Ritratti: scrittori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Michele Rondelli

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In quello che Alessio di Giovanni chiamava “inferno vero”, ossia le zolfare, hanno lavorato i carusi, lasciandoci spesso la pelle. In quel luogo lugubre, spaventoso, tanti destini sono rimasti tragicamente intrappolati. Lo scrittore Leonardo Sciascia ha scritto che senza l’epopea dello zolfo non ci sarebbe stata la letteratura siciliana. Michele Rondelli, con il suo romanzo Testimoni sepolti, un libro veramente interessante ed esaustivo su un argomento importantissimo per la storia e la cultura della Sicilia, ha vinto la XXV edizione del premio letterario nazionale “Alessio di Giovanni” sezione narrativa. La cerimonia di premiazione si svolgerà il 30 luglio in piazzale Caos, ad Agrigento alle 18,30.

Testimoni sepolti narra la più grande tragedia mineraria italiana, quella di Cozzo Disi,

avvenuta a Casteltermini il 4 luglio del 1916 e costata la vita a ottantanove operai. Tra realtà e fantasia, nel paese ribattezzato Calarmena, è ambientata la storia di un ragazzo, Vincezo, sopravvissuto ben tredici giorni sottoterra. A narrare la vicenda è il cronista Ruggero De Robertis, che raggiungerà sul posto Paolo Lo Groi, suo amico di vecchia data. Riuscirà il giornalista – grazie all’osservazione delle relazioni umane e dei giochi di astuzia e di potere – a portare alla luce i segreti, le manipolazioni e le responsabilità occulte di quel disastro? La ricerca della verità procede, svelando intrecci insospettabili, mentre Vincenzo sogna di sposarsi, il proprietario della miniera, don Carmelo Pagano, aspira a trasferirsi in America e i suoi figli si scagliano l’uno contro l’altro.

Ma andiamo a conoscere lo scrittore Michele Rondelli più da vicino.

-Quando nasce Testimoni sepolti?

Mi piacerebbe dire che Testimoni sepolti nasce il 4 luglio 1916, ma non è così. Dopo un primo clamore mediatico, immediatamente successivo alla tragedia, e non poteva andare diversamente, trattandosi della più grande disgrazia mineraria dell’Italia, l’interesse si è sopito, fino a diventare una tragedia dimenticata. Il mio obiettivo è quello di riportarla presente nella memoria collettiva. Testimoni sepolti è nato nel momento in cui ho preso coscienza della necessità di fare conoscere questo terribile evento.

-Nel luglio del 1913 La Domenica del Corriere dedicò la prima pagina ad una disgrazia occorsa in una miniera di Casteltermini.

-Cosa era successo esattamente?

Il 15 luglio 1913 ci fu un’altra disgrazia, di poco precedente a quella che racconto nel romanzo, 28 morti che si aggiungono all’impossibile computo dei morti nelle miniere in Sicilia. Solo Casteltermini, secondo Francesco Lo Bue, ne conta 325 dal 1870 al 1966. Dobbiamo però fare attenzione a non cadere in un abbaglio statistico. Mi spiego meglio, le grandi tragedie, con i loro numeri importanti, distolgono l’attenzione dallo stillicidio quasi quotidiano di morti e feriti nelle miniere. A questi andrebbero aggiunti i “morti di miniera”, silicosi, pneumoconiosi e molte altre malattie hanno portato alla morte un numero imprecisato di persone, spesso in giovane età. Quello delle miniere in Sicilia è un capitolo ancora aperto.

-Il regista e scrittore Michele Guardì che ha curato la prefazione parla della grande disgrazia con 89 morti…

Guardi, oltre a essere un grande in senso assoluto, è anche un grande castelterminese, conosce bene la storia del paese, quindi da subito l’ho individuato come l’interlocutore perfetto. Quando l’ho contattato si è reso subito disponibile, non ha lesinato consigli e incoraggiamenti, permettendomi infine di arricchire il romanzo con la sua prefazione. In verità sono molto fiero di avere la sua prefazione.

-Secondo te i giornalisti hanno raccontato con attenzione il mondo dei carusi o certe volte ne hanno parlato con un certo distacco?

Domanda semplice, che però necessita di una risposta complessa, provo a rispondere. Per prima cosa bisognerebbe appurare cosa si sapeva del mondo dei carusi fuori dalla Sicilia. Nell’inchiesta giornalistica condotta sul movimento dei Fasci dei lavoratori realizzata nel 1893 da Adolfo Rossi, inviato del quotidiano romano La Tribuna, emerge la sorpresa e l’orrore nel vedere la condizione dei carusi. Franchetti e Sonnino, ne La Sicilia nel 1876, scrivono che chiunque avesse visto il lavoro nelle zolfare siciliane, avrebbe potuto convincersi dell’insussistenza assoluta delle notizie fornite intorno alle ore di lavoro e all’età dei ragazzi. La mancanza di notizie non credo si possa ascrivere a “distacco”, piuttosto è riconducibile a condizionamenti, soprattutto mafiosi, volti a salvaguardare gli interessi di chi gestiva il commercio dello zolfo.

-Come affronta la vicenda il giornalista del tuo libro Ruggero De Robertis?

Con molto coinvolgimento emotivo. De Robertis si lega subito a Vincenzo, ha dei legami precedenti con il cavaliere Lo Groi, trova protezione e sostegno nell’amicizia con Barbagallo. Non posso dire di più.

-In quegli anni in Sicilia o si zappava la terra, o si moriva nelle zolfatare o si partiva per le lontane Americhe…

L’interesse per lo zolfo ha subito una forte accelerazione già dalla fine del 1800, molti dei minatori di quel periodo erano contadini che avevano sostituito il piccone alla zappa. Paradossalmente erano attratti da un salario, guadagnato con immane fatica, ma sicuro, piuttosto che essere sottomessi all’aleatorietà del lavoro in campagna, anch’esso durissimo, ma soggetto alle ingiurie del clima. La terza via era la fuga.

-Carusi e miniera, una delle pagine più amare della storia Sicilia raccontate da Mario Farinella, da Carlo Levi nel libro “Le parole sono pietre”, da Alessio Di Giovanni, da Verga, Pirandello e Leonardo Sciascia ed altri scrittori. Cosa rimane di questo mondo?

Rimane un elenco lunghissimo di capolavori letterari. Siano essi romanzi, racconti o novelle, la miniera è argomento principe di molta letteratura siciliana e non solo.

-Cosa si propone il tuo libro, quale messaggio vuoi che arrivi ai lettori?

Non ripetiamo gli stessi errori, questo è il messaggio che affido al mio romanzo, bisogna custodire la memoria. Testimoni sepolti, anche se è ambientato nel 1916, è molto attuale. Ci ricorda che quando si abbassa il livello della sicurezza, il posto di lavoro diventa un pericoloso inferno, le tante morti bianche che falcidiano l’Italia lo dimostrano. Ci avverte che nel mondo ci sono ancora tanti bambini sfruttati, che in tenera età sono costretti a lavorare in miniera, a vivere di percosse e stenti. Ci rammenta che in ogni occasione l’uomo deve essere considerato il fine e mai il mezzo.

-Il protagonista della tua storia Vincenzo è sopravvissuto 13 giorni sottoterra. Come vive Casteltermini questo ricordo ai nostri giorni?

Il ricordo era quasi scomparso e nelle giovani generazioni era del tutto inesistente. Testimoni sepolti ha contribuito a riportare a galla la storia di Vincenzo Butera, gli incontri nelle scuole hanno fatto il resto. Sono felice che le nuove generazioni abbiano iniziato a parlare di questa storia. Il romanzo tratta tanti temi di urgente attualità: la sicurezza sul lavoro, lo sfruttamento minorile, la lotta alle mafie, l’antifascismo.

-Possiamo affermare che il mondo della zolfara è un mondo di morte, di pazzia, un quadro di una Sicilia irredimibile, triste e tormentata?

Il concetto di irredimibilità è ascrivibile a Leonardo Sciascia che, quando gli chiesero di trovare un aggettivo che in sé bastasse a riassumere l’Isola, rispose che “la Sicilia è irredimibile, ma che comunque bisogna continuare a lottare, a pensare e ad agire, come se non lo fosse”. Io di fronte al mondo delle miniere, osservato dal mio punto di vista castelterminese, non so cosa dire. Dal 1° novembre del 1990, data che segna la chiusura della miniera di Cozzo Disi, Casteltermini ha subito un terribile decremento demografico, gli abitanti si sono dimezzati, ci sono intere zone del paese che sembrano uscire da un bombardamento; attività commerciali storiche che hanno chiuso i battenti; sempre meno bambini nascono e frequentano le nostre scuole. La Sicilia era e rimane irredimibile, ma senza le miniere forse lo è ancora di più.

-I siciliani prima hanno lavorato nelle miniere siciliane e poi sono andati a morire in Belgio a Charleroi. Quante volte devono morire i siciliani?

I minatori siciliani vennero venduti al Belgio, il 23 giugno 1946 fu siglato a Roma il protocollo italo-belga per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio. In cambio il governo belga si impegnava a vendere mensilmente all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone ogni 1.000 minatori immigrati. Se la Sicilia è irredimibile, non c’è un modo per definire la politica italiana.

-Il tuo libro affronta il tema tra mafia e miniera?

Testimoni sepolti parla dei primi contatti tra mafia e politica, ma anche su questo non posso dire di più, senza rischiare di svelare troppo.

-Com’è stato accolto il libro dal pubblico?

Bene, sicuramente l’accoglienza è andata al di là di ogni mia più rosea aspettativa. Dietro c’è un grande lavoro di squadra, devo molto ai curatori della collana Le Dalie Nere, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, a Mario Ianieri di Ianieri edizioni, alla disponibilità degli altri autori della collana, in particolare Fabrizio Escheri, sempre pronti a darmi una mano nella promozione del romanzo.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento mi godo la promozione di questo romanzo e le belle sensazioni che ne derivano. Sto scrivendo, scrivo e leggo come gesto d’amore verso me stesso. Sono alle prese con nuovo romanzo, ma il progetto è ancora a uno stato troppo embrionale per poterne parlare.

Biografia (Seria)

Michele Rondelli è nato nel 1967 a Casteltermini (AG), dove vive. È insegnante di Lettere nei licei. Scrive di libri per vari siti e testate. Ha pubblicato una raccolta di articoli dal titolo Suggestioni.

Nel 2020 è stato finalista nella quarta edizione del premio letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano” con l’allora inedito Testimoni sepolti.

Biografia (Altra)

Michele Rondelli, è nato a Casteltermini, un posto senza ospedali e punti nascita, quindi levatrice e tutti dietro la portacon il fiato sospeso. Neanche il tempo dei primi vagiti e già si è trovato fasciato da un grembiule nero, soffocato da un fiocco azzurro a prendere bacchettate nelle mani da un maestro. Frequenta il liceo con qualche turbolenza e si ritrova alle prese con una pantera! No, non è un domatore al circo, sono uno studente ipertricotico della facoltà di lettere di Palermo alle prese con l’occupazione. Si laurea con lode (e questo è certo!) e comincia ad insegnare… da precario. Il periodo del tempo determinato fa di Michele un uomo indeterminato, non irresoluto ma precario, precario della vita e delle scelte. Diventa professore di ruolo (e questo è certo!), nel frattempo sposa l’amore della sua vita e collabora alla messa al mondo di due adorabili umani, una x e uno y. Scrive, gli si attribuiscono riconoscimenti, arriva in finale nel Mursia-RTL…