Ritratti: direttori della fotografia del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Daniele Ciprì

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La prima volta ho incontrato Daniele Ciprì e Franco Maresco presso gli studi della Rai di via Cerda. Ricordo di averli intervistati nel 1988 per la radio regionale insieme a Marilena Monti. Era l’anno dell’uscita di Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Mi ha colpito molto la loro cultura sulla settima arte e la visione rivoluzionaria del cinema di Daniele, la sua determinazione e l’originalità, tutti elementi che ricompariranno con forza nella sua storia futura, che avrebbe rinnovato il cinema italiano. Era il presagio del successo che avrebbe avuto con i suoi film, che avrebbero cambiato il modo di fare cinema, dissacrando un certo modo di raccontare la Sicilia patinata e scritta a tavolino dagli sceneggiatori romani, restituendo quella Palermo popolare “perduta”, con la realtà degli ultimi, dei disperati, che hanno tanto da raccontare e nascondono nelle pieghe della loro anima molti segreti e con la poesia immutata dei quartieri popolari, rappresentando la storia, il fascino e la bellezza stessa della città di Palermo. Ciprì ha lavorato con Roberta Torre e con i più grandi registi italiani. La luce scelta nei suoi film è un chiarore speciale che ci riporta al noto pittore Michelangelo Merisi conosciuto da tutti come Caravaggio. Daniele mi ringrazia per l’accostamento a Caravaggio e mi dice- “Io non invento nulla, la luce la copio, la imito dalla realtà”… Cinico Tv è stato un programma cult della Rai dove con Franco Maresco ha intervistato il “peggio” della società, con ospiti agghiaccianti e surreali, sullo sfondo di una Sicilia lunare, desolata ed isolata dal mondo in clip in bianco e nero. “ Daniele Ciprì è profondamente legato al cinema del passato, ama i film di Pietro Germi Il nome della legge, Sedotta e abbandonata, il Ferroviere, Il Cammino della Speranza, sono film che definisce il cinema allo stato puro. Molti non sanno che Ciprì oltre alle mille cose che fa collabora attivamente al restauro di alcuni film presso la cineteca di Bologna e in questo lavoro molto importante mantiene il massimo rispetto per la fotografia, per il sonoro e per le scelte del regista. Ha collaborato per il restauro dei film di Fantozzi di Luciano Salce, Febbre da cavallo di Steno ed altri film. Oggi il cinema secondo Ciprì è intossicato dalle cianfrusaglie ed è diventato una specie di strano intrattenimento che deve fare i conti con il produttore, al punto che l’autore arriva a scomparire, è controllato a vista da un canone che stabilisce la produzione. Il cinema viene fatto dall’artigianato e dai sentimenti che hai dentro la tua anima. E’ sua la fotografia dell’attesissimo film Spaccaossa di Vincenzo Perrotta che sarà presentato il 24 novembre alla Casa del Cinema di Roma.

Ma andiamo a conoscere meglio Daniele Ciprì.

-Tuo papà faceva il fotografo nei matrimoni. Posso affermare che la macchina fotografica è stato lo strumento fantastico che ha introdotto la tua storia, l’oggetto che ti ha fatto avvicinare al cinema?

Il discorso è che sono nato in una famiglia di artigiani, mio padre riparava le macchine fotografiche. Avevamo una bottega. Dopo anni abbiamo aperto un negozio di fotografia, dove lavoravamo io e mio fratello, così abbiamo avuto la possibilità di conoscere molti aspetti tecnici sulla fotografia. Mia madre stava al bancone. Il cinema l’ho conosciuto perché mio padre oltre a fare il lavoro professionale, che comprendeva l’attività che svolgeva nel negozio, mi portava spesso al cinema, aveva una grande passione per i film. Con lui ne ho visto tanti e di diverso genere, dai western, ad altri film che proiettavano in quegli anni. Mi riferisco alla fine degli anni 60 e agli inizi degli anni 70.

-Qual è il primo film che hai visto?

E’ un po’ complicato rispondere a questa domanda, ormai ho una certa età ed è veramente complicato ricordarmelo. I film che allora vedevo erano i film epici, quelli delle parrocchie, vedevo Ercole al centro della terra di Mario Bava, tutto il cinema che era quello degli artigiani, poi crescendo man mano cominciai a vedere i film di John Ford, i western. Poi cominciai a vedere Orson Welles. Sono cresciuto e sono andato a vedere film molto più possibili per quelli della mia età, ma all’inizio i film erano quelli che vedevano i ragazzini nel cinema di parrocchia che ho frequentato. Andavo al Don Bosco. C’era una sala e da bambino andavo a vedere questi film, Ercole al centro della terra, con un montaggio un pò sballato. Questi film poi andavano in seconda visione…

-Come sei arrivato a Cinico Tv un programma Cult eccezionale che ha fatto la storia del cinema italiano ed ha incollato milioni di persone al teleschermo. In questo lavoro c’è una certa visione della vita e della società, c’è un modo in cui tu e Franco Maresco avete fatto cadere i luoghi comuni di Palermo, raccontando un mondo che nessuno aveva mai raccontato prima e alla vostra maniera, scioccando qualche critico professionista. Quando vi è venuta l’idea e da che cosa è nata?

Intanto, Cinico Tv viene molto dopo, rispetto a quello che raccontavo all’inizio. Poi piano piano ho conosciuto altri artisti, che adesso sono anche loro cresciuti, perchè oltre a fare i matrimoni, battesimi e cose varie avevo degli amici in teatro da Roberto Andò a tutti quelli che comunque, adesso sono diventati qualcosa e qualcuno. Lavoravo in una cooperativa che era quella di Giuseppe Tornatore la CLCT di Giovanni Massa e Sergio Gianfalla, dove ho conosciuto Roberto Andò e il mio amico Giovanni Franco, da prima e Gian Mauro Costa. Quando ero libero andavo a fare queste cose. L’incontro con Franco fu molto anomalo, perché io venivo dal servizio militare pur facendo il fotografo, da militare ero stato bersagliere ma avevo cominciato a fare il fotografo per una rivista che si chiamava il Quadrante, una rivista dell’esercito. Mi hanno sfruttato anche i militari di leva, ma facevo i Festival, il fuori Valle Piana, insomma tutti i Festival dove l’esercito prestava i proiettori per i film e quindi dava la possibilità a un Festival di crescere, senza avere delle spese in più. Finito il militare io cercavo una nolo film a Palermo, e guarda caso in via Sammartino, incontrai Franco Maresco. In questa bottega cominciammo a parlare di film e di cinema a tutto campo. Nel nostro primo incontro di fatto eravamo quattro amici, Umberto Cantone, Roberto Giambrone, io e Franco Maresco. Abbiamo iniziato un lavoro sul cinema, sui montaggi su John Ford, montaggi sui film che avevamo visto da ragazzi, studiando proprio il modo di come giravano allora i film, dopodiché il rapporto con Franco Maresco fu molto più legato rispetto agli altri, nel senso che eravamo più complici, ognuno con le proprie ossessioni e le proprie passioni, così iniziammo a fare delle cose in televisione, quando dico televisione intendo dire all’interno, con personaggi strani, che comunque in parte conosceva Franco perchè venivano in quella bottega. Ognuno di noi aveva dei ricordi dell’infanzia con personaggi strani. Cominciammo a realizzare dei programmi in una televisione privata che era ITC che poi si chiamò TVM, che era della mia ex moglie e iniziammo l’attività in questa televisione, che ci permise di realizzare dei programmi. Ci guardavano anche delle persone straniere, Mimmo Lombetti, Didi Gnocchi che facevano un programma a Italia Uno che si chiamava Isole comprese. Dopo questa avventura con la Tv privata insieme a Franco Maresco decidemmo di fare la televisione all’esterno e quindi cominciammo a studiare un modo per raccontare la nostra terra con il cinema, togliendo tutti i clichè, del colore, dei carretti siciliani, dei pupi siciliani, cominciammo a scolpire le figure con un’immagine che ricordava il cinema. Parallelamente narravamo dei corpi che raccontavano la nostra terra, quindi la disperazione, l’abbandono, la mafia per certi versi, con i quartieri abbandonati e l’umanità perduta di Palermo, ma ancora di più, scavammo e iniziammo a fare il post apocalittico nel senso che il mondo era finito e quindi erano rimasti in vita solo questi personaggi. Infatti non c’erano donne, bambini, c’erano solo maschi. Iniziammo a divertirci per certi versi, a fare della televisione con questi marziani, con questi uomini che comunque non esistevano, erano in mutande, cominciavamo a spogliarli a non avere niente del contemporaneo, ad avere un’immagine ed un immaginario della nostra idea di cinema, eravamo assolutamente anomali.

– Il rapporto tra i tuoi film e il lavoro di Pier Paolo Pasolini, con le descrizioni dei ragazzi di borgata e di vita. Hai mai pensato a Pasolini ai suoi ambienti cinematografici e ai suoi scritti corsari mentre giravi?

Pasolini era assolutamente nelle nostre corde, ma non abbiamo mai fatto un riferimento mentre giravamo, avevamo del cinema quello si, sicuramente non facevamo citazioni, ma facevamo ricordi, io le chiamo evocazioni, io ricordavo anche Pasolini, nel suo cinema c’era la periferia, c’erano i ragazzi, ma noi non raccontavamo ragazzi ma raccontavamo uomini sperduti in un mondo che non c’è più. Posso affermare che oltre a Pier Paolo Pasolini c’erano Ciprì e Maresco. Mentre Pasolini era un poeta, era un grande poeta, noi siamo stati degli artigiani del cinema. La critica ha scritto che c’è tanta poesia anche nei nostri film con Padre Camarda e le statue, la gente si commuove quando vede quelle scene. In quel contesto oltre alla poesia, c’è una maniera molto originale nel descrivere con le immagini il mondo palermitano, ed è veramente stupendo raccontare la Sicilia con certi i suoi personaggi che sembrano usciti dall’immaginario di un grande scrittore, come nel caso del ritorno di Cagliostro o di altre storie…

-Hanno pubblicato dei libri su Ciprì e Maresco?

Si. Ne hanno pubblicati tantissimi.

-Ad un certo punto della tua vita diventi un importantissimo direttore della fotografia riuscendo a dare un tocco originale a questa professione. Quando esce un film e la gente legge che la fotografia è di Daniele Ciprì, si convince che vedrà un film importante, perché nel cinema lasciamelo dire la fotografia è tutto. Qualcuno che di cinema ne sa più di me ti ha paragonato al grande maestro Vittorio Storaro. E qui scrivo una cattiveria, una diceria, qualcuno ha detto: “Ciprì ha fatto carriera nel momento in cui è finito il ”matrimonio con Franco Maresco”… Come sei riuscito a personalizzare la fotografia nel nei tuoi film?

Riconoscevano tutti una padronanza nel sistema tecnico nei miei confronti, ti sembrerà strano, ma non ho mai pensato né di diventare regista, né di diventare direttore della fotografia. Lo dico sempre nelle scuole è capitato tutto perché c’è la passione, perché c’è un modo di pensare, un’esigenza di raccontare delle storie e quindi ci sono andato a cascare e sono diventato sia un direttore della fotografia, sia un regista. Il direttore della fotografia lo facevo già prima ancora di Luca Bigazzi, nel senso che quando venne Luca Bigazzi fu una mia scelta, lui ha fatto il direttore della fotografia in alcuni miei film, Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte. Fu una mia scelta perché io volevo dedicarmi di più alla regia che alla fotografia. Con Luca siamo molto amici, lui venne a fare tutta una serie di cose, anche perché gli attori si prendevano molta confidenza e non avrei potuto finire le riprese, quindi cercavo un nordico, un professionista che mi badasse le cose che comunque erano già a tavola, nel senso che il mondo che lui ha fotografato era già un mondo filmato, perché ancora prima dello zio di Brooklyn e di Totò che visse due volte nasceva Cinico Tv, nasceva tutto un tipo di immagine del cinema. Quindi il direttore della fotografia non è uno che mette le luci, il direttore della fotografia deve immaginare i luoghi da realizzare, le scene, le situazioni. E’ lui che ha la maggiore responsabilità del film, tutti gli altri sono importanti ma lui è fondamentale. Infatti, tutto questo viene abbastanza naturale, quando poi iniziai a lavorare con Franco, l’unica regista che ha lavorato con me è stata Roberta Torre, perché non volevo assolutamente fare il lavoro indipendentemente dalla coppia, perché non volevo tradire i nostri obiettivi, il lavoro nostro. Se avessi fatto altri film sarebbe venuto a mancare l’ispirazione e la motivazione, io avrei potuto fare il direttore della fotografia a 20 anni, ho fatto una scelta di raccontare delle cose, raccontare un certo mondo ed ho fatto Cinico Tv, ho fatto tutto il percorso dopodiché altri registi mi chiamavano per fare dei film ed io dicevo di no. Mi chiamò anche Marco Bellocchio per fare dei film nel passato e il primo film che feci con lui fu Vincere, perché ho scelto di fare le mie cose. Poi è capitato che con Franco ci siamo separati ed io sono riuscito a gestirmi sia nell’attività come direttore della fotografia e sia come regista.

-Cosa stai facendo di bello?

Adesso sto preparando un altro film che girerò il prossimo anno, ho una grande indipendenza da questo punto di vista .

-Dove vivi tra Palermo e Roma?

A Roma, perché non mi conviene più rimanere a Palermo. Avevo una casa a Siracusa ma non ci andavo mai, mi ero allontanato pure da Palermo. Dopo ho deciso di affittare una casa a Roma, ho già cambiato tre zone. Da qui mi posso muovere meglio.

-Cosa pensi dei grandi registi del cinema italiano che hanno fatto scuola in tutto il mondo?

Penso, che dovrebbero ritornare. Siamo al disastro più totale!Nel senso che il cinema di oggi ormai è diventato un’altra cosa, all’inizio come ti dicevo c’era un’esigenza di raccontare. Fellini aveva i suoi luoghi, i suoi incubi, era un artista, era un grande regista come lo era Antonioni come lo era Bertolucci, come lo è ancora in vita Marco Bellocchio. Ci sono dei registi che comunque non possono essere assolutamente sostituiti, ti parlo di Feltri, di Risi, di De Sica, di registi che non potranno mai più esistere perché stavano attenti ai dettagli, ai luoghi, al testo, alla musica, alla fotografia, all’interpretazione. C’era un altro mondo ed un altro modo di porsi di fronte al cinema, basti pensare al rapporto tra il compositore Nino Rota e Federico Fellini una vera magia. Adesso c’è troppa spiegazione troppa cultura, troppo dire si, questo, quell’altro, uno due e tre, uno due e tre, invece questi registi che scrivevano bene avevano un motivo di esistere ed anche un’esigenza di fare il cinema. Così nascevano dei piccoli capolavori che non dimenticheremo mai. Oggi ci hanno abituati a film lunghi, alla serialità, ed è diventato tutto insopportabile, tutto calcolato, non c’è neanche il rispetto per il pubblico. Quando faccio i miei film dico sempre che evocherò continuamente i registi, lo faccio di nascosto, ma lo faccio perché non riesco a rimuovere il passato. Il vecchio cinema mi ha dato tanto, mi ha dato la possibilità di imparare, perché io non ho fatto scuole di cinema e quindi ho un grande rispetto per tutti gli artisti del passato ed anche per i contemporanei, più per quelli del passato, perché quelli presenti si sono adeguati ad un tipo di narrazione che sinceramente non mi appartiene.

-Cosa pensi di quelle persone che a casa hanno Una Tv di 75 pollici e ti dicono convinti che hanno il cinema in casa?

Se prendi Netflix, Disney, Amazon prime video, e altre piattaforme, la pubblicità non c’è, ma il problema del cinema non è lo schermo grande, non è la sala perché è grande è il luogo dove la proiezione è tecnicamente perfetta. Andare al cinema è un rito collettivo, stare insieme ad altre persone, guardare le facce dopo il buio che ti comunicano le loro emozioni alla fine del film, anche senza proferire una sola parola. Per un regista è molto importante sapere e conoscere le emozioni di una sala.

-Ti è mai capitato di entrare in una sala cinematografica come un qualsiasi spettatore a vedere un tuo film?

Lo faccio sempre!

-Il regista Federico Fellini diceva che non andava mai vedere i suoi film al cinema, fatti i film come i figli grandi, se ne vanno per la loro strada!

E’ probabile che lui avesse questo rapporto, però la sala lo dice pure Alfred Hitchcok in una sua storia, l’ha raccontato in un’intervista, che sentiva l’emozione dello spettatore e sapeva dove aveva o non aveva indovinato una suspense. Guardando un film in tv, tu sai soltanto l’auditel che alla fine sono solo dei freddi numeri, ma non avrai mai la sensazione che il tuo film venga o non venga apprezzato. Hai soltanto la possibilità di conoscere la quantità di persone che l’hanno visto. A chi invece compra i televisori giganti faccio i miei complimenti, a casa avranno una bella visione tecnicamente come anch’io ce l’ho, che sicuramente non sostituisce la sala, nel senso non tecnico, ma la sala condivisa con tante persone. Io e Maresco avevamo un cinema indipendente nel quartiere Bonagia che si chiamava Lubitsch, un cinema di frontiera e quando la gente non arrivava io soffrivo, perché già lì negli anni 90 iniziava a sgretolarsi questa settima arte. Ora, ancora di più, a causa del Covid e quindi tutti i mezzi “elettrodomestici” come li chiamo io, hanno preso potere e comunque trattengono la nostra vita con storie belle e meno belle, però che ben venga la televisione che manda i film e non manda stronzate e che non pretenda di essere vista. Per me la Tv di stato potrebbe chiudere, non ha identità ed è lontana dai sogni e dai bisogni della gente. I film che ben vengano in Tv, ma quando voglio vedere un film scendo da casa e scelgo di vedere un film, entro in una sala e trovo pure la gente, non amo stare nella folla, però sicuramente il discorso di considerare un film visto insieme, aumenta ancora di più un’esperienza. E’ uno spettacolo unico, come andare al teatro, il cinema ha questo sipario che si apre, uno schermo che si illumina, la sala è buia e quindi senti dentro le emozioni ed entri in una bella storia che ognuno vive a suo modo!

-Quali sono i tre film che tutti siciliani dovrebbero vedere?

Sono molto complicato nella scelta, ma un film che mi è rimasto nel cuore e non riesco proprio a scollarmelo è Ordet di Dreyer. Non riesco a staccarmi è un film con labirinti mentali, malattie e morte. Si parla anche della morte ma è un film meraviglioso. Per me è il film più bello che ho visto in tutta la mia vita. Si tratta di un capolavoro assoluto. Poi ci sono altri film anche nel contemporaneo mio. Il segno me l’ha lasciato Stanley Kubrich ed altri registi, anche loro hanno evocato il vecchio cinema facendolo loro, perché Kubrich secondo me è stato un regista che ha realizzato sempre lo stesso film. Ma ci sono anche i film italiani che mi hanno affascinato da Fellini ad Antonioni. Non ricordo tutti i titoli, ma un film come Otto e mezzo che riconoscono anche gli stranieri è di un’originalità unica, un labirinto mentale, la storia dell’universo della propria vita. Quelli sono i film che ti segnano poi ci sono film belli che ti intrattengono, altri che ti divertono, altri ancora drammatici. Poi c’è John Ford che comunque era un militare, c’è un aspetto del mio cinema che è abbastanza vasto, ma i film che mi hanno segnato sono più che altro questi. Ero più portato all’idea di raccontare e avevo un mio modo e Dreyer è stato secondo me un segno forte.

-Luchino Visconti con il suo film Il Gattopardo ha superato il libro di Tomasi di Lampedusa?

Il Gattopardo è un film indimenticabile, quello che non ho mai sopportato anche era la logica, quel ballo infinito che non finiva mai con quelle candele e con tutta quella storia che sappiamo… Il film è un capolavoro e Visconti in quegli anni era un regista talmente enorme, era un borghese di grande cultura.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Dopo tanto tempo finalmente sto preparando, anche se ho fatto dei cortometraggi uno è andato a Venezia che è la storia della fornace di Salvatore Maiorana, girato in Sicilia. Sto preparando un film che dovrebbe partire se Dio vuole l’anno prossimo e girarlo a metà anno. Sto facendo una riflessione sempre sulla famiglia. A me piace raccontare l’umanità, ma sempre in un luogo sconosciuto, sempre con una caratteristica, ma con una grande riflessione su padre Pio o su una storia nella quale c’è la poesia e letteratura. Ho dei collaboratori nella scrittura che cambio di tanto in tanto. Ho un immaginario vasto del cinema e della realtà, l’idea di base è un input che mi arriva e costruisco una storia, un film e questa volta mi è arrivato, sono pronto per cominciare. L’anno prossimo ci sarà in mio film sto continuando a fare altri film come direttore della fotografia, mi dovrò fermare per qualche mese. Per fare il mio.

Biografia

Daniele Ciprì (Palermo, 17 agosto 1962) è un regista, sceneggiatore e direttore della fotografia italiano, conosciuto perlopiù per la sua collaborazione in coppia con Franco Maresco.

Ha iniziato la sua carriera giovanissimo lavorando alla regia televisiva e montaggio video su una delle prime emittenti televisive Palermitane ovvero: TVC-Tele Video Color (l’emittente cambiò denominazione in Tele Gran Prix divenuta poi l’attuale Sicilia Uno) prima del cambio effettivo del nome che attuerà l’emittente andrà a lavorare per un’altra tv Palermitana ancora oggi attiva essa è la storica: TVM-Tele Video Market sempre in regia e montaggio video. Si farà poi conoscere per i suoi lavori alla regia in coppia con Franco Maresco nel duo Ciprì- Maresco, nella serie di Sketch di Cinico Tv in onda su Raitre e in vari film. Tra il 1995 e il 1998 è alla regia di film come Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte, con quest’ultimo che suscita scalpore e forti reazioni da parte degli addetti ai lavori. Nel 2008 il duo artistico si scioglie e Ciprì prosegue la carriera da solo.

Nel 2002 ha debuttato a teatro con Palermo può attendere. Nel 2005 ha scritto e diretto lo spettacolo teatrale Viva Palermo Viva Santa Rosalia con Franco Scaldati e Mimmo Cuticchio.

Come direttore della fotografia ha lavorato al fianco di registi del calibro Renato De Maria, Marco Bellocchio e Roberta Torre.

Nel 2009 ha vinto al Chicago International Film Festival il premio della fotografia per Vincere, per il quale si è aggiudicato anche numerosi premi in Italia. Con il film E’ stato il figlio (2012) si è aggiudicato il Premio Osella per il miglior contributo tecnico alla 69° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nel 2013 ha vinto il Nastro d’argento d’argento al regista del miglior film. Nel 2014 realizza La buca, uscito a settembre, con Rocco Papaleo, Sergio Castellitto, Valeria Bruni Tedeschi. È docente di regia presso l’Accademia di Cinema e Televisione Griffith di Roma.

Nel 2016 è stato autore della fotografia del cortometraggio La Viaggiatrice di Davide Vigore presentato alla 73ª Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Si ringrazia Salvatore Indelicato per la scelta e la ricerca delle foto di Daniele Ciprì.