Ritratti: registi del nostro tempo-Maurizio Piscopo incontra Pierfrancesco Li Donni

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Al Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo diretto da Costanza Quatriglio ed Ivan Scinardo, un pomeriggio di maggio ho avuto il piacere di conoscere Pierfrancesco Li Donni un grande appassionato di cinema. E’ un maestro dalla parte dei ragazzi che vogliono apprendere i segreti della Settima Arte. Il mondo del cinema è particolarmente difficile ed impegnativo, ma Pierfrancesco fa di tutto per cogliere gli aspetti di grande umanità e di amicizia ed alleviare le difficoltà ai ragazzi. Il suo pensiero e la sua sensibilità viene fuori guardando il film “La nostra strada”, vincitore nel 2020 di due festival di documentari importanti come Il Biografilm di Bologna e il palermitano Sole Luna Doc Festival.

Pierfrancesco Li Donni (1984) è laureato in Storia Contemporanea e ha studiato editing alla Cineteca di Bologna. Nel 2012 esordisce alla regia con il film documentario Il Secondo Tempo. Loro di Napoli é il suo secondo documentario, vincitore del miglior film italiano al Festival dei Popoli, del premio Télérama al Fipdoc di Biarritz e del Docs MX di Città del Messico. Nel 2016 realizza il documentario TV Prima cosa buongiorno. Nel 2017, ha vinto la prima edizione del Premio Zavattini con il cortometraggio Massimino. Nel 2020 La nostra strada è il miglior film italiano al 16° edizione del Biografilm e in concorso alla 33° edizione di Idfa. Insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia Sede Sicilia.

Quando nasce la tua passione per il cinema e qual è il primo film che hai visto?
Ho cominciato ad appassionarmi al cinema quasi per caso. Quando andavo al liceo avevo la passione di filmare la gente per strada e di fargli domande. Negli anni quella passione è diventata un mestiere e quei video dei film. È stato un percorso lungo, anche di apprendistato, con registi che mi hanno trasmesso saperi e metodi. La passione consapevole per il cinema vero e proprio è venuta molti anni dopo, ma ricordo che da piccolo guardavo spesso e ossessivamente alcuni film che la mia famiglia conservava in casa. Sono tre i lavori che hanno segnato il mio primo incontro con il cinema: Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, Mignon è partita di Francesca Archibugi e i 400 colpi di Truffaut.


Cosa rappresenta per te quello che ancora molti continuano a chiamare cinematografo?
Ho la grandissima fortuna non solo di poter godere il cinema come spettatore ma anche di poterlo fare e per me, fare cinema, è la cosa più entusiasmante del mondo. Conoscere persone, capire le storie, inabissarmi nei vicoli delle città vecchie o inciampare in percorsi straordinari è uno dei più grandi privilegi che si possa desiderare. Per questo mi piace pensare che il mio lavoro stia stare dentro una perenne avventura.
Il castello della Zisa, gli arabi, i giardini, le moschee sono il ritratto di un mondo perduto? La Zisa è un mondo a parte rispetto alla Palermo bene?
È una domanda difficile. A volte penso che la Zisa appartenga ad un mondo perduto, altre volte penso rappresenti una realtà abbandonata a se stessa. Per me la Zisa è un luogo resistente. Mi sembra resistano al tempo tradizioni, modi di vivere, linguaggi, volti di una Palermo che esiste sempre meno e che abbiamo conosciuto attraverso le foto dei grandi fotografi palermitani e non: un mondo in bianco e nero dove ogni volto è un paesaggio, una storia, una rappresentazione in chiaro scuro della vera anima della città. Nel bene e nel male, la Zisa ha un’unicità diversa da quella della Palermo dei salotti bene e, se da un lato questa sua connessione con il passato ha un certo fascino, dall’altro quest’abito novecentesco che il quartiere continua ad indossare nasconde sofferenza, marginalità e assenza dello stato.
Il tuo film La nostra strada è un film poetico che ha vinto come miglior film alla rassegna Solelunadocfestival. Cosa hai provato nel ritirare il premio, te l’aspettavi?
Il ricordo più bello che ho della precedente edizione del Soleluna non è tanto l’aver vinto il primo premio, quanto la presentazione del film. Si veniva dal primo lockdown e fuori dallo Spasimo c’era una fila interminabile di persone. Il privilegio di poter presentare il film nella propria città insieme ai protagonisti del documentario è stato un momento di restituzione indescrivibile, probabilmente più della premiazione stessa. Devo essere sincero, non mi aspettavo il primo premio, ma vincere in casa propria con tutti quei film in concorso mi ha inorgoglito ed è un ricordo che mi porterò dietro per tanto tempo.

Cosa pensi dei film di Marco Risi Mery per sempre e Ragazzi fuori ?
Li ho visti la prima volta durante gli anni dell’università e mi hanno aiutato a capire certe sfumature della città che quando ero più piccolo non riuscivo a cogliere. Mi è sempre piaciuto che il motore di quei film fossero le storie dei singoli e che dietro il racconto di quelle vite ci fosse il desiderio di fare emergere la complessità dell’essere cresciuti in una città sbagliata. Si sente il peso di una città schiacciata dalla mafia, ma alla fine emerge più il degrado sociale e umano che la mafia stessa. Il prologo di Ragazzi fuori, la sua musica arabeggiante e quel bambino biondissimo che corre in bicicletta lungo lo stradone che dallo Zen porta in città sono immagini indelebili nella mia memoria. Quella scena insieme al grande serbatoio d’acqua nella piazza centrale della Zen e al bambino che sbircia dentro l’elegante villa di una famiglia palermitana annoiata a bordo piscina sono la sintesi perfetta delle mille sfaccettature di Palermo, del suo dolore e del suo inutile e fastidioso sfarzo.
In che modo il tuo film prova a ridare dignità a tutte le persone che molto spesso non vengono valorizzate e non vengono considerate?
Nel film ho provato a far parlare due mondi che non si conoscono. È facile giudicare chi non sa leggere o scrivere, chi ha deciso di interrompere gli studi o chi a quattordici anni pensa che lavorare in un panificio sia più utile e gratificante di un percorso formativo, ma molto spesso non si considera quanto dietro a queste scelte a volte sbagliate, si nasconda l’eterno conflitto tra la legge dello stato e quella del rione e che a farne le spese sono quasi sempre i ragazzi, vittime di una cultura che preferisce il mondo dei favori a quello dei diritti. Nel mio piccolo ho cercato di fare luce su come, in un batter d’occhio, si possa modificare e condizionare il proprio percorso di vita, scegliendo una strada tortuosa che costringe a vivere di espedienti.
Perché nei quartieri popolari spesso i giovani si perdono e i loro sogni sembrano appannarsi?
È principalmente una questione culturale e di opportunità. In alcuni quartieri i ragazzi sentono il bisogno di dover fare tutto da soli e in fretta, magari ripercorrendo lo stesso identico percorso dei genitori: è un cane che si morde la coda ed una malformazione culturale che affonda le sue radici nei primi giorni della nostra repubblica. Credo che un quartiere chiuso che vive con lo sguardo rivolto a se stesso non può far altro che replicare gli stessi usi e costumi per lustri e lustri. Molto spesso i giovani non credono nella scuola, nello stato, non credono alle parole della nostra Costituzione che sancisce le stesse opportunità per tutti i suoi cittadini. Credo che chi vive ai margini abbia le sue ragioni per pensarla così. Cosa si è fatto negli ultimi decenni per invertire lo sconfortante trend che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri senza diritti e tutele? Nulla: più che dai proclami si dovrebbe ripartire da un’ idea altra di territorio e di comunità, ripensare il sistema scolastico, estendere l’obbligo di frequenza a 18 anni e valorizzare chi si impegna.
Qual è il futuro della scuola di cinema a Palermo?
Palermo è la città del documentario, lo dicono i numeri, la partecipazione ai festival di tanti film che vengono covati all’interno della Sede Sicilia del Centro Sperimentale, lo dicono anche i tanti registi palermitani che si sono affermati nel panorama nazionale e internazionale. Tutto questo è frutto di un lavoro di sinergia e lungimiranza da parte delle istituzioni e delle realtà associative che hanno deciso di sostenere e promuovere questa realtà. La mia speranza è che presto arrivi un momento di crescita e di legittimazione ancora più importante di quello che stiamo già vivendo: è solo questione di tempo. Sono certo che anche il grande pubblico si accorgerà di cosa accade dentro gli spazi del Centro Sperimentale di Palermo. Bisogna continuare ad avere visione e a non aver paura di migliorarsi ogni giorno, cercando di mettere in rete gli ex studenti e spingendoli a fare impresa. Vanno però aiutati i talenti a fare imprese e non può certamente dipendere dalla Scuola o dalle istituzioni regionali. Esistono dei fondi pubblici per poter far cinema, ma andrebbero riscritte le leggi e modificate le modalità di finanziamento. Solo allora il cinema documentario e il cosiddetto cinema difficile potranno diventare industria.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Al momento le mie energie sono completamente investite nella scuola di Cinema. Mi nutro dello scambio costante con i ragazzi della scuola e provo a dare tutto me stesso per metterli in condizione di poter fare i loro film: è un tempo necessario anche per ragionare su come sviluppare ed incubare idee nuove per i miei prossimi lavori. Non escludo di poter ricominciare a raccontare la Zisa e i suoi ragazzi, ma il sogno più grande è quello di poter raccontare un viaggio; i film, un po’, sono dei viaggi a prescindere, ma uno vero e proprio mi regalerebbe quella dimensione sognante di poter navigare.