Ritratti: scrittori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Piero Meli

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Quando ho avuto tra le mani il libro Luigi Pirandello “Io sono fascista” di Piero Meli, edito da Salvatore Sciascia, ho perso alcune certezze per strada e mi sono posto una domanda: come mai la critica ufficiale ha fatto finta che il libro non fosse uscito? Leggendolo con attenzione, in me sono nate riflessioni e spunti sul fascismo, sulla letteratura, sugli uomini di cultura da Guglielmo Marconi, a Marinetti, da D’Annunzio, a Toscanini, Ungaretti, Brancati e molti altri che hanno aderito al fascismo. Piero Meli, con questo lavoro che l’ha impegnato per quattro anni, apre un dibattito particolarmente attuale sia per gli addetti ai lavori sia per il grande pubblico. Curiosità, aneddoti, storie inedite fanno di questo libro un punto fermo per la conoscenza di Lui Pirandello e il fascismo. E’ un libro che colma un vuoto nelle biblioteche del nostro Paese e pone molte questioni aperte.


Piero Meli è stato assistente di Gino Raya nella cattedra di Lingua e Letteratura Italiana all’istituto universitario del Magistero di Catania. Ha pubblicato testi inediti e rari di Rapisardi, Verga, Capuana, De Roberto, Navarro della Miraglia, Brancati, Antonio Bruno, Cardarelli e tanti altri su riviste e quotidiani (Giornale d’Italia, Vita, La fiera letteraria, Le ragioni critiche, L’Osservatore politico letterario, Biologia culturale, L’informatore librario). Ha pubblicato Luigi Pirandello. Pagine ritrovate, Sciascia 2010. Ha collaborato per più di 40 anni alla pagina culturale del quotidiano La Sicilia.
– Quando nasce la sua passione per la letteratura?
Non saprei dirlo. Certamente da bambino. Ricordo che a dieci anni andai in seminario a Favara. Leggevo romanzi anche di notte, sotto le coperte, con la lampadina tascabile. Era per me una festa, quando le suore Paoline venivano ad esporre i loro libri di narrativa accanto a rosari, breviari e vangeli. Tra le mie prime letture, Davide Copperfield. Il principe e il povero e tanti altri che non ricordo più.
– Qual è la funzione di un libro nel mondo di internet, dove le notizie appassiscono un minuto dopo che sono state pubblicate?

Federico De Roberto ne Il colore del tempo sosteneva che «i giornali vivono quanto le rose: l’espace d’un matin». Lo diceva più d’un secolo fa. Immaginarsi ora con internet, dove fiumi di notizie straripano, si accavallano, si moltiplicano, si modificano, si distorcono, un turbinio di dati incontrollati e contrastanti anche, dove non ci si raccapezza più. Il libro resta senza dubbio il mezzo più sicuro per consegnare nel tempo una precisa esperienza artistica e con una precisa identità al riparo degli inconvenienti dell’elettronica.
– Quanto tempo c’è voluto per scrivere il libro su Pirandello “Io sono fascista” e da quali fonti ha attinto le preziose informazioni riportate?

In principio erat… un articolo che pubblicai su “La Sicilia” nel 2016 intitolato “Pirandello camicia nera”. Poi divenne un libro. Tutto cominciò con una rara rivista fascista che comprai in una libreria antiquaria. Si intitolava “Milizia fascista”, un numero speciale, dove si celebrava il decennale delle camicie nere, 1933. Vi era uno scritto di Pirandello, sconosciuto a tutte le bibliografie, che elogiava l’organizzazione armata di Mussolini e il suo “creatore”. Su Pirandello il mio codice di procedura critico-letteraria aveva due nomi: Gaspare Giudice e Leonardo Sciascia. Ma il ritrovamento di quell’ incredibile scritto cominciò a farmi dubitare delle certezze che dispensavano i due. Il primo diceva che nel 1926 si chiudeva il periodo politico impegnato di Pirandello che via via si allontanava dal fascismo; mentre Sciascia, così come farà in seguito Nino Borsellino, ribadiva “l’inconciliabilità” tra la biografia e l’opera di Pirandello, tra Pirandello fascista e Pirandello scrittore. “Non c’è niente – diceva – dell’ideologia fascista nelle sue opere”. E quello scritto che cos’era? Bisognava ascriverlo alla biografia o all’opera di Pirandello?
Nel 2017, in occasione del 150° anniversario della nascita dello scrittore, con un altro colpo di fortuna ritrovai un’intervista a Pirandello dove si elogiava in maniera adulatoria Mussolini “che non trova paragoni nella storia”. Ed in questa intervista si rivelava pure la ferma posizione di Pirandello che rivendicava l’imprescindibile autonomia dell’arte dalla politica, schierandosi appunto contro l’arte fascista. Questa dichiarazione di Pirandello spazzava via una volta per tutte la presunta “inconciliabilità” che per settanta anni era stata usata come “prova” di un Pirandello fascista per opportunismo o fascista per caso o per conformismo e chi più ne ha più ne metta. L’intervista fu pubblicata in un mio articolo su “La Sicilia” , in occasione della venuta di Mattarella ad Agrigento. Articolo che fu ripreso, tra gli altri, dal “Fatto Quotidiano Magazine”. Tra i commenti sul FQ, qualcuno a nome della critica ufficiale, quella che conta, celandosi dietro lo pseudonimo “OILEPRO” non tanto difficile da decifrare, scrisse che avevo scoperto l’acqua calda e che piuttosto « Pirandello va interpretato e analizzato come è giusto che sia» e invitava i lettori a leggere quelli che l’avevano fatto, cioè Borsellino, Milone, Alberti e ovviamente Providenti. Insomma la ditta di “Pirandelliana”. Segno che avevano accusato il colpo.
Da lì ebbe inizio il mio libro su Pirandello fascista dove non c’è – mi dispiace per i maestri cantori – alcuna «interpretazione». Niente è detto a caso. Ma tutto è supportato da documenti, fatti, inediti, riscontri bibliografici . Tutto di prima mano. Ho impiegato 4 anni di ricerche. Ma era una scommessa con me stesso.
– Prima di leggere il libro su Pirandello pubblicato dall’editore Sciascia di Caltanissetta pensavo che l’adesione di Pirandello al fascismo fosse stata solo una parentesi, un errore giovanile dello scrittore. Nel suo libro c’è ben altro…

Sì, c’è dell’altro. Pirandello era fascista da sempre, da quando era Pirandello. Si riteneva un «antidemocratico» per eccellenza. Tanto è vero che quando alla fine del 1922 andò in America, ancora prima chiedere la tessera fascista, restò negativamente impressionato dalla vita meccanica, esteriore e superficiale degli americani. Al suo ritorno dichiarò ai giornalisti che «il popolo americano soffre della mediocrità cui è condannato dal regime democratico». Chiaro, no? Fascista lo fu prima di Mussolini e lo sottoscrisse in un passo del “Fu Mattia Pascal”. Anzi nell’ottobre del 1923, nel primo annuale della marcia su Roma, in un articolo intitolato La vita creata scrisse che Mussolini, creatore di realtà, aveva tradotto, e per così dire copiato, sul versante politico, essendo il P.N.F. un partito per definizione “dinamico”, la concezione pirandelliana della vita. Al giornale “Il Pensiero” nel 1926 dichiarò di essere fascista, «E non da ora; sono trent’anni che faccio il fascista» (forse dopo lo scandalo della Banca romana e la caduta dei suoi ideali risorgimentali). Fascista lo fu tutta la vita. La sua ultima tessera fascista? È esposta nella biblioteca-museo di Agrigento. È del 1936!

– Fuori dalle notizie ufficiali qual è stato il rapporto tra Mussolini e Pirandello?

Data il 22 ottobre 1922 l’incontro tra Mussolini e Pirandello. Era stato lo stesso Duce a invitarlo a Palazzo Chigi. Voleva conoscerlo. Aveva saputo che stava per partire per l’America e voleva congratularsi per i suoi successi artistici. È ancora Mussolini a cercare Pirandello al suo rientro dall’America. Insomma era Mussolini a cercare Pirandello e non viceversa. Certo Mussolini aveva interesse di aggregarlo al suo carro, è naturale. Addirittura correva voce che volesse metterlo in candidatura nelle liste ministeriali delle elezioni dell’aprile del 1924. I loro rapporti non furono sempre idilliaci tra due grandi caratteri forti, ma sempre di grande stima reciproca. Mussolini gli rimproverò una volta (lo disse a Marta Abba) di avere “un brutto carattere” perché nel discorso celebrativo su Verga aveva attaccato il D’Annunzio come “scrittore di parole”, inimicandosi molti gerarchi vicini al vate (quello del Duce era però un rimbrotto che muoveva da ragioni di opportunità politica. Il Duce cercava di evitare scontri tra i due maggiori letterati del pollaio fascista. Era dell’idea che Pirandello avrebbe potuto farne a meno, e farà di tutto per farli riappacificare, mentre i numi tutelari della critica strumentalizzeranno come al solito questo episodio come prova di dissapore e distacco politico di Pirandello dal regime). A sua volta Pirandello giudicava il Duce uomo ruvido capace di tutto e incapace di scrupoli. Ma – scriverà a Marta Abba – «pur nondimeno, io riconosco che in un tempo come questo “brutale”, della storia politica e sociale contemporanea, un uomo come lui è necessario ; necessario mantenere il mito che ce ne siamo fatto, e nonostante tutto, credere e serbarci fedeli a questo mito». Ci sono obiezioni a questa dichiarazione di fedeltà al Duce? Siamo al 4 febbraio del 1932.

– Nel suo libro viene ripresa una vecchia polemica fra Giovanni Amendola e Luigi Pirandello che in un durissimo corsivo su Il Mondo definirà lo scrittore uomo volgare, scriba, opportunista e “accattone” un prezzo da pagare in cambio di una nomina a senatore…

La polemica innescata da Giovanni Amendola sul “Mondo” è stata strumentale. L’adesione di Pirandello al fascismo in un momento di grave difficoltà di Mussolini, che cominciava a perdere pezzi dopo l’efferato delitto di Matteotti, ebbe l’effetto di una “sentenza” politica in favore del fascismo. Pirandello, col peso della sua enorme notorietà internazionale e quando tutti si defilavano, ebbe il coraggio di schierarsi a favore del Duce, disorientando l’opposizione, che per svilire la discesa in campo, come si direbbe oggi, del commediografo agrigentino s’inventò la storia del mercimonio: l’adesione al fascio in cambio d’un seggio senatoriale. Accusa ridicola e inconsistente, perché Pirandello i giornali lo davano tra i più accreditati candidati al seggio senatoriale, anche perché le nomine venivano fatte attingendo a categorie sociali. Nel caso di Pirandello a quella di “Artisti letterati e scienziati”. Ma diciamocelo con franchezza: Pirandello aveva forse bisogno di iscriversi al fascio per essere nominato senatore? Valeva forse meno di Salvatore Di Giacomo, di Ugo Ojetti e di G. A. Cesareo? Non diciamo sciocchezze. Fu lui a rinunciare, prima ancora di aderire al fascismo. E per confermare la sua limpidezza morale, quando l’anno successivo si presenterà ancora una volta un’altra infornata di senatori, lui scriverà una “nobilissima” lettera al Duce di escluderlo dalla lista, desiderando dare tutta la propria attività al teatro italiano, mezzo efficacissimo di propaganda d’italianità all’estero. La notizia è riportata dal quotidiano fascista “L’Impero” e dal “Corriere della sera”. Ma non la troverete in nessun libro di critica. Ecco come si fa critica in Italia.

-E’ vero che lo scrittore Leonardo Sciascia è stato molto tenero per le scelte di Luigi Pirandello sul fascismo ed ha parlato di “civile moralità”. Cosa intendeva dire?

No, Sciascia non è stato tenero sulla scelta politica di Pirandello. L’ha bollata come un gesto «non certo ispirato da senso civile e da profonda moralità». Ditemi se questo non è un giudizio politico. È un giudizio politico, non c’è dubbio. Dettato dal senno di poi e dal clima di antifascismo che si respirava all’indomani della disfatta della seconda guerra mondiale. Ma, siccome Pirandello è un mostro sacro del Novecento bisognava alleggerire il suo peccato originale, bisognava “interpretarlo”, “contestualizzarlo”. E quindi Sciascia, Corrado Alvaro , Camilleri e i loro nipotini, fino a quelli più vicini a noi, investiti da questa missione, si sono dati da fare per trovare in una parola, in un episodio, in una bazzecola, come direbbe Totò, un «antifascismo strisciante» (la geniale espressione è proprietà riservata della solita ditta). Emblematica è la posizione di Corrado Alvaro, una sorta di reincarnazione di Paolo di Tarso. Prima persecutore e poi apostolo di Pirandello. Fazioso sempre, nell’uno e nell’altro caso… È lui l’autore della deformazione di Pirandello in «P. Randello» sul “Becco giallo”, è ancora lui l’inventore del testamento-beffa sulle sue esequie che Pirandello avrebbe scritto per non andarsene in camicia nera, ridendo di Mussolini che batteva i pugni sul tavolo. Balle. Quel testamento Pirandello l’aveva redatto nel 1911, quando Mussolini era ancora socialista.
– Nella novella “C’è qualcuno che ride” apparsa sul Corriere della sera il 7 novembre del 1934 qualche critico ha scritto che in quest’opera si trovano gli inconfessati rimorsi e la rivolta di Pirandello contro il fascismo. Qual è il suo pensiero?

L’interpretazione della novella data da Sciascia, su imput del solito Corrado Alvaro, è una colossale patacca. Per Sciascia è una satira contro il fascismo. Ma quale satira? Se quel qualcuno che ride non si sa perché ride e di chi ride? Ne dubita anche Gaspare Giudice.
Oltretutto c’è una circostanza temporale che non depone affatto per l’interpretazione di Sciascia. La novella apparve sul “Corriere della sera” il 7 novembre del 1934. Ma appena un mese dopo, il 1° dicembre del ’34, lo stesso Pirandello sul quotidiano francese “Le Journal” scrive un articolo in cui si dichiara «precursore del fascismo». C’è una bella incongruenza. Come è possibile essere antifascista a novembre e precursore del fascismo a dicembre? Ascoltate la spiegazione salomonica di Sciascia in Pirandello e la Sicilia: «Ma Pirandello è stato, come i suoi personaggi, uomo pieno di inquietudini, di contraddizioni, di mutevoli sentimenti. È chiara la sua accettazione del fascismo nelle dichiarazioni rese al Crémieux, ma è altrettanto chiara nella novella C’è qualcuno che ride la sua rivolta». Ma insomma era fascista o non era fascista? O lo era un giorno sì e un giorno no?

– Secondo lei c’è mai stato una sorta di pentimento da parte di Luigi Pirandello per la sua adesione al fascismo?

No. Mai.

– Che ruolo ha avuto l’adesione al fascismo dello scrittore agrigentino in relazione al Premio Nobel?
Penso che Pirandello indipendentemente dalla sua adesione al fascismo avrebbe avuto egualmente il Nobel nel 1934. Ma nel mio libro saltano fuori notizie e documenti inediti che rivelano che il regime fascista coi ministri Rocco e Gentile, con Marconi e il prof. Gabetti presidente dell’Istituto italo-germanico di Roma, si adoperò per spianargli la strada. Fu così che Pirandello nel 1933 tramite l’Istituto fascista di cultura e a spese del regime, ripetiamo a spese del regime, andò in un giro di conferenze seguite da rappresentazioni delle sue commedie in Finlandia, in Svezia, in Danimarca e Norvegia per facilitare la propria designazione. I giornali del tempo parlano di «festose accoglienze», di successi, di ovazioni , di riconoscimenti tributati al nostro commediografo, di incontri con le più alte autorità e personalità delle nazioni scandinave. Sta di fatto che, guarda caso, nel 1934 Pirandello sale sul podio a Stoccolma. Strana coincidenza. Ma queste notizie non le troverete in nessun saggio su Pirandello. Perché?

– Qual è l’eredità che ci lascia Pirandello?

Penso che la figura di Pirandello vada ridisegnata, come è giusto che sia. Soprattutto la sua figura morale, distorta da una irriverente e ignominiosa strumentalizzazione politica . Pirandello non fu vittima dell’ingranaggio fascista, non fu come dice Sciascia un debole incapace di reagire al regime, non fu opportunista pronto ad acclamare chi gli desse una feluca e uno spadino; non fu un ingenuo, un minchione in politica. Pirandello fu Pirandello e volle essere Pirandello. Difese le sue scelte ideologiche con fermezza, ma con eguale fermezza rivendicò la spontaneità, l’autonomia dell’arte dalla politica e lo fece anche a viso aperto contro l’arte fascista proclamata da Mussolini. Questo è Pirandello.
– Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Mai come ora stiamo vivendo una condizione di precarietà. Se siamo ancora quaggiù, vorrei portare a termine il mio libro su Federico De Roberto, un autore al quale ho dedicato gran parte dei miei studi, sin dal 1974, pubblicando saggi, lettere inedite e racconti sconosciuti, quali Il Trofeo e Un proverbio italiano. Ho ancora molto materiale inedito da pubblicare. Avevo già concordato anni fa con l’editore Sciascia un libro sull’autore dei Viceré, ma Pirandello fascista è entrato a gamba tesa, pigliandosi la priorità. Questo fascista di Pirandello ha scompigliato tutto. Non solo me.