Ritratti: scrittori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Vito Lo Scrudato

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Ho conosciuto Vito Lo Scrudato a Filàga molti anni fa quando contava tra i dirigenti fondatori del Movimento per la Democrazia La Rete e collaborava con il Giornale di Sicilia.Mi ha fatto un’intervista molto particolare che ancora conservo. Poi ci siamo incontrati nella magica città di Cammarata, il paese bomboniera, la città scrigno dove nel 1987 è stato girato il film basato sull’omonimo romanzo di Enzo Lauretta La sposa era bellissima per la regia di Pàl Gabor. Cammarata per me è come la città dei sassi Matera.

Ora, non ricordo bene se qualche anno fa ci siamo incontrati a San Giovanni Gemini o a Cammarata per la festa del Santo patrono e poi più volte nelle scuole di Palermo, all’università per i corsi sul dialetto con il professore Giovanni Ruffino e altre volte al liceo Umberto, la scuola che Vito dirige con passione e competenza fino alla perfezione come un direttore d’orchestra dove le note bisogna suonarle ed esporle una per una con grazia e talento. Il mestiere del dirigente scolastico è diventato sempre più difficile nella società liquida, ma il professore Lo Scrudato si è distinto per le scelte e le grandi competenze culturali e organizzative. Lo Scrudato è apprezzato da tutti i siciliani, è il fiore all’occhiello dei dirigenti italiani che lo conoscono soprattutto per i suoi libri.Abbiamo in comune la passione per la musica, per i libri, per lo scrittore Leonardo Sciascia, per la letteratura e per il Cinema d’Autore

Vito Lo Scrudato, docente e scrittore cammaratese inurbato a Palermo dopo lunghi soggiorni in Germania e Austria, tenta un bilancio della sua vita professionale e di impegno intellettuale. Suggerisce anche una ricetta d’esistenza, le istruzioni per l’uso della vita, per vivere infine felici!

– Tu sei il preside di un liceo classico grande e perciò impegnativo. Tuttavia riesci ancora a scrivere e a pubblicare sempre e ancora nuovi libri. La scrittura sempre e comunque dunque!

Si, confesso: la scrittura è stato un amore sempre vivo, che si è fatto strada in qualunque condizione esistenziale e professionale. Nel mio futuro, e finché vivrò, l’attività di scrittura si prenderà tutto il mio tempo e le mie energie.

–L’insegnamento e la scuola sono state anch’esse un grande amore! E’ così?

L’essere un operatore della formazione mi gemella proprio a te, caro Maurizio, maestro di grande vocazione, artista etico e profondo. Ti devo raccontare che i tuoi dischi, in vinile allora, sono stati una colonna sonora allegra e formativa per le mie due figlie, nella nostra casa di Cammarata, prima del trasferimento a Karlruhe, nella valle del Reno in Germania. Le storie di un maestro, la tua voce, i tuoi testi, la tua fisarmonica, risuonavano allora assieme alle vocine e ai giochi di Laura e Giulia, oggi adulte, entrambe medico, le quali ancora nelle visite nella casa di Cammarata non mancano di riaccendere il giradischi Technics con casse Pioner, uscire dalla busta i tuoi vecchi LP a 33 giri e riascoltarli con grande emozione. La musica, quella buona, e non la tanta munnizza che è circolata e circola, ha accompagnato la vita di tutta la mia famiglia, parlando della quale mi piace ricordareil ruolo fondamentale di mia moglie Rossana, con la quale tra fidanzamento e matrimonio, abbiamo messo insieme ben 42 anni di vita comune!

– Matrimonio longevo! Avete una formula segreta?

Certo! Rialzarsi dopo ogni caduta, accettando dell’altro/a limiti e difetti che col passare degli anni ci sono sempre più noti! E questa è la parte più complicata dell’esercizio! Superare i momenti di difficoltà eroga il premio di una relazione sempre più intima e completa!

– E la scuola è l’altro grande amore, giusto?

L’attività didattica e formativa è un amore e una vocazione alla quale ho dedicato la maggior parte del mio tempo e delle mie energie: ho insegnato per sei anni italiano, per incarico del Ministero degli Esteri, presso l’università Gutenberg di Magonza in Germania, associando alla docenza, l’attività di ricerca, conseguendo nello stesso periodo un dottorato di ricerca poi pubblicato con l’editore Peter Lang di Francoforte e Zurigo. Da preside del Liceo classico “Umberto I” di Palermo ho agito nella consapevole direzione di internazionalizzare il corso di studi, fondando la sezione internazionale tedesca e le sezioni Cambridge che stanno dando esiti formativi formidabili. Inoltre per sfatare un infondato luogo comune, che riguarda i licei classici, ho dato impulso con altrettanta consapevolezza, ad un deciso approfondimento delle discipline matematico scientifiche tecnologiche e strutturato un affollatissimo corso biomedico operante nel triennio superiore, con esiti ancora una volta eccellenti. In questi anni di dirigenza ho avuto la grande fortuna di confrontarmi, sia al Liceo Scientifico Basile di Brancaccio, che ho diretto per 4 anni, sia al Liceo Umberto I, dove inizio il dodicesimo anno di servizio, con un corpo docente che ha offerto eccellenti competenze nelle discipline d’insegnamento e alte competenze aggiuntive, maturate per interessi e vocazioni culturali e artistiche. Mettere all’opera tutto questo patrimonio è stato il mio compito più difficile e nel contempo esaltante. Riuscire a dare valore a tutte le competenze presenti nel corpo docente è il compito più difficile che si trovano ad affrontare i presidi al tempo della scuola dell’autonomia. Ma non ci sono sconti scuse o alibi: se si vuole realizzare in pieno l’interesse degli allievi e del territorio, bisogna vivere il nostro tempo da svegli, attenti, ricettivi, in posizione di ascolto e facendo appello ad una buona dose di coraggio, per le iniziative che si crede essere utili, indispensabili addirittura.

–Torniamo all’amore per la scrittura. Ci vuoi parlare del nuovo libro “L’editto della diaspora – sette giorni per la libertà” edito da Ottavio Navarra?

Il romanzo storico è la rivisitazione, scevra da visioni ideologiche e pregiudiziali, della diaspora degli ebrei dai domini spagnoli per effetto dell’editto di Ferdinando ed Isabella del 1492 che dispiegò il suo effetto anche sul mio paese, su quella Cammarata governata duramente dal Barone Antonio Abatellis, dove viveva in pace e proficuamente una piccola comunità giudaica. Gli ebrei cammaratesi non solo hanno dovuto lasciare la loro casa e i loro averi e affetti, ma erano stati rinchiusi dall’Abatellis nella loro stessa piccola sinagoga e lì lasciati senza vestiti, senza cibo e senza effetti igienici, finché dopo sette giorni furono liberati per volontà del viceré di Sicilia De Acuna a cui erano riusciti a far recapitare una commovente supplica. “L’editto della diaspora – sette giorni per la libertà” ricostruisce il plausibile coinvolgimento della comunità cattolica dei cammaratesi – sempre in guerra col barone Abatellis – nel recapitare fino a Palermo la supplica e nel dare un esito più umano ai dettami dell’editto. In tutto questo c’è la ricostruzione fantasiosa di una storia d’amore tra una giovane giudea e un ragazzo cammaratese.

– Un romanzo storico scritto a quattro mani con una giovane autrice del tuo paese, che porta peraltro il tuo stesso inconsueto cognome.

Si, il nostro è un cognome singolare, credo che esita solo a Cammarata, dove però è presente da più di cinquecento anni. Scrivere con Roberta Lo Scrudato – non ci sono legami di parentela – è stato un esperimento, direi, da laboratorio, dato che la scrittura in linea di principio, e nella pratica ordinaria, è un’attività individuale. Ho scritto volumi con altri autori, uno con i bravissimi Bernardo Puleio e Mario Pintacuda (Sicilitalia, Vittorietti, Palermo, 2018), ma in quel caso ciascuno ha affrontato un tema diverso sviluppandolo in forma autonoma. Questa volta invece si è trattato di sviluppare diversi personaggi della stessa storia: io mi sono assunto il compito di raccontare l’eroe maschile e di fornire la documentazione storica, i tratti della cultura ebraica, il contesto di civiltà di quella Sicilia di oltre mezzo millennio fa. La coautrice ha espresso, con la sensibilità di una giovane donna, il mondo affettivo dell’eroina giudea.Nella pratica di scrittura poi il lavoro è stato largamente realizzato individualmente, di fronte alle nostre tastiere, nei nostri luoghi di lavoro, se si fa eccezione per una sessione comune di correzione. La redazione finale è invece stato il frutto di un intervento della bravissima editor della casa editrice Navarra Virginia Geny Asaro che è intervenuta per cercare di rendere la narrazione omogenea, per quanto possibile, insomma funzionale al procedere dell’unica vicenda. Si è trattato di una pratica di scrittura faticosa e sofferta. Infine però pensiamo che ne sia valsa la pena: il libro oltre che aprire uno squarcio nuovo su una vicenda mai narrata in modo esaustivo prima d’ora, si porge come una lettura piacevole ed interessante. Ma non voglio dire altro per non rovinare la sorpresa al lettore. E poi in cantiere c’è già dell’altro.

– Sconveniente parlarne?

In questo caso non sono superstizioso. Ma voglio solo dire che si tratta dell’elaborazione di un personaggio nuovo che sta dimostrando di volere rimanere in vita oltre il primo romanzo.

– Come ha fatto il commissario Montalbano col suo autore Andrea Camilleri?

Non trovo adeguato il paragone e non lo dico per falsa modestia. In realtà pur partendo dallo stesso contesto sociale – entrambi giurgintani: marinisi lui e muntagnisi io – e dalla stessa cultura profondamente siciliana, l’esito è diversissimo. In generale nella creazione narrativa il personaggio riproduce salienti caratteristiche del suo creatore, perciò in qualche misura la nuova creatura potrebbe somigliarmi, ma a questo punto non voglio più aggiungere niente!

– La storia assieme alla letteratura ha segnato un decisivo centro di interesse per te nell’attività intellettuale e di scrittura.

Si, è inevitabile ed è una costante per gli scrittori siciliani, i quali non hanno mancato di scrivere frequentemente di streghe e di briganti. Nel mio La magara – Processo inquisitoriale nella Sicilia del Cinquecento, come fu per Leonardo Sciascia, mi sono confrontato con un fenomeno decisivo per la storia siciliana, l’inquisizione nella versione peculiare ispano sicula, diversa e più repressiva rispetto a quella operante nel resto d’Italia. Il libro ebbe la felice sorte d’essere pubblicato dall’editore Sellerio nella collana dei Quaderni di Storia. L’altra grande indagine di storia riguarda il brigantaggio postunitario nel periodo in cui si andava affievolendo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un vasto territorio il cui baricentro era proprio il mio paese, Cammarata, che fu scelta dal brigante Ciccu Paulu Varsalona, quale capitale del suo nefasto Regno. Il volume è stato pubblicato dall’editore Vittorietti di Palermo e rappresenta un esaustivo studio sul fenomeno e una dilettevole lettura intrisa di nostalgia per averlo io scritto nei miei anni di esilio oltre Brennero in Germania.

– Ho letto su un divertito articolo del Giornale di Sicilia che tu vai a nuotare al mare ogni giorno, anche d’inverno. Ma ti pare sensato?

Alla tua età… vorresti dirmi,vero? Ti rispondo: è più che sensato, soprattutto alla mia età! Nuotare nelle acque invernali del mare è un efficace modo di contrastare gli effetti del tempo sul corpo, ma ancor di più sull’umore e sull’efficienza delle facoltà mentali. Posso fare un omaggio alla nostra città? Palermo possiede il porto dentro la città e questo è straordinario, ma c’è di più: ha all’interno del tessuto urbano anche le spiagge, una di queste di particolare bellezza è Mondello, accogliente anche d’inverno, con l’acqua dai colori incredibili! Pensa alla bellezza di una nuotata quando monte Cuccio è imbiancato e in spiaggia nell’aria mulinella qualche fiocco di neve.

– La neve ti riporta sulle montagne della tua Cammarata che è stato un altro grande amore!

Cammarata resta un grande amore! In un libro scritto assieme al grande storico cammaratese Monsignor Domenico De Gregorio e al bravo Enzo Li Gregni ho definito il paese come “i mille balconi ad oriente” per la presenza delle case ancorate sul precipizio, una sull’altra, a formare un’incredibile spettacolare esplosione di balconi che guardano verso Mongibello, l’antico nome dell’Etna, verso levante appunto! Camico Soprana, come io chiamo il mio paese in un altro volume di racconti – Le porte di Camico soprana – è il luogo dei legami più antichi, ancora più preziosi in tempi che sembrano voler spazzare via l’identità tradizionale dai nostri orizzonti culturali ed esistenziali. Mi piace il fresco estivo delle mie montagne boschive e mi piace il freddo e la neve dell’inverno.

– Ma vicinissimo a Cammarata c’è il paese San Giovanni Gemini, una comunità con la quale a volte entrate in conflitto in una specie di guerra dei santi. In cosa siete diversi voi cammaratesi dai vicini sangiovannesi?

Le due comunità sono perfettamente integrate e fittamente imparentate. San Giovanni ha costituito negli ultimi 70 anni l’area di espansione edilizia di moltissimi cammaratesi, dei tanti che hanno abbandonato il centro storico alla ricerca di spazi abitativi più ampi e rotabili, realizzando un inesorabile sorpasso del numero degli abitanti e un tessuto commerciale che si pone come riferimento per tutta l’area sicana montana. Assieme a Cammarata, San Giovanni Gemini offre anche una qualificata industria diffusa di intrattenimento e della ristorazione, divenendo quella che io chiamo sorridendo, la Las Vegas dei Monti Sicani. Fin qui i dati obiettivi, poi però c’è anche il babbìo di un’espressione goliardica che mette in competizione i due paesi:la guerra si scatena attorno alle squadre di calcio, ricordo furibonde tifoserie contrapposte in occasioni del derby, in fondo solo teatrali e mai manesche, assolutamente spassose! E ancora i tentativi andati a vuoto di unificazione, le supposte diversità di cultura (più immaginate che reali!), il diverso valore che si vuole sia attribuito all’amicizia, la maggiore fedeltà ai valori antichi; in questo Cammarata accampa più meriti (reali poi?), perché paese originario, mentre per quanto ai Santi non ci sono divisioni né guerre: i Santi vanno d’accordo, il sangiovannese Gesù Nazzareno è invocato e venerato dai cammaratesi senza diversità, al pari del cammaratese San Giuseppe del 18 Agosto alla cui festa partecipano con devozione e gioia i sangiovannesi che vengono alla Mbastia a godere del primo fresco. La verità è che per le cose che contano, il lavoro e gli avvenimenti sociali, non solo i Santi vanno d’accordo, ma tutti senza distinzione, cammaratesi e sangiovannesi!

– Di questi paesi vengono apprezzate le opere degli uomini e la bellezza del paesaggio.

La verità è che la Sicilia tutta è una realtà segnata in profondità e diffusamente dalla bellezza. E sembra che i siciliani, col passare del tempo ne prendano coscienza sempre di più. Gli altri, gli italiani continentali e gli europei del nord lo hanno sempre saputo. Tant’è che sono secoli che gli intellettuali più sensibili vi hanno viaggiato con estremo confessato interesse! Ciò che oggi sembra di poter dire è che la Sicilia suscita interesse nei visitatori proprio per i tanti aspetti della cultura tradizionale, religiosa, ma non solo! Oggi vengono riscoperti i riti religiosi, ma anche la vecchia cultura del lavoro agricolo e pastorale, le miniere e le modalità di convivenza, le relazioni umane. Certo, la nostra realtà è in continua irreversibile trasformazione, ma a chi ci osserva interessa molto ciò che viene dal passato. La cultura tradizionale siciliana, più propriamente ciò che rimane ancora in vita, è un archivio e un museo vivente da cui ancora attingere conoscenze ed amozione.

-Non solo Sicilia verrebbe da dirti! Un altro importante centro di interesse che ha fortemente segnato la tua produzione saggistica, la tua professione docente e la tua stessa esistenza è la Germania, la sua storia, la sua letteratura, il suo presente….

Il mio forte rapporto culturale e di vita con la Germania è certamente parte profonda del mio esistere. Già da studente universitario ho frequentato due università tedesche, senza l’aiuto dei programmi europei erasmus, che ancora semplicemente non esistevano. Ho studiato alla Philipps Universitaet di Marburg an der Lahn e alla Maximilians Universitaet di Wuerzburg e all’ultimo anno di università ho fatto l’assistente di italiano presso le scuole superiori austriache, a Klagenfurt. Queste esperienze giovanili mi hanno aperto una serie di orizzonti linguistici (il tedesco ha diverse varietà locali) e identitarie (non esiste il tedesco tipico, ma tante possibilità culturali), e poi ho coltivato la conoscenzadella grande musica, la grande filosofia, la grande letteratura, la società e lerealtà produttive, infine, ma non solo, le inquietudini e il secolo fatale per i tedeschi, quel Novecento che li vide soccombere nelle due guerre mondiali, per dirottarne definitivamente la storia. Mi interessa molto capire cos’è oggi la realtà dei paesi di lingua tedesca.

-E quali risposte ne trai? Cos’è diventata la Germania oggi e cosa potrà essere nel futuro?

La riunificazione delle due Germanie ha creato un processo di integrazione, ottenuto non senza difficoltà, tant’è che permangono ancora notevoli differenze, nella cultura e negli assetti produttivi tra la vecchia Repubblica Federale e l’ex Germania comunista. Ma fondamentale resta il ruolo che la Germania potrà rivestire in politica estera in Europa. Perché vedi, la Germania sa che le sue sorti si giocano nel nostro Continente e non all’esterno di esso, come fu per esempio per i Britannici delle innumerevoli colonie d’oltremare, e questo per i tedeschi è da sempre stata una grande possibilità e una contemporanea condanna.La Germania è un paese che viene lacerato da potenti forze esterne e da centri di potere interni che non di raro danno la precisa sensazione di remare contro rispetto ai veri interessi del paese. Tanto per dirne una: è una costante storica la ricerca di una forte relazione con la Russia, conflittuale e bellica in passato, di forte interdipendenza industriale, commerciale e finanziaria nel presente. Se ci si riflette bene si tratta della stessa cosa!

-Potresti spiegare meglio quest’apparente paradosso?

Certo! Un paese si può conquistarlo e controllarne le risorse militarmente, con una guerra, appunto, oppure, con diversa, migliore efficacia, si può agire attraverso leve di natura commerciale, industriale e finanziaria. In questa seconda ipotesi le due parti in relazione, possono realisticamente coniugare positivamente interessi apparentemente divergenti. E’sicuramente il caso del rapporto con la Russia, laddove i processi di reciproca integrazione economica non sono reversibili, senza grande danno per entrambi. La Germania poi sa di essere un paese a sovranità limitata, così le sue lacerazioni interne sono più acute e non tutte chiaramente individuabili e connotabili.

-La Germania rimane per te un luogo dove approdi di frequente.

Si, i miei rapporti con il paese che considero una seconda Patria sono stretti: l’8 luglio ho tenuto una conferenza alla Università Gutenberg di Mainz – sede di Germersheimam Rhein -, dove in passato ho insegnato per sei anni, dal titolo: L’affaire Sciascia o l’eresia della verità. I tedeschi sono molto interessati alla nostra realtà culturale, per loro l’Italia è una specie di paese dei sogni, anche quando sembrano rivolgergli i pregiudizi di cui si sa, divenuti luoghi comuni.

-Quali sono i pregiudizi che nutrono i tedeschi nei confronti dell’Italia?

La realtà più vistosa è che sono letteralmente sedotti dal nostro stile di vita. Pensano però che siamo poco affidabili e poco seri. Ma poi si indispettiscono perché constatano che, comunque sia, ce la facciamo sempre, riusciamo nei nostri intenti. Intanto le loro possenti squadre di calcio non riescono quasi mai ad avere la meglio sulla nostra, quasi sempre in grado di sorprenderli, con giocate imprevedibili!

-Si, infatti alcuni accaniti incontri hanno scritto grandi pagine della storia del calcio!

Un incontro Italia – Germania è sempre una promessa di grande calcio spettacolare! Ma io la Germania la vivo anche nella gastronomia, nell’odore unico che emana dalle loro città, nel paesaggio prevedibile e pianificato fino a venirti addosso come piombo fuso, in certa prevedibilità delle risposte dei miei amici tedeschi, mentre magari loro trovano futili le mie espressioni di pensiero. Insomma tra italiani e tedeschi la comprensione arriva fino ad un certo punto, poi iniziano le diversità E forse è proprio questa mancata armonizzazione che rende interessante e avvincente il rapporto tra questi due popoli, vicini solo geograficamente, in realtà segnati da grande diversità culturale. Un dato comune è la grande sofisticazione e complessità della struttura linguistica grammaticale e sintattica: l’italiano è davvero la lingua più bella del mondo, il tedesco da parte sua ha il potere di esprimere sottigliezze semantiche di precisione chirurgica.

-Hai un messaggio da lanciare all’universo?

Certo! Ai miei contemporanei vorrei dire di non sciupare il tempo, di non farsi imbrogliare con le bugie dei vincitori, con insopportabili mistificazioni, e di vivere sempre nella realtà e perciò nella verità, di non farsi indurre a sentire musica inascoltabile, a mangiare spazzatura, di vedere televisione manipolatrice, di andare a cinema a vedere un pacco dopo avere pagato il biglietto, di fare il tifo per mentecatti televisivi incapaci di vivere se non dopo avere sniffato cocaina, di recupere il valore degli affetti vicini, familiari, prossimi fisicamente, e viverli intensamente. A noi che abbiamo il privilegio di vivere in Sicilia dico senza incertezze di amoreggiare senza pudore con la nostra terra, col nostro mare, con il nostro patrimonio storico architettonico, con i suoni e i significati arcani del dialetto e con la magia di certi luoghi, come ad esempio, tra gli altri, la valle dei templi di Agrigento, il teatro di Andromeda di Santo Stefano Quisquina o la vista aerea che si gode dalla vetta di Monte Cammarata da cui verso meridione si vede il Mare Africano e verso oriente il cono perennemente innevato del Mongibello! Solo per chiudere con degli esempi, perché poi di luoghi di bellezza frastornante la Sicilia ne offre tanti, generosamente, a piene mani!