Ritratti: giornalisti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Fabiola Paterniti

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Fabiola Paterniti è una giornalista professionista, autrice tv. Ha collaborato con testate nazionali e regionali, si è occupata di cultura, di temi di impegno civile, di legislazione antimafia. Tra le sue passioni c’è il contatto con la natura. Ama molto il mare e andare in barca a vela. Spesso durante l’estate affitta una barca e con i suoi amici va alla scoperta delle coste europee.

Quest’anno ha fatto un bellissimo viaggio: è stata in Madagascar, dove ha visto una natura meravigliosa e una popolazione accogliente che riesce ancora a stupirsi davanti ad un bel tramonto. È stata un’esperienza che si porta dentro e che l’aiuta ad allontanare il pensiero dei ritmi frenetici del nostro mondo. “Mora Mora”, si dice in malgascio che è la lingua del Madagascar, è un’espressione che adesso usa anche lei, perché è un inno alla lentezza, significa “piano piano”. Tutto deve scorrere dolcemente e senza fretta e noi ci siamo disabituati a tanta saggezza.Ogni viaggio porta dentro le nostre vite tante novità, ci arricchisce. È da tempo che non prendeva un aereo per motivi estranei al suo lavoro, purtroppo durante il periodo del lockdown è stata costretta a tenere a bada questa sua grande passione. Il viaggio per Fabiola è respiro, apertura mentale, conoscenza. Suo padre diceva sempre che i soldi ben spesi erano quelli destinati ai viaggi e ai libri. Ne ha fatto tesoro: ama leggere saggi storici, romanzi e poesie. Quando ha cominciato a fare la giornalista intervistava autori di libri e di teatro e scriveva recensioni. È stato un periodo bellissimo perché il suo lavoro coincideva con i suoi hobby. In realtà, Fabiola si ritiene fortunata perché, anche se con sfumature diverse, ha fatto sempre delle attività che le piacciono e coerenti con il suo percorso di studi e di vita. Ama anche il cinema, il teatro e Roma, la città dove vive, è quella giusta perché le consente di poter scegliere quale opera vedere. Fabiola ha scritto un libro molto interessante dal titolo “Tutti gli uomini del generale” pubblicato da Zolfo Editore, con la splendida prefazione di Virginio Rognoni che scrive: ”Chi avrà per le mani questo libro avrà davanti a sé quegli anni di piombo, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando il Paese subì l’ingiuria del terrorismo eversivo. Una testimonianza viva, sofferta di quegli anni raccontata con grande passione e professionalità da Fabiola Paterniti”.

Ho conosciuto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, quando facevo il maestro elementare a Palermo, l’ho incontrato prima alla scuola Giovanni Ingrassia di Corso dei Mille e poi presso la sede Rai di via Cerda. Era un uomo di grande cultura e sensibilità. Quando ho saputo dalla radio dell’attentato di via Carini, mi trovavo a Favara e quella notte non sono riuscito a prendere sonno. A lui ho dedicato La Ballata del generale che Joe Marrazzo ha inserito in un Tg2 Dossier.

Il generale Dalla Chiesa non ha fatto né voluto guerre, ha solo servito il Paese. Fabiola Paterniti nel suo libro Tutti gli uomini del generale fa riflettere ognuno di noi e ci consegna una storia densa di emozioni e di storie che incrociano le nostre vite soffermando la sua attenzione sulle persone che hanno lavorato al fianco del generale.

-Chi sono gli uomini che hanno combattuto in prima fila il terrorismo negli anni di piombo? Chi sono gli uomini che agli ordini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa hanno indagato, rischiato, vissuto come clandestini, servito il Paese e la democrazia, per essere dimenticati dopo l’uccisione del loro comandante passato a combattere la mafia?

Questo libro racconta per la prima volta la lotta al terrorismo attraverso la voce dei protagonisti che sostennero il peso di un impegno senza limiti. Ne nasce una storia sincera, per molti aspetti nuova, che smonta sospetti e ricostruzioni fantasiose e restituisce il senso di una grande e generosa esperienza collettiva. Che rivela la strategia di contrasto e il lavoro investigativo, i contesti ostili e le scelte più difficili, ricordando anche i rischi e i sacrifici personali.

Vivono in questa testimonianza appassionante la memoria di una stagione insanguinata, l’amarezza per le calunnie subite in silenzio, l’orgoglio di uomini consapevoli di avere difeso vittoriosamente lo Stato che li ha dimenticati, animati dalla stessa certezza: che lo rifarebbero.

-Quando e come è nato il libro Tutti gli uomini del generale?

Sono nata in Sicilia, una terra che deve tanto a chi ha sacrificato la vita per combattere la mafia. E questi grandi uomini, uccisi barbaramente, sono sempre stati la mia guida per il loro vissuto e per le loro battaglie. Purtroppo, di alcuni di loro si è sempre saputo poco, tra questi il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Così ho cercato di capirne il motivo, studiando gli atti depositati nelle commissioni parlamentari e intervistando coloro che lo avevano affiancato nella lotta al terrorismo e non avevano mai parlato di quegli anni. Insomma, il libro, pubblicato per la prima volta nel dicembre 2015, nasce proprio dal desiderio di far conoscere una storia che non è mai stata raccontata e dalla volontà di omaggiare un grande eroe.

-Come era Carlo Alberto Dalla Chiesa fuori dal protocollo?

Un uomo di grande umanità, di grandi ideali. Il generale ha avuto solo uno scopo in tutta la sua vita: servire lo Stato, le istituzioni, il Paese. Sin da giovane ha indossato la divisa, ed è stato una guida, un padre, un maestro per tutti i suoi più fedeli collaboratori.

-Perché lo chiamavano il piemontese di ferro?

In realtà era piemontese per nascita ma anche per visione dello Stato. Lo chiamavano così per l’amore che aveva per l’ordine e per lo Stato, per la sua coerenza, per la sua condotta integerrima.

-Nel suo libro viene fuori un uomo acuto, rispettoso delle leggi, dello Stato, delle donne, religioso, attento ai dettagli e alla psicologia delle persone…

Sì, era un uomo di valore con un alto senso dello Stato, un militare capace e con una superiorità morale. Era stato un partigiano e in quella veste aveva imparato le strategie che poi utilizzò per contrastare il terrorismo e la mafia. Ma non dimentichiamo che era anche molto colto, aveva due lauree, e, oltre ad essere un grande motivatore per i suoi uomini, era un fine analista che aveva capito, sin dal primo incarico avuto in Sicilia, come andava annientata la mafia. A tal proposito, voglio ricordare un passo dell’ultima intervista, rilasciata a Giorgio Bocca, apparsa su la Repubblica il 10 agosto 1982, meno di un mese prima della morte: “Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”. Credo che questa sia una delle grandi verità che ci ha trasmesso: l’assenza dello Stato crea i veri mostri.

-Chi sono gli uomini del generale, cosa hanno di speciale?

Non sono persone speciali, sono persone normali che hanno fatto grandi cose senza avere alcun riflettore puntato. Uomini che hanno rinunciato alla loro giovinezza, agli affetti, alla famiglia per servire lo Stato e salvare la nostra democrazia. Nel mio libro si svelano per la prima volta e raccontano una storia diversa rispetto a quella che avevamo ascoltato, riportata quasi esclusivamente dagli ex terroristi che non hanno mai preso le distanze dall’eversione.Dalle loro testimonianze emergono tanti elementi importanti: l’impegno e la passione civile che nutrivano nei confronti del loro lavoro, i cambiamenti che il generale apportò in campo legislativo, il suo approccio strategico nella lotta al fenomeno terroristico.Ricordiamo sempre che la storia parte anche dal sacrificio di tante persone che facendo il proprio dovere rendono questo mondo migliore. Purtroppo, spesso i nostri libri ignorano questi vissuti, ma parlarne aiuta anche i giovani di oggi a valutare le scelte da fare nella propria vita.

-Chi c’era dietro al terrorismo, il terrorismo è il figlio ed il frutto proibito del 68?

Parliamo degli anni Sessanta e Settanta, importanti per la nostra storia, anni anche di grande fermento e contestazioni pacifiche nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, i movimenti che ne nascevano puntavano ad ottenere un’effettiva uguaglianza sociale. Non dimentichiamo che sono i tempi delle grandi conquiste, ricordiamo, ad esempio, lo Statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio…Purtroppo questo clima di rinascita culturale e sociale fu rovinato da alcuni gruppi organizzati che preferirono ricorrere alla lotta armata con l’intento di sovvertire l’ordine. Insomma, da istanze positive nacquero anche le storture. E nel mio libro analizzo proprio l’evoluzione di questo fenomeno, partendo dai documenti del generale, da cui si evince la grande presenza e diffusione della cosiddetta ’area grigia’ che supportava i terroristi. Anche così si spiega il clima decisamente ostile con cui dovette confrontarsi il generale.

-Ho letto nel suo libro che la moglie Dora nel funerale, è stata definita dal celebrante la vittima silenziosa del terrorismo, quanta sofferenza ha vissuto la famiglia del generale Dalla Chiesa?

Credo che tanta sofferenza non sia descrivibile. Non dobbiamo dimenticare ciò chei figli hanno dovuto sopportare persino dopo la morte del generale: le accuse infamanti nei confronti del padre.

-In che cosa consiste il metodo Dalla Chiesa?

Il metodo è stato ricordato nei giorni che seguirono alla cattura del boss mafioso Matteo Messina Denaro, proprio per il metodo investigativo che fu applicato in quel caso con grande successo. Comunque consiste nel saper aspettare, non fare il colpo subito, non fare passi falsi, allargare il più possibile le indagini e tener conto del contesto e non solo del singolo episodio. Il generale, raccontano i suoi collaboratori, prima studiava ciò che stava accadendo, approfondiva e passava all’azione solo dopo aver avuto il quadro completo per aggredire l’intera struttura terroristica. Un metodo vincente che portò tanti risultati.

-Terrorismo e Università italiane. In quegli anni alcuni professori universitari sono stati indagati ed arrestati. Cosa è successo con Toni Negri all’università di Padova, si facevano lezioni a porte chiuse per indottrinare i giovani e spingerli al terrorismo?

Il generale aveva chiara la situazione del Paese e denunciò la profonda “ambiguità e immoralità dell’eversione accademica” che usava strutture e soldi pubblici per abbattere lo Stato. In un documento inviato al Ministro Rognoni evidenziò, tra l’altro, l’incredibile vicenda dell’università di Padova e dei finanziamenti del CNR destinati a Toni Negri. Definì le sue lezioni fucine “dove forgiare pedine da impiegare nella guerriglia contro lo Stato medesimo ed ove alimentare intere e giovani generazioni ad odiare e combattere il sistema”. Una denuncia puntuale che fa comprendere la gravità della situazione e il paradosso in cui operavano alcuni docenti.

-Cosa si può aggiungere alla narrazione della nascita del terrorismo in Italia, presso la facoltà di sociologia di Trento frequentata da Renato Curcio?

L’università di Trento è stata una delle realtà più interessanti e vive culturalmente in quel periodo, purtroppo un gruppo di studenti decise di muoversi al di fuori delle regole democratiche, indicando una strada sbagliata: la presa del potere attraverso il ricorso alla mano armata, l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo. In quel contesto nacquero le Brigate Rosse ed io nel mio libro lo racconto con le parole e le narrazioni del generale Sechi.

-Le città italiane durante il periodo del terrorismo erano divise tra paura e reazione. Solo il trenta per cento era disponibile a mobilitarsi in piazza…

Il generale fece un grande lavoro: introdusse la stessa strategia psicologica che aveva già utilizzato in passato contro la mafia e nelle carceri. Mirò a traumatizzare le strutture portanti dell’eversione fino ad intaccarne la credibilità e anche il mito in seno all’opinione pubblica, oltre che nelle stesse file dei fiancheggiatori e dei simpatizzanti. In pochi anni riuscì ad avere il sostegno della popolazione ed è stata la chiave vincente per isolare i terroristi.

-Dalla Chiesa e Joe Petrosino depistavano i mafiosi e la mano nera. Erano molto attenti negli spostamenti. Entrambi sono stati traditi e uccisi a Palermo. C’è una Palermo capitale dell’Art Nouveau e una Palermo di morti ammazzati…

È vero, la Sicilia è una terra di grandi contraddizioni, ma è anche una terra di grande speranza. Purtroppo, il bene non fa notizia mentre il male ha sempre un posto in prima pagina. Detto questo, mi auguro che i giovani di oggi facciano tesoro degli insegnamenti di chi ha perso la vita per salvarci.

-Cosa si propone questo straordinario libro. Qual è il messaggio che vuole dare alle nuove generazioni?

Ho sempre pensato che rinnovare la memoria sia un obbligo morale, una grande lezione per le nuove generazioni, un monito perché alcune storture non si ripetano e pietra miliare nel racconto storico. Perché il racconto storico spesso è stato viziato da testimonianze anche fasulle che hanno descritto il generale come nemico e insabbiato e deturpato le sue gesta. Per questo è importante che i ragazzi conoscano e approfondiscano.

-Mi ha colpito molto una frase: “ Chissà se mai, questo paese avrà un’unica verità! Qual è il significato di questa affermazione?

Viviamo in un Paese che porta nel proprio bagaglio tanti misteri, tante vicende irrisolte. Se pensiamo alla trattativa Stato Mafia, alle diverse stragi con conseguenti inquinamenti di prove, ai tanti pentiti, che in molti casi hanno ritrattato, capiamo quella frase e con amarezza la riconosciamo come elemento strutturale della storia della nostra Repubblica. Però l’amore per la verità deve essere la nostra guida e non dobbiamo mai arrenderci ma pretenderla sempre e operare per risvegliare le coscienze, allontanare l’oblio.

-Può commentare una espressione di Don Luigi Ciotti: “La mafia oggi uccide meno persone ma sempre più la speranza”…

La mafia oggi sicuramente uccide meno ma penetra più facilmente nel tessuto sociale trovando consenso e alleanze. Occorre essere vigili, contrastare le ingiustizie, non bisogna tacere davanti ai soprusi. Perché l’indifferenza, il silenzio uccidono la speranza e la verità.Quando uccisero Borsellino mi trovavo ad un’iniziativa antimafia organizzata da La Rete. Dopo aver ascoltato la notizia alla radio, con molti dei presenti in sala spontaneamente ci recammo alla stazione per andare in Sicilia. Ai tempi ero una studentessa universitaria ed ho un vivo ricordo di quando arrivammo a Palermo: le strade erano piene di cittadini indignati, sui balconi c’erano le lenzuola stese in segno di lutto, giovani che urlavano e mostravano cartelli di condanna alla mafia e tante foto di Borsellino. La ribellione si manifestava per strada e la speranza di un cambiamento era palese. Ricordo ancora quel che pensai: la gente ha capito che non bisogna tacere, occorre prendere posizione e condannare con fermezza, urlare “no alla mafia”. Oggi non è così: c’è un clima di rassegnazione e indifferenza che spaventa.

-La legalità è un bene collettivo per la qualità della vita di tutti?

Sì, proprio così. Occorre educare alla cultura della legalità per avere un futuro migliore, più giusto. La legalità è un valore centrale per la nostra democrazia che va insegnato nelle scuole e in famiglia. Perché ognuno di noi ha una responsabilità grande nei confronti dell’intera società. Le nostre omissioni incidono su tutta la collettività, i nostri silenzi sono il male di questi tempi. Bisogna essere protagonisti, non girarsi dall’altra parte, né delegare altrimenti qualcun altro deciderà per noi e nel modo peggiore.Sono tempi complessi dove la comunicazione tende a non approfondire per fare posto alla velocità dei social e alle istanze della rete, per questo ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte con senso di responsabilità e di riconoscenza nei confronti di chi ha perso la vita e per tenere alto il vessillo della legalità.

-Dopo la morte di Pio La Torre Dalla Chiesa scende a Palermo per combattere la mafia. Palermo è una città molto difficile. Qualcuno ha scritto che da Roma l’hanno mandato a morire in Sicilia e non gli hanno dato i poteri speciali che aspettava da tempo. Il giorno del’agguato in via Carini campeggiava una scritta: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”…

Solitudine e abbandono: sono le due parole che associo agli ultimi mesi del generale. Pagine di dolore che sono state raccontate benissimo da Nando dalla Chiesa nei suoi libri. In Tutti gli uomini del generale abbiamo i sentimenti e le narrazioni dei suoi uomini: le loro parole di dolore e gli atti d’accusa nei confronti delle Istituzioni e di chi, invece di sostenerlo, prese tempo e distanze…

-Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Sicuramente progetti d’impegno civile. Noi siamo il frutto del nostro vissuto, delle nostre letture, esperienze e in un momento così difficile, come quello che stiamo attraversando, in cui i conflitti fanno da padrone, credo che occorra riparlare di pace, di comunità, di eliminazione dei muri.

Biografia

Giornalista professionista, autrice tv. Ha collaborato con testate nazionali e regionali, occupandosi di cultura, di temi di impegno civile , di legislazione antimafia. E’ stata autrice delle trasmissioni ”Servizio Pubblico”, su La7, e di “Cartabianca” su Raitre. Esperta in comunicazione politica ed istituzionale, è stata capo ufficio stampa di diversi gruppi parlamentari e ha seguito la comunicazione dell’Associazione Nazionale Magistrati. E’ stata consigliere nazionale dell’ordine dei giornalisti. Attualmente è responsabile della Comunicazione delle Relazioni esterne dell’Ania.