Ritratti: Fotografi del nostro tempo: Maurizio Piscopo incontra Peppino Leone.

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Nella Casa dello Scirocco un museo contemporaneo di Racalmuto creato dallo scrittore Gaetano Savatteri sullo stile dei musei naif parigini come le jeu de Paume, dopo quattro anni di intese telefoniche, incontro con piacere il fotografo Peppino Leone uno dei fotografi più importanti in Italia e all’estero, un personaggio storico di questa terra che con le sue foto ha documentato nel mondo la storia dell’isola. Leone è un fotografo molto amato nel mondo. Uno scrittore l’ha definito “un ladro di luce, un rapinatore di eventi che fulmina l’attimo e imprigiona in un breve rettangolo per consegnarlo all’eternità”. Ha viaggiato moltissimo ed ha fotografo i bambini quella che Melo Minnela definisce l’altra faccia del mondo. Ha un rapporto meraviglioso con gli altri fotografi. Nelle sue foto c’è la favola sacra e la fatalità del dolore. La critica l’ha definito il fotografo delle antiche civiltà, il fotografo della civiltà Iblea. Vive nel cuore di Ragusa dove si arriva fra i campi segnati da secolari muri a secco, da carrubi solitari e pietre barocche. Un luogo ricco di poesia e di fascino… Ma essendo a Racalmuto non possiamo partire che dallo scrittore Leonardo Sciascia uno dei suoi più grandi amici.
– Che rapporto c’era tra lei e Leonardo Sciascia?
Con Sciascia ho sviluppato un lavoro culturale sul territorio degli Iblei. Leonardo ha voluto scrivere un libro sulla Contea di Modica. La capacità di Sciascia era quella di saper raccontare, di saper vedere oltre le cose, riprendere il passato e riportarlo al futuro, ma soprattutto aveva un grande senso della giustizia e dell’equilibrio umano. Amava profondamente Ragusa e veniva spesso in questa città. Per me, invece, la Noce rimane un luogo di addestramento culturale di primordine. Alla Noce ho conosciuto lo scrittore Vincenzo Consolo. Con Gesualdo Bufalino c’eravamo conosciuti anni prima, ma era anche lui un grande punto di riferimento. Spesso Gesualdo Bufalino mi telefonava, sai Peppino- mi diceva- ce la passiamo una giornata alla Noce da Leonardo?
E si partiva per la Noce. Qui abbiamo realizzato tante cose ed una bellissima mostra, sul rapporto tra territorio e fotografia con Piero Guccione. Personalmente, ho lavorato molto sul tema dell’emigrazione. Ma è arrivato il tempo di rivedere un pò tutto. Il degrado della Sicilia è spaventoso! Oggi spostarsi è un disastro. Per arrivare da un punto all’altro della Sicilia ci vogliono le truppe camellate! il ponte sullo stretto non serve, per arrivare da Ragusa a Racalmuto ho impiegato 3 ore e mezzo!
-Qual è il rapporto tra il fotografo e la realtà?
Il fotografo è il testimone, quello che in quel momento rappresenta la verità, una verità che è mutabile come diceva Sciascia successivamente. Il fotografo scatta una fotografia intesa come immagine del campo, come scatto del mondo, delle cose, come immagine del realismo. E’ il momento decisivo di una verità momentanea che è quella documentata dalla camera di quel fotografo.


-Lei ha fotografato molti bambini. Secondo lei i bambini di oggi sono felici?
Questo non l’ho constatato! Ho constatato molto nel mondo dei bambini dei paesi molto più degradati nel mondo, il loro gioco. L’infanzia a qualunque strato sociale possa appartenere merita rispetto. Il bambino nel suo gioco è sempre felice. Ho fotografato molti bambini, ad esempio quelli che giocavano con i cartoni, con i famosi monopattini. Ricordo, che li fotografavo con gioia. Questi bambini costruivano i giochi con le loro mani. Penso che il bambino quando gioca è sempre felice. Il rapporto fra il bambino e la famiglia è sempre un discorso molto legato alle condizioni della famiglia e la famiglia è quella che determina la cultura, l’educazione e la crescita culturale.
-Cosa cerca esattamente nelle sue fotografie?
Cerco l’attimo. Un momento irripetibile, che in quel momento è determinante per la raffigurazione delle cose che si devono raccontare. E’ il momento decisivo e irripetibile.
-Esiste ancora, secondo lei, una Sicilia nascosta e insospettata che pochi fotografi riescono a scoprire nella sua magia e nel fascino antico dell’isola dei ciclopi?
Con il rapporto con i ciclopi siamo molto lontani. L’evoluzione della società siciliana è stata talmente veloce nel campo delle comunicazioni, che dal carretto si è passati ad arrivare sulla luna. In 50 anni l’evoluzione è stata talmente travolgente, talmente veloce che siamo stati stravolti anche noi vecchi. Nel campo della fotografia per spedire un’immagine, in passato inviavo l’immagine con una raccomandata. Oggi mi chiedono una fotografia, per quando le serve? Ieri mi dicono, non oggi. E con il sistema della mail l’immagine viene trasmessa e il giornale può pubblicarla immediatamente. Si ha questo grande vantaggio, però la carica dei giornali non è come quella di una volta. Poniamo il caso del Corriere della Sera, prima faceva una tiratura di un milione di copie, oggi ne fa centomila. L’informazione è crollata in un certo senso, al contrario dell’evoluzione tecnologica che è andata avanti con una velocità impressionante. Questa è la differenza…


-Lei ha fotografato personaggi famosi scrittori, poeti, pittori attrici, registi che cosa ha provato?
Quasi sempre ho cercato di fotografare in primo luogo le persone. Tante volte per certi scrittori ho potuto scattare una fotografia così “rubata”.
Di questi scatti ”rubati” ne ho pochi. Ma di quelli in cui c’è un rapporto umano come d’Alfonso, Bufalino, Sciascia, Buttitta, ho scattato tante immagini, anche del nostro amico Enzo Sellerio ho scattato alcune fotografie sempre con l’affetto di un’amicizia che è durata vent’anni. Il rapporto con la fotografia e il ritratto è un rapporto se c’è di conoscenza. Si approfondisce la ricerca sull’uomo, la sua personalità. Un giorno ho fotografato Jorge Luis Borges mentre usciva dall’ascensore. Questa è una foto sorprendente, da quello scatto si intuisce che lui è cieco. E’ una foto molto bella, ma che rappresenta il momento di una persona di una certa età che ha perso la vista.
-Qual è il potere di una fotografia nel mondo in cui viviamo? E aggiungo, una foto può cambiare la nostra vita?
La fotografia, il mondo della tecnologia ha subito una variazione incredibile. Non è più come una volta dove prima di scattare c’era dietro uno studio accurato. Con il digitale si scatta a mitraglia, si scatta… Non è una fotografia meditata. Un tempo per fare un matrimonio si calcolavano 70 fotografie e si facevano in un certo modo e in una certa maniera e si studiava prima di scattare. Oggi il fotografo per essere sicuro fa 2000 scatti. C’è un sistema che non so come si chiami! Questa non sarà mai una ricerca approfondita di quella che possa essere la fotografia.
– La fotografia ha a che fare con l’identità e con la morte…
Questo è un detto di Roland Barthes. Lei mi anticipa di molto. In un certo senso ha ragione lui fa degli azzardi molto avanzati. E’ un grande filosofo ed io consiglio a tutti di leggere Camera chiara di Roland Barthes, perché molti in questo Paese non leggono.
– Il 26 gennaio 2008 Michele Naccari fotografo palermitano ha scattato una foto all’ex presidente del governo siciliano Totò Cuffaro con un vassoi pieno di cannoli. Quella foto ha fatto il giro del mondo e nessun articolo scritto sui giornali ha avuto la dirompenza di quello scatto. Questa foto è stata oggetto di studio anche nelle Università americane. Lei che ne pensa?
– Non amo molto queste cose, così come non amo la foto che deve fare scalpore, quella dei morti ammazzati per strada. Io amo la vita e non queste cose! Spesso c’è un’alterazione delle cose in funzione della loro divulgazione.
– Solo nei colori della Sicilia esistono tutte le strane facce del mondo?
La Sicilia è il teatro dell’ambiente, il teatro del mondo. Con Vincenzo Consolo abbiamo fatto un libro dal titolo Sicilia teatro del mondo che lo pubblicò a suo tempo la Nuova Eri ed ora lo stiamo ristampando. Proprio sabato prossimo a Palermo presenteremo La Sicilia passeggiata in cui c’è il viaggio di Vincenzo Consolo attraverso la Sicilia, ma con un testo letterario così raffinato, così bello! Consolo aveva la grande qualità della scrittura, aveva una scrittura inventata tutta sua che è fuori dai canoni. La ricerca linguistica di Consolo la trovo veramente straordinaria.
-I vecchi e i bambini, i Santi e le processioni, i gesti e i riti della Sicilia. Esistono ancora queste cose?
Le cose cambiano. Quando Sciascia scrisse Feste religiose in Sicilia era il momento in cui il siciliano usciva dal suo isolamento. Questo concetto oggi è molto superato per cui anche le feste non hanno più lo stesso fascino. Ho fotografato certe feste di 40 anni fa, poi le ho rifotografato, non è la stessa cosa. Cambiano i costumi, le immagini equestre con i cavalli, ci sono le indicazioni della scuola americana. Ricordo la festa di Capizzi dove con i cavalli che scendevano non c’erano più gli stessi contadini di anni fa, erano vestiti da cowboy, tenevano le fondine, gli speroni. E quello era veramente un altro mondo! E’ cambiato anche questo, l’evoluzione, la corsa per cambiare le cose è purtroppo inarrestabile.
-A quale macchina fotografica si sente più legato?
Alla leica. La leica me la porto pure in gabinetto!
-Le sue foto hanno fatto il giro del mondo e sono foto colte. Lo scrittore Gesualdo Bufalino ha scritto pagine memorabili. “Lo scatto di Leone è avvezzo a cogliere le mimiche significanti del teatro umano …Leone è uno che alla Sicilia si accosta come un impervio corpo di donna… ora sfiorandola, ora facendole teneramente violenza, ora guardandola con finta pigrizia, come dal balcone d’una stella remota”… Qual è stato il suo rapporto con lo scrittore di Comiso?
Gesualdo Bufalino è stato eccellente anche perché l’ho visto nascere come scrittore. A suo tempo mi diede l’incarico di incontrare Enzo Sellerio che doveva pubblicare Il Tempo in posa, un libro di fotografie pubblicato da Sellerio con le foto dell’800 con la sua prefazione, perciò ho avuto occasione di conoscerlo profondamente sin dal suo esordio. Una cosa è certa, Bufalino era chiuso in un suo guscio e in un suo mondo, la vicinanza successiva e i rapporti con Sciascia hanno fatto crescere molto Bufalino opinionista.
-E con Enzo Sellerio?
Il rapporto con Enzo Sellerio è stato di amore e odio per 25 anni. Sono l’unico fotografo a cui ha pubblicato 5 libri fra cui La Pietra vissuta che è stato il primo dei 5 libri.
– Com’è nata la vostra amicizia?
E’ nata così: avevo fatto una mostra a Milano sull’architettura rurale e Gianfranco Colombo da Milano gli parlò di me, gli disse che c’era questo fotografo siciliano che aveva fotografato il paesaggio degli Iblei e lui mi chiamò, dicendo: -“Sa se vuol venire e passare da Palermo per vedere queste fotografie”… E difatti andai a Palermo, anche perché era il mio primo libro come punto di riferimento. Era il 1977. Appena Enzo vide il lavoro, sia lui che sua moglie mi fecero la richiesta se potevamo pubblicare questo libro che era molto importante, in una collana dove avevano pubblicato varie cose. E poi, successivamente a questa collana pubblicammo Ragusa barocca. Con Enzo c’è stato questo rapporto di grande amicizia, magari poi per due tre mesi si litigava, però era un rapporto bellissimo e profondo. Devo dire, che a me Enzo manca molto! Perché era eccentrico, era un grandissimo fotografo le sue fotografie erano e restano delle vere poesie.
– Lei sa cogliere gli sguardi profondi dei siciliani e i loro silenzi. Da chi ha appreso questi segreti che non si trovano in nessun libro di fotografia?
Ho realizzato queste metafore tratte da una mostra a Milano organizzata dall’editrice Elisabetta Sgarbi responsabile della Casa Editrice La Nave di Teseo, dal titolo Metafore, nelle quali metto a fuoco, non la banalità solo del ritratto, ma i lavori dei lapicidi che sono stati dimenticati quando nel campo del Barocco sono state realizzate delle cose straordinarie. In questo campo, in questo settore è stata identificata una figura che era fondamentale nel barocco ed allora ne ho fatto un collegamento fra la rappresentazione di questi mensoloni e i personaggi della vita del quotidiano, documentando che in moltissimi casi non è solo un contesto ma è la rappresentazione dell’ambiente in cui circolava. La scintilla della mostra parte da Ragusa Ibla, il quartiere dove non è il contesto architettonico ma c’è questo nugolo di figure che si affacciano nella piazza e guardano la gente e c’è una somiglianza fisica straordinaria, fra l’invenzione, come dire una forma di realismo anticipato rispetto a quello che poi nacque nel libro.
-Le sue foto sono state pubblicate dalle più importanti riviste del mondo. Che tipo di foto le chiedevano i giornali stranieri sulla Sicilia?
Non è che andavo molto alla ricerca delle foto. Se mi capitava vendevo, se non mi capitava me ne stato tranquillo a fare il mio lavoro di studio. D’altro canto, sono relegato nel culo d’Europa, non d’Italia, di Ragusa e i miei problemi vanno al di là, perciò mi muovo in uno spazio in cui devo esplorare, portare avanti dei progetti. Ora, ad esempio sto lavorando su un progetto particolare sulla pausa pranzo, il momento della pausa del pranzo. Tutti seduti al desco, invece di parlare seguono passivamente i messaggi dei loro telefonini. Porto avanti un discorso diverso, un discorso che mi ha portato a fare mezzo secolo di ricerche su queste cose. Sia il contadino, sia il piccolo borghese, sia l’intellettuale, tutto lo strato sociale della società, come si comportava prima a tavola, qual’era il dialogo, l’umore, la bellezza delle discussioni in un momento particolare in cui si gusta la tavola, ma contemporaneamente si gusta il piacere del conviviale con delle persone care con cui si sta insieme. Questo è il principio di vita ed è il prossimo libro in uscita, se riesco a trovare il momento.
– Gli studi fotografici dei paesi sono scomparsi e con loro scompare anche la memoria storica dell’isola?
Questa è una conseguenza palese della nuova tecnologia e dei telefonini soprattutto. Ed è un riflesso, uno specchio così come bisogna ripartire dal foto stetoscopio nel 500, quando i paesaggisti dipingevano proiettando le immagini attraverso questo strumento e poi li dipingevano. Da questo principio bisogna ripartire per ricostruire la storia della fotografia bisogna andare a Nièpce, prestando l’attenzione a che cosa ha fatto per scoprire ed ottenere certi risultati. Ma se si proietta l’immagine perché l’immagine non si deve fermare? Allora il suo intento era quello di bloccare l’immagine proiettata e questo è il presupposto fondamentale.
– In Sicilia c’è un particolare modo di raccontare la vita: “Vedere senza vedere, dire senza dire… Qual è il vero mistero della Sicilia”?
Noi abbiamo una società che è cambiata, molto diversa, abbiamo la Sicilia ionica, la Sicilia araba, le cento isole di cui ha scritto Bufalino. Lui parla della Sicilia del sale, la Sicilia dell’Etna, ma sostanzialmente anche nei piccoli centri c’è una piccola differenza, basti pensare alla Contea di Modica, che ha un’influenza prettamente normanna, c’è anche l’elemento fisico molto biondo. A Scicli distante dieci, quindi chilometri c’era l’elemento saraceno ma anche la cultura documentata attraverso le feste, il racconto delle incursioni saracene hanno influito molto, di fatti lo sciclitano è un elemento berbero puro, in contraddizione con quello modicano. Anche le culture sono diverse e mi chiedo, com’è possibile cogliere queste notevoli differenze a distanza di soli 15 chilometri? Anche nel viaggio di Goethe bisogna ritornare alle pietre, a Gandurra. Goethe va alla ricerca dell’ ambiguità, poi si ferma alle porte di Siracusa ma non entra nella città. C’erano le difficoltà dei viaggi, ma questa è una storia antica…
– Ha mai fotografato scene di guerra o di mafia?
No, mi rifiuto. Amo la vita e non la morte. Amo le belle donne, i nudi. A casa ne ho tanti anche sopra il letto. Morte non ne voglio vedere!
– Lei ha fotografato il mondo dei barbieri a cui sono molto legato. Ha dato una foto a Gaetano Pennino per il libro-cd Musica dai saloni considerato la Bibbia dei poveri. Che ricordo ha del mondo dei barbieri?
Il barbiere era un vero punto di riferimento, ne conoscevo uno che era multitasking, faceva la barba, tagliava i capelli, attaccava le sanguette sulle spalle, tirava i denti, era incredibile. Ricordo bene a Palazzolo Acreide, che uno di questi figli era piccolino e suo padre ci metteva il banco netto, così il ragazzino saliva. Ricordo, ancora che in quel periodo a Palazzolo Acreide, ero ragazzino ed avevo le antiche macchine fotografiche, stiamo parlando del 1954/55. Allora i massari, i contadini stavano lì, poi se erano specialmente a lutto, la barba l’avevano dura come la “ristuccia” e i barbieri tagliavano questa razza di barba. Questo è un mondo in via di estinzione. Scomparirà anche il barbiere, i barbieri saranno sostituiti dalle parrucchiere e per me questa è una volontà politica. Purtroppo questa è la realtà!
– Lei si sente più uno scrittore o un fotografo?
Se si vuole fare il paragone con la fotografia, per alcuni questa è parente della pittura. Per me la fotografia è più parente alla letteratura.
-Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Vorrei campare 110 anni.
Si ringraziano Angelo Pitrone, Salvatore Indelicato ed Emanuela Alfano.