Caltabellotta: La storia passa dai calendari astronomici preistorici

643

Caltabellotta, con centro abitato situato quasi a quota mille metri sul livello del mare, si arricchisce della scoperta di una considerevole area che presenta diversi calendari astronomici che la fanno definire la capitale degli indicatori solstiziali ed equinoziali di presumibile epoca preistorica dell’Isola. Si tratta di siti che danno la possibilità di potere assistere all’osservazione delle albe e dei tramonti solstiziali.
Ce ne danno conferma lo storico locale Vincenzo Carmelo Mulè e soprattutto i ricercatori ed archeologi Ferdinando Maurici, Alberto Scuderi, Vito Francesco Polcaro che hanno pubblicato un interessantissimo volume dal titolo “Civiltà del sole in Sicilia”. Il Maurici e lo Scuderi, dopo avere osservato attentamente l’area dei siti, guidati su indicazioni fornite dal Mulè, hanno pure partecipato ad un convegno scientifico che, svoltosi a Caltabellotta, ha rivelato come la cittadina potrebbe trarre dei grandi vantaggi storici, scientifici e turistici da un simile patrimonio presente sul territorio e certamente a molti sconosciuto.


A parlare da tempo di queste opere naturali o artificiali preistoriche è Vincenzo Mulè, un insegnante elementare in pensione. “I Sikani erano un popolo che praticavano l’agricoltura, la pastorizia e la navigazione e per svolgere tali attività – ci dice il ricercatore caltabellottese – dovevano sapere con precisione il susseguirsi delle stagioni, non potevano improvvisare una semina, un raccolto sol perché cambiava la temperatura. Anche i pastori per l’ingravidamento, la gestazione, e la transumanza e gli stessi navigatori dovevano calcolare il tempo con precisione per cui avevano bisogno di calendari astronomici solari e lunari e di puntatori stellari. A Caltabellotta e dintorni, su un territorio che conosco bene, in ogni angolo, ho localizzato ad oggi ben 13 calendari astronomici a forma oculare (le cosiddette pietre forate) o triliti, 4 altari perfettamente orientati, 5 globi sferici bene orientati, due cerchi astronomici, tutti testati e funzionanti nell’arco degli ultimi quattro anni”.
Il territorio di Caltabellotta – dicono gli studiosi – è uno tra i più ricchi in Sicilia per la presenza di indicatori solstiziali e per tale ragione la città è stata scelta per presentare un apposito studio scientifico, redatto con una pubblicazione, da studiosi che si occupano di archeologia e di astronomia. Il volume tratta di un viaggio reale compiuto dai ricercatori in quasi tutte le province siciliane alla ricerca delle rocce forate attraverso cui passano i raggi del sole o della luna, dei calendari che scandivano le stagioni.
Ad indicare a Caltabellotta i siti di particolare interesse astronomico sono stati Vincenzo Mulè, Paolo Vetrano e Pellegrino Farina, tre ambientalisti che conoscono alla perfezione il vasto territorio e che hanno accompagnato gli studiosi da un punto all’altro dell’agro caltabellottese. Le spettacolari foto sono state scattate di Accursio Castrogiovanni di Caltabellotta.

Le pubblicazione “Civiltà del sole in Sicilia”, edita da Kalos, contiene un capitolo e significative immagini sui siti del centro montano agrigentino. E’ stata presentata un paio d’anni fa nella biblioteca comunale.
Queste tutt’oggi le testimonianze. “Caltabellotta – afferma Ferdinando Maurici – ha la più vasta area interessata dalla presenza di indicatori solstiziali in Sicilia, quello estivo e il tramonto di quello invernale, in contrada “Taja”. Secondo Giulio Magli si tratta di un eccezionale sito archeo-astronomico. I ricercatori locali ci hanno guidato in almeno altri cinque siti, quattro con rocce forate ed orientate e uno con una feritoia solstiziale, ottenuta accostando due massi”.
“A Caltabellotta – afferma Vincenzo Mulè – sono una dozzina i siti di interesse astronomico. Faremo ulteriori indagini, ricerche e visite per scoprire altri indicatori che certamente saranno presenti sul territorio. Particolare attenzione presteremo al santuario “Taia” che è un sito unico e di grande interesse astronomico”.
Il sindaco di Caltabellotta Calogero Cattano, a parte l’indiscussa valenza scientifica dei siti, vede nelle opere naturali o artificiali presenti nel territorio una possibilità di sviluppo turistico ed economico che potrebbe viaggiare assieme all’attuale turismo ambientale e paesaggistico”.


A Caltabellotta il sito più vasto e vario è quello denominato “Taia” , dalla omonima contrada, il cui toponimo potrebbe venire dall’arabo, terrazza, aia, recinto per bestiame. E’ posto in una conca ben visibile dall’alto. Altre località individuate e studiate sono: “Campanazza”, “Nuvi”, “Vitadda”, “Gogala”, “Funtanazzi”, “Tammurinu”, “Mulara” o “U Raggiu”.
Altra pregevole pubblicazione scientifica sui calendari è quella del prof. Enrico Caltagirone, editrice Etabeta. Porta il titolo “Sikania. Dai miti alla storia” ed ha in copertina i tre “pizzi” di Caltabellotta. Si tratta di uno studio multidisciplinare che ha usufruito dei preziosi contributi di Simona Modeo, archeologa e presidente di SiciliAntica, che ha scritto la prefazione del libro, di Francesco Torre, già docente di geomorfologia e archeologia della preistoria all’Università di Bologna, di Editta Castaldi, docente di antropologia all’università di Pesaro Urbino, di Giuseppe Castellana, archeologo, di Rosalba Panvini e Dario Palermo archeologi agrigentini e di Irene Soggia egittologa.
“Il libro nasce dall’esigenza di dare ai Sikàni il posto che spetta loro, dal momento che su questo popolo è stato steso un velo – dice il prof. Caltagirone al ricercatore Mulè – la causa principale deve essere attribuita ai Greci, che non sapevano nulla dei Sikàni e hanno considerato tutto siculo. I Sìkuli appresero quasi tutto dai Sikàni, dalle tecniche agricole all’astronomia, dalla matematica alla navigazione, per non parlare dello zolfo, del sale e della porpora. I Sikàni culturalmente erano molto più avanti dei Sìkuli, ma per “merito” dei Greci venne considerato tutto siculo. Oggi il libro “Sikania” ha la sua importanza perché cerca di fare luce sui nostri più antichi antenati, così trascurati, dimenticati e quasi completamente cancellati. Un grazie di cuore a tutti gli amici che hanno collaborato e un riconoscimento particolare al ricercatore Vincenzo Mulè”.