino a quel momento, cercando di dare una svolta, che secondo me era necessario dare, visto e considerato che i pazienti continuavano ad essere segregati nell’ambito degli ospedali psichiatrici e nessuno fino ad allora aveva offerto spazi diversi. Ha avuto forme di intuizione molto geniali promuovendo delle iniziative originali volte a far meglio conoscere le sue idee: quella del viaggio in aereo sulla città di Genova o il cavallo Marco, il cavallo azzurro in cartapesta. Si trattava della revisione, della novità su questi temi così drammatici e la società si voltava da un’altra parte. Egli fu il primo a promuovere l’attivazione di cooperative sociali da parte di pazienti dell’ex ospedale psichiatrico.

-I suicidi nelle carceri avvengono quotidianamente. Probabilmente questo problema viene sottovalutato dalle istituzioni e dalla società stessa. Come vede questo problema sempre attuale, lei che ha lavorato all’interno del carcere?

È inutile negare che statisticamente la percentuale dei suicidi nelle carceri è discretamente elevata. Ogni mese ne succede uno, i dati statistici del 2023 ne riportano poco meno di 100, e 30 nei primi mesi di quest’anno. È un grosso problema, difficile da affrontare, da contenere, e qui entrano in gioco fattori quali il sovraffollamento dei detenuti, l’insufficiente numero di agenti di polizia carceraria e di psichiatri operanti nelle carceri, e la difficoltà ad organizzare e proporre reali ed efficaci percorsi riabilitativi rivolti ai detenuti.

– I disagi dei giovani del nostro tempo sono anche disagi psichici. I giovani di oggi hanno tutto con grande facilità, sonno abbarbicati sui social h 24, sono connessi anche di notte e questo fa male alla mente. Lei avverte questo disagio giovanile?

La fonte del disagio giovanile è multifattoriale. Il fatto di rimanere sempre connessi impedisce ai giovani di utilizzare certe risorse intrapsichiche che sono quelle che promuovono il ragionamento, la critica, sui fatti sulle cose, su tutto ciò che ci succede, maturare un pensiero personale rispetto alle cose in qualche modo, evitando di adeguarsi a quella che può essere la moda, i costumi, le convenzioni sociali, evitando i contatti artificiali dietro uno schermo, che è qualcosa di innaturale, com’è innaturale veder gente che va a cena al ristorante, quattro cinque persone che potrebbero conversare fra loro e invece ognuno si fa i fatti propri con l’occhio rivolto al telefonino. Questo è veramente sgradevole, riprovevole e preoccupante.

– In passato è stato utilizzato l’elettroshock e farmaci sperimentali come la clopromazina che permetteva di ridurre le crisi violente dei ricoverati.

La clopromazina è stato il primo neurolettico che è stato sintetizzato, quello da cui partirono tutti gli altri, questa è stata una importante risorsa, da lì è nata la possibilità di controllare le manifestazioni acute della malattia psichiatrica di dare spazio al pensiero di Basaglia.

-Quando è nato l’elettroshock?

È nato durante il periodo del ventennio fascista da Cerletti e Bini che furono i due ideatori di questa metodica, purtroppo è gravata da questo stigma, siccome è una metodica nata durante il ventennio fascista è stata considerata una metodica di tipo repressivo, in realtà è stata utilizzata anche così, però di fatto l’elettroshock che nasce in epoca prefarmacologica, nasce molto prima della sintesi dei nuovi farmaci, dei neurolettici, era l’unico sistema che poteva permettere di contenere temporaneamente e non certamente per tutta la vita certe manifestazioni critiche della patologia mentale. Con l’introduzione dei farmaci si è dato correttamente spazio ad altri tipi di terapia, però conserva ancora un suo valore, una sua importanza, tant’è che società direi più avanzate, che hanno migliori equilibri sociali della nostra, come la Svezia, hanno sviluppato delle tecniche per somministrare l’elettroshock diverse da quelle iniziali con una metodologia che non prevede più la possibilità che si fratturassero le vertebre o le costole, con determinati accorgimenti che l’hanno reso più praticabile. Nel caso del paziente che non risponde ai farmaci e che è diventato un paziente non più trattabile, questa rimanere l’unica risorsa. L’effetto dell’elettroshock dura circa sei mesi.

-Come vengono affrontati i problemi della salute mentale in altri paesi del mondo?

La nostra legge è stata una legge molto avanzata che ai tempi ci ha messo al centro dell’attenzione internazionale. In qualche modo il modello è stato così copiato, però esistono ancora tanti paesi in cui i soggetti psichiatrici i soggetti malati di mente vengono trattati come si trattavano un paio di secoli orsono attraverso la segregazione e l’esclusione totale dal contesto sociale.

-Dove nascono le paure?

Molte paure sono sollecitate dall’ansia che è un sintomo molto diffuso: una persona su tre nelle società occidentali soffre di ansia, e poco meno di una persona su tre assume ansiolitici; questi sono i farmaci più prescritti superando in questo tutti gli altri. Ci riferiamo alle società occidentali in cui l’ansia può corrispondere a certe paure, la paura di stare male, la paura della malattia, la paura della morte, classicamente Freud diceva che la nevrosi era sottesa dalla paura della morte. Sono tutte cose che si ascrivono alle società occidentali moderne. Se andiamo a guardare cosa succede nelle civiltà orientali lì il concetto di paura e di morte è visto e vissuto diversamente e quindi non sollecita così tanto queste dimensioni così angoscianti.

-Dove partono le radici della violenza?

Da studi statistici o conducendo indagini approfondite, retrospettive si può vedere che chi ha subito violenza da piccolo più facilmente degli altri diventerà a sua volta una persona che esercita violenza sugli altri, ma ovviamente non è solo questo, è tutta una configurazione e un contesto di elementi socioculturali che possono favorire l’espressività della violenza.

– Quali sono gli errori più grandi che commettono i genitori con i figli?

L’errore più madornale è quello di accontentarli in tutto, in tutte quelle che sono le richieste. Impedendo al soggetto stesso di crearsi quelle sollecitazioni mentali che possono far si che quelle stesse cose possa procurasele da solo. La classica immagine di colui che vive dentro una campana di vetro e lo scugnizzo napoletano che viene buttato per strada in tenera età e deve sollecitare astuzia e intelligenza per poter risolvere i problemi che quotidianamente gli si possono presentare.

-Secondo Robert Monroe tutti possiamo viaggiare fuori del corpo…

Quella di viaggiare fuori dal nostro corpo è una dimensione che riguarda più il parapsicologico, ma una dimensione che di scientifico e dimostrabile può avere poco, però è anche vero che è nutrita la presentazione di racconti di persone che vivono questo tipo di esperienza. Ho un amico pianista che mi racconta di questa esperienza, di quando lui da piccolo sentiva di uscire dal corpo, attraversava le pareti e si portava in altre aree della casa. Una volta mi ha raccontato di aver assistito al saluto dei genitori, il papà che usciva per andare al lavoro e la mamma davanti all’ascensore che lo salutava, si dicevano delle cose e lui a tutto questo assisteva perché in quel momento era fuori dal suo corpo e si era portato lì. Quando si è svegliato quella mattina è andato da sua mamma, ma tu e papà questa mattina vi siete detti questa cosa? Ma come fai a saperlo chiese la mamma e lui rispose, ero lì. Questa è un’esperienza diretta del racconto del mio amico che mi ha parlato di questa e di altre esperienze. Questa esperienza probabilmente si ascrive a quelle aree di cervello non ancora esplorate o esplorabili e che probabilmente negli anni a venire saranno comprese meglio. È qualcosa che oggi sembra avere un alone di mistero, di magia.

-Cosa pensa delle poesie di Alda Merini?

È una persona che ha vissuto per tanti anni in ospedale psichiatrico, ha dimostrato che la malattia non compromette l’intelligenza di una persona e non compromette la possibilità di provare emozioni vere e genuine, nonostante il tipo di patologia dalla quale siamo afflitti. È un esempio veramente bello in quanto si possa tradurre in espressione artistica un mondo interiore che seppur afflitto dalla patologia può dare espressioni belle, coinvolgenti e emozionanti.

-L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, eppure spesso questo diritto nei confronti dei malati di mente viene disatteso.

Il diritto alla salute viene garantito anche per il paziente psichiatrico attraverso tanti modi. Spesso il paziente psichiatrico non ha consapevolezza di essere ammalato. Questo comporta che rifiuta le cure, rifiutando le cure può ammalarsi di più, la malattia può approfondirsi, può degenerare in qualcosa di molto più grave e allora aver ideato la possibilità di sottoporre a un trattamento obbligatorio persone che non riconoscono di avere bisogno di cure, è sicuramente rispondente ai contenuti dell’articolo 32 della Costituzione a salvaguardia della salute dei cittadini.

-La violenza sulle donne è una vera tragedia. Gli uomini dicono di amarle e poi le uccidono all’interno delle mura domestiche. Perché non si riesce a fermare questa tragedia. Dove nasce?

La violenza sulle donne c’è sempre stata, prima era qualcosa di funzionale forse alla società, direi di convenzionale. Era un fenomeno culturale che prevedeva la predominanza del maschio sulla donna, ma anche in società moderne come quella inglese per esempio, consideri che fino alla metà del’800 in Inghilterra, una delle prime democrazie moderne, era previsto dalla legge che si poteva battere la propria moglie con una bacchetta di legno, purché non fosse più spessa di un pollice. Per risolvere il problema della violenza sulle donne bisogna puntare sulla famiglia e la scuola. Se questi due elementi non vanno in sinergia e non agiscono per promuovere una migliore educazione al rispetto del genere diverso dal nostro, non saranno fatti grossi passi in avanti. La tendenza ad essere violenti si esprime soprattutto quando ci sono determinati tipi di configurazione di personalità vedi la personalità di tipo narcisistico che è quella che è spesso presente nei soggetti che usano violenze sulle donne. La ferita narcisistica che deriva dal fatto di essere abbandonati, di essere lasciati dalla propria donna, è una ferita che nel narcisista comporta la possibilità che vengano espressi comportamenti violenti, incontrollati di una certa gravità fino a giungere all’uxoricidio, al femminicidio, e sovente succede che dopo l’uxoricidio l’uomo si suicidi.

– In Italia si sta diffondendo in maniera preoccupante l’uso di una nuova droga: il Fentanyl, cosa ne pensa?

Il Fentanyl è un potentissimo oppiaceo sintetico, molto più potente dell’eroina, e provoca una grave dipendenza, e quando viene consumato illegalmente espone a gravissimi rischi, anche per la contaminazione con altre sostanze da parte di trafficanti senza scrupoli, alto rischio di comportamenti pericolosi, come guidare autoveicoli sotto effetto di essa, e overdose. È una delle droghe più distruttive per il Sistema nervoso centrale e porta in breve ad apparire come degli Zombie. È certamente una strada senza ritorno.

-Un consiglio ai giovani che leggeranno questa intervista…

Consiglio i giovani di informarsi, leggere, approfondire i temi di interesse sociale, di non mantenersi così superficiali cercando le risposte solo da internet. Bisogna rendersi conto, senza vergognarsi, che si può avere una necessità di un aiuto, nei momenti in cui ci si trova con le ruote sgonfie, in cui si attraversano momenti di afflizione, di dolore, capire che ci può essere qualcuno che è tecnicamente attrezzato per poterti aiutare e quindi non disdegnare questa possibilità, non rifiutarla.

-Quali sono i suoi progetti per il futuro?

La voglia di conoscere cose nuove è stata sempre caratterizzante in tutta la mia vita. Dopo la pensione mi sono accostato al mondo dell’autismo, con cui avevo avuto un contatto marginale perché mi ero sempre interessato di psichiatria dell’adulto. Ho scoperto un mondo affascinante, ho scoperto il mondo della psichiatria penitenziaria, cosa che non avevo mai fatto, ed ho raccolto molti nuovi stimoli in quel contesto. Vorrei continuare a conoscere, ed è quello che si può suggerire ai giovani. Conoscere cose nuove, studiare cose nuove, interessarmi sempre alle prossime frontiere di quel mondo così affascinante della psichiatria e guardare al futuro con serenità, e con interesse a sempre più nuovi stimoli.

Biografia

Vincenzo Cavaliere si è laureato in medicina con lode nel 1979, dopo studi classici. È specialista in psichiatria dal 1984. Ha iniziato a lavorare a Gorizia parallelamente al periodo in cui iniziava la riforma Basaglia. Rientrato in Sicilia ha lavorato nei servizi pubblici con incarico di responsabile di vari servizi psichiatrici. I suoi campi di interesse sono la psichiatria clinica, la psicofarmacologia, la psicoterapia e la psicosessuologia. Dopo il pensionamento si è interessato di psichiatria di comunità, e, più di recente, di riabilitazione di soggetti autistici e di psichiatria carceraria.