La recentissima scoperta di tre vulcani nel tratto di mare compreso fra la costa sud-occidentale della Sicilia – quella che lambisce il nostro mare – e le isole di Linosa e Pantelleria, ha sollevato un grande clamore mediatico, un interesse che ha suscitato fascino e timore al tempo stesso, sentimenti contrastanti da sempre legati ai vulcani: e se dal mare dovessero emergerne altri vulcani?
Ma il rinvenimento di questi tre edifici vulcanici non rappresenta una sorpresa, almeno per chi ormai da oltre vent’anni esplora lo stretto di Sicilia, prima per verificare l’eventuale presenza di attività residua nel vulcano Ferdinandea, emerso nel 1831 per pochi mesi e inoltre esplora questi fondali marini alla ricerca di altri vulcani sottomarini, con il rinvenimento nel 2006 di ben sette crateri, sino a quel momento sconosciuti. Queste ricerche del 2006 sono state effettuate a bordo della nave Universitatis, una crociera oceanografica che oltre sette vulcani consentì anche di identificare una grande seamount, una sorta di altipiano che si erge dalle profondità marine, sino ad una cinquantina di metri dalla superficie e dal quale hanno origine i vulcani rivenuti, Ferdinandea compresa; una piattaforma che il 6 maggio del 2006, al cospetto delle telecamere del network National Geographic, ho battezzato Empedocle e che oggi è inquadrata nella topografia ufficiale dell’ONU. Ma le sorprese di quella fortunata crociera non erano terminate, in quanto si rinvennero anche delle enormi fumarole con colonne di degassamento che alla base avevano un diametro di ben 33 metri ed una enorme e misteriosa fossa con un diametro di quasi mille metri, non riferibile ad un cratere vulcanico. Infine, i sofisticati strumenti della Univesitatis identificarono un piccolo cratere nel banco Terribile, che suscitò molto interesse da parte del vulcanologo a bordo della nave, Giovanni Lanzafame (dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania): la forma di quel piccolo cratere, bassa e slargata come i vulcani dei campi Flegrei di Pozzuoli o come l’antico cratere di monte Somma del Vesuvio, appariva non compatibile con una eruzione sottomarina: questo cratere potrebbe essersi formato in seguito ad una eruzione sub-aerea, cioè terrestre, in un’epoca in cui esistevano dei ponti di terra che collegavano la Sicilia all’Africa.

Una esperienza esaltante, è stata l’esplorazione sottomarina di questo cratere appena scoperto, effettuata dal sottoscritto dopo la verifica mediante un veicolo automatico a guida remota (ROV), di assenza di attività vulcanica: per questo motivo il comandante della nave da ricerca, ha battezzato il cratere MAC 06. Quella crociera ha aperto la strada ad altre campagne di ricerca, come quella condotta nel 2004 con la nave Astrea, quando si esplorò con un ROV il big hole da mille metri di diametro rinvenuto nel ’97, scoprendo che si trattava di un cratere da esplosione non di magma, ma di metano, cioè un enorme pockmark, uno dei più grandi mai rinvenuti nel Mediterraneo!
In seguito sarà la volta dell’OGS, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, una missione coordinata dal ricercatore Emanuele Lodolo, uno dei maggiori conoscitori della geodinamica dello stretto (o canale) di Sicilia, che nel 2019 scoprì sei vulcani nelle acque tra Selinunte e Sciacca, lo stesso studioso che in questi giorni, è stato tra i coordinatori della ricerca condotta con una unità navale tedesca, la Meteor che ha consentito di rivenire altri tre vulcani.
Con Emanuele Lodolo con il quale esiste un consolidato rapporto di collaborazione, si stanno pianificando delle immersioni nei tre vulcani appena scoperti, con l’assistenza logistica della Lega Navale di Sciacca, dato che la profondità di questi edifici vulcanici, rispetto alla superficie è di circa 40 metri; le immersioni sono finalizzate al recupero di rocce e sabbie piroclastiche; lo studio di queste rocce basaltiche consentirà di far luce sulla natura di questi vulcani, sulla loro origine e sull’epoca delle loro emersione: si tratterà di un’altra prima volta, in seno ad un vulcano sottomarino mai raggiunto dall’uomo.

Ma questa ricerca potrebbe spingersi oltre: l’evidenza che alcuni di questi vulcani sarebbero emersi non in un ambiente marino, bensì sub-aereo, sarebbe la conferma dell’esistenza dei collegamenti tra Sicilia e nord-Africa, una scoperta che potrebbe avere anche notevoli riscontri in paleontologia e persino in antropologia, dato che questi ponti di terra potrebbero essere quelli che hanno consentito il passaggio dal continente africano a quello europeo, di animali e di ominidi, proprio quando questi vulcani eruttavano in modo spettacolare di giorno alla luce del sole ed illuminavano le notti stellate di diecimila anni fa.
Mimmo Macaluso,
Ispettore Onorario dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana in materia di Geologia Marina





