Ritratti: medici del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Antonello Bosco.

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Avete mai pensato che quando una persona sta male vuole più attenzione da parte di tutti e soprattutto dai dottori. I medici, gli infermieri, gli assistenti sociali, tutti coloro che lavorano per gli altri sono persone che svolgono un mestiere difficile e delicato, sono persone che vivono forti tensioni e grandi emozioni con le loro fragilità. Fanno parte di famiglie come le nostre. Antonello Bosco si sveglia tutti i giorni per aiutare gli altri, ascolta tutti come un confessore, si immedesima nei loro problemi, non si ferma un momento è instancabile. E’ un fuoriclasse. Un medico che fa eccezione, permettetemi di dire che non è come gli altri. Sono pochi quelli come lui. Non l’ho visto mai arrabbiato. Ci sentiamo tutti i giorni. Certe volte ho l’impressione che sia come Atlante il grande personaggio della mitologia greca che porta sulle spalle il mondo favarese e quello di Racalmuto. Eravamo seduti nello stesso banco nella scuola elementare e per anni abbiamo giocato dietro la pescheria con bottoni, pettini, monete, a la fua. Giornate intere, dimenticavamo il tempo, il pranzo, la cena. Tante ore trascorse a sognare nelle stradine dietro la chiesa madre fino alla piazza Cavour resa famosa da Pirandello nel romanzo I vecchi e i giovani.
Erano gli anni dell’infanzia spensierata, quella che Mario Gori chiama la fiaba colorata, il periodo più bello della nostra vita…Ho deciso che scriverò prima al sindaco di Favara Anna Alba e poi al Presidente della Repubblica per far avere ad Antonello un meritato riconoscimento per il suo nobile lavoro che dura da una vita. Antonello Bosco è nato a Palermo nel 1953. Si è laureato in medicina e chirurgia nel 1979 presso l’Università di Palermo. E’ il medico della porta accanto, l’amico che tutti vorremmo incontrare nei momenti di sconforto. Sereno, affettuoso, disponibile, capace di incoraggiare con la parola giusta anche nelle situazioni più difficili quando ti sembra che il mondo ti stia per crollare addosso. Antonello rimane un esempio da seguire per tutti i medici italiani e per le nuove generazioni.
-A 68 anni lo vogliamo fare un bilancio della tua esperienza. Se tornassi indietro rifaresti ancora il medico?
Non lo so, anch’io a volte me lo chiedo. Fare il Medico è molto impegnativo, il sabato e la domenica spesso prendo i libri e mi rimetto a studiare.
-Favara è un paese difficile dove vale quel detto popolare: “Ogni testa è un tribunale”. Eppure con i tuoi modi saggi e pacati riesci sempre a mettere d’accordo tutti i favaresi che ti portano grandissimo rispetto.
Quello che mi guida è il buon senso e la fede cristiana nell’amare il prossimo.

-Tu hai due patrie: Favara e Racalmuto, un giorno a Favara un altro a Racalmuto. Qual è la differenza fra i due paesi che hanno dato tanto alla storia, alla letteratura italiana e del mondo?
Le differenze erano più evidenti 30/40 anni fa, quando sono arrivato a Racalmuto, il primo settembre del 1981, giovane medico di guardia medica, Racalmuto era il tipico paese siciliano, tanta buona educazione e rispetto, valori che si sono un po’ dissolti nel tempo come è successo dappertutto. Ma restano due paesi storici molto interessanti che vivono ottimi rapporti da sempre.
-Come hai vissuto l’esperienza del Covid?
Il Covid è stata una esperienza pesante per tutti anche se per certe famiglie ha assunto livelli drammatici .
Personalmente ho sofferto tanto per la perdita di fraterni amici.
-Da medico, quali consigli ti senti di dare ai giovani i quali sono convinti che tutto sia passato e quindi possono scatenarsi liberamente in discoteca, per strada, senza mascherine e senza distanziamento?
Bisogna stare molti attenti, il virus non è scomparso, bisogna vaccinarsi e osservare le regole per evitare i contagi. Le varianti del virus sono più diffuse in quelle aree geografiche dove non c’è stata una sufficiente vaccinazione.
-Insieme abbiamo creato I favaresi nel mondo che ha superato le 3000 iscrizioni. Come vivi questa nuova esperienza, sapendo che sei nella vita di tanti nostri compaesani che lavorano ogni giorno in ogni parte del mondo lontani dal loro amato paese e portano alto il nome della nostra città?
Bella esperienza, che mi porta vicino a tante persone, a vivere storie particolari ma in particolare mi porta a rivivere vecchie storie e vecchi personaggi che avevamo quasi dimenticato e che grazie a questo sito sono ritornate nella memoria collettiva.
-Tu e la musica continuate a intendervi? Suoni ancora la chitarra in qualche gruppo? So che fino a poco tempo fa di sera ti dedicavi alle prove?
Si, la sera continuo a suonare con i vecchi amici ma più avanti andiamo peggio è nel senso che il tempo dedicato a questo bellissimo hobby è sempre minore, ( paradossalmente più avanti andiamo con l’età più il lavoro e lo studio hanno bisogno di maggiore attenzione a scapito delle proprie passioni )…
-Cosa farai non appena andrai in pensione?
Andrò in pensione dal Poliambulatorio di Favara il primo luglio (2021) ma l’attività privata continuerà fino a quando le capacità fisiche e mentali me lo consentiranno.
-Hai mai pensato che un giorno lasceremo questo mondo. Che idea ti sei fatto?
Adesso comincio a pensarci di più. Nessuno di noi sa cosa ci sarà dopo la morte. La fede Cristiana mi porta a pensare ad una vita ultraterrena, ma la cultura scientifica, materialista, no.
-Noi siamo sposati da moltissimi anni, molti fra i nostri compagni di scuola si sono separati. Cosa è successo o siamo stati più fortunati noi o le donne cominciano ad essere “incomprensibili”?
Non è più come una volta. Prima c’erano meno tensioni tra mogli e mariti.
Indubbiamente sia io che te abbiamo trovato delle mogli eccezionali, molto comprensive.
-Com’è cambiata Favara negli ultimi dieci anni?
Paradossalmente sta migliorando, dopo avere toccato il fondo siamo risalendo.
La gente ha più cultura e desiderio di migliorare.
-Che cos’è l’amicizia?
È una cosa molto importante. Personalmente, sotto questo aspetto sono molto fortunato: credo di avere tantissimi amici che mi vogliono bene e mi stimano.
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Meglio pensare al presente! Per adesso desidero continuare a lavorare sapendo che è una attività che mi assorbe tanto spazio.
Il mio gruppo musicale degli anni 70 si chiamava Carpe Diem e il nome l’avevo scelto io!