Ritratti: giornalisti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Giuseppe Moscato.

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Ci sono persone in questo mondo che lasciano il segno, che ti fa piacere incontrare per la loro simpatia e le loro trovate. Sono capaci di cambiarti la giornata. Loro portano il sole! Hanno un modo creativo ed originale di raccontare le cose del mondo. Sono persone che sanno cogliere sfumature ed aspetti che gli altri non riescono a vedere. Tutte le volte che ritorno a Favara sono felice di rivedere Giuseppe Moscato. Lo scorgo in un angolo, nella piazza dei Vecchi e i Giovani, lì dove si conclude il romanzo storico di Luigi Pirandello, sempre sorridente e di buonumore. Eccolo tra un folto pubblico mentre si avvicina alla statua di Antonio Russello nel lato della pasticceria storica di Nello Butticè. Giuseppe non è mai da solo, accanto gli si forma un capannello di gente che lo ascolta in religioso silenzio. Questo è il fascino dei paesi: puoi incontrare tutti e vivere una giornata inaspettata di felicità insieme agli artisti che hanno girato il mondo ed hanno mille storie da raccontare.


Giuseppe Moscato è un grande personaggio favarese, uno che conosce la storia della città, i suoi abitanti, le strade, i cortili, le tradizioni, le curiosità e la storia di ogni cosa. Mi piace incontrarlo ed ascoltarlo a Favara. Giuseppe ha una parola per ognuno. Ha una memoria di ferro. Conosce tutti, uno per uno. Nasce a Favara nel 1959 è sposato con Antonella. Ha due figli Annalisa e Gaetano. Pochi sanno che è uno stimato funzionario della Capitaneria di Porto, tutti lo conoscono come il giornalista della città, sempre pronto a qualsiasi ora nelle dirette di Sicilia On Press a raccontare quello che succede di bello e anche di brutto in questo difficile ed amato paese.
Quando succede qualcosa di grave non ha orari ed è l’ultimo a rientrare a casa come il capitano di una nave. E’ iscritto all’albo nazionale dei giornalisti, elenco pubblicisti, da oltre 25 anni. E’ stato uno dei primi speaker radiofonici della Sicilia già nel lontano 1976. Poi ha intrapreso la carriera di giornalista, conduttore televisivo, presentatore di spettacoli sia di feste folkloristiche popolari che di grandi eventi internazionali come “Mediterraneo senza frontiere”, Festival internazionale “I Bambini del mondo” ed il prestigioso Premio “Mimosa d’oro”, nonché addetto stampa e presentatore in diverse manifestazioni sportive, culturali e scientifiche in Italia e in giro per il Mondo. Ha ricevuto il Premio “Alessio Di Giovanni” per la comunicazione televisiva. Nel suo stile c’è grande rispetto per la persona e l’accertamento della fonte. Giuseppe Moscato è uno che non perde mai la pazienza e sa ridere di se stesso.


In questa intervista ci accompagna in un viaggio tra il reale e il fantastico per le strade del mondo…
– Cu nesci arrinesci? Cominciamo da qui. Mi puoi commentare questo detto?

Non per forza deve valere il detto “nemo propheta in patria” per cui è “megliu nesciri pi arrinesciri”. Certamente un giovane della Sicilia e del Sud in genere non ha le stesse opportunità, in tutti i campi, di un suo coetaneo che è nato e vive in paralleli più alti. Da sempre, purtroppo, da noi mancano le opportunità di lavoro, di sviluppo, di crescita economica e sociale. La cosiddetta “fuga di cervelli” è la conferma del detto “Cu nesci arrinesci”, per fortuna da qualche anno si registra una certa inversione di tendenza, io per esempio, pur non “niscennu” e rimanendo nel profondo Sud, per certi versi “arriniscivu”.

– Hai mai pensato di lasciare Favara per il grande salto di Roma o Milano?

Io ho camminato sempre con il “freno inserito”. Mi spiego meglio. Nella tua domanda, mi pare di capire, che il riferimento è preciso e si riferisce al fatto se ho mai pensato di poter svolgere il mio “lavoro” di giornalista o di presentatore in un grande canale televisivo nazionale Rai o Mediaset. Senza falsa modestia me ne sento tutte le capacità e le qualità, e non mi sarebbe certo dispiaciuto, ma non ho fatto niente per poterlo realizzare. Nel senso che l’essere giornalista e presentatore è stato sempre un hobby e non un lavoro, che io avevo già, per cui l’ho visto sempre con quest’ottica e mi sono sempre “accontentato” di fare il massimo qui a casa e non emigrare. Ero a Torino, ci sono stato per cinque anni, e ho fatto le cosiddette “carte false” per tornare a Favara. Con il senno del poi…forse.. o no?!

– Qual è la notizia più bella che hai scritto e quella che non avresti voluto mai dare alla popolazione che ti segue da sempre con affetto?

Notizie belle, interessanti, curiose, a volte anche esclusive e successivamente riprese anche da altre testate giornalistiche ne ho pubblicate tantissime, sia annunziandole alla radio che in televisione, scrivendole sul giornale cartaceo o proponendole in diretta streaming on line. Per le notizie che non avrei mai voluto dare, me ne sovvengono due ed entrambe riguardano bambini. La prima è relativa alla barbara uccisione del piccolo Stefano Pompeo, vittima innocente di mafia, trucidato da mano mafiosa la sera del 21 aprile del 1999. Non ancora dodicenne il piccolo Stefano si trovava a bordo del fuoristrada della vera vittima designata, i killer alla vista del mezzo fecero fuoco e uccisero il bambino. Una storia difficile da raccontare e per la quale ancora mi vengono i brividi. La seconda è relativa alla morte delle sorelline Chiara e Maria Pia Bellavia. Successe sabato 23 gennaio 2010. Una Favara ancora sonnecchiante per la giornata prefestiva, viene svegliata di soprassalto, ancora incredula per la notizia che in pochi minuti aveva fatto il giro del paese. “E’ caduta una casa “o Carminu”, sotto c’è un’intera famiglia”. Per il crollo della fatiscente casa dove abitavano trovarono la morte quei due angeli. Una data e una tragedia che cambiò la storia di Favara ed anche la mia.

– Che ricordo conservi del maestro- giornalista Mimmo Felice?

Un ricordo ancora vivo, attuale, reale e sempre presente. E’ stato il mio maestro alle elementari, da lui ho imparato il piacere della lettura e soprattutto della scrittura. E’ “colpa” sua se sono diventato un giornalista, lo devo a lui se ho questa formazione e questo senso civico ed il rispetto assoluto per la verità. E’ stato un magister eccezionale, precursore di tante iniziative sia nel campo scolastico che giornalistico. Pensa, che in quinta elementare ci faceva leggere e commentare il quotidiano La Sicilia, ti ricordo che correva l’anno 1969. Il maestro non ci insegnava solo a leggere e a far di conto, ma ci preparava alla vita. Me lo sono ritrovato adolescente come direttore e compagno di avventura nella nascita di una delle prime radio private della Sicilia, Radio Favara 101, e poi come direttore nella televisione privata Tele Video Sicilia, ed ancora come tutor per l’scrizione all’Albo dei Giornalisti, dopo due anni di collaborazione con il quotidiano La Sicilia, di cui lui era corrispondente, lo stesso giornale che leggevo a 10 anni alle elementari.

– Che cosa rappresenta la radio nella tua vita?

Il primo amore, quello che non si scorda mai. La linfa che ti entra dentro e che ti rimane indelebile. Io sono stato uno dei primi speakers di radio libera in Sicilia. Era il 1976 e a Favara, come nel resto d’Italia, nascevano le prime radio private. Se alzi il cursore del mixer per aprire il microfono e senti il brivido che ti percorre la schiena, che ti sale in gola e sembra bloccarti anche il respiro, ma nonostante tutto riesci a dire “ siete sintonizzati con Radio… …” ecco allora ci sei cascato, il virus ti ha preso e per te la Radio sarà il tuo amore eterno. Come ti dicevo in seguito sono stato, e sono tuttora, giornalista e conduttore televisivo, presentatore di spettacoli in piazza con migliaia di spettori, moderatore in convegni anche di caratura internazionale, ma ogni qual volta mi capita di fare qualcosa in radio, lascio tutto e corro dal mio primo amore.

– E sulla Tv che mi puoi dire?

La televisione, naturalmente, arriva dopo. Un altro gravoso e piacevole impegno. Ci sono altri ritmi, altri stimoli, un modo diverso di fare il giornalista e il conduttore, di impostare la notizia giornalistica o la conduzione di un talk show o altro programma di intrattenimento o di informazione. Se per la radio vale la voce, in TV conta molto “le physique du ròle”, l’apparire, soprattutto nei programmi d’intrattenimento o negli spettacoli, per fortuna meno del ruolo giornalistico. Devo dirti che non è successo quello che cantavano i The Buggles, uno storico gruppo della disco music nel 1980, “Video killed the radio star” quanto con l’avvento delle televisioni private, pronosticavano la fine delle radio. Ha ragione Eugenio Finardi che nella sua canzone dedicata proprio alle radio libere canta “Amo la radio perché arriva dalla gente entra nelle case e ci parla direttamente … Con la radio si può scrivere leggere o cucinare non c’è da stare immobili seduti a guardare forse è proprio quello che me la fa preferire è che con la radio non si smette di pensare”. Ti racconto un fatto successo proprio in questi giorni in piena pandemia. Ero davanti ad un negozio in attesa di entrare, occhiali da sole e mascherina, praticamente irriconoscibile. Una signora mi sente parlare e mi dice: “lei è Moscato il giornalista? L’ho riconosciuto dalla voce”.

– Ho letto da qualche parte che avresti voluto fare il prete. Penso che avresti avuto un grande seguito. Ma senti ancora questo bisogno spirituale o ti è passato?

Bè, più che un bisogno spirituale è stato un percorso scolastico. Io ho fatto le elementari nel Convento dei Francescani di Favara poiché lì ci insegnava mio cugino e così mi ha portato a scuola con lui. Era una scuola paritaria e quindi un alunno in più faceva comodo. Mi sono trovato benissimo, non tanto per la vita monastica o per vocazione spirituale, ma perché mi piaceva fare vita comunitaria insieme ad altri ragazzi. Lo stesso è successo per il Seminario, scelto non tanto come percorso per diventare prete, ma come percorso scolastico, come un collegio, dove frequentare la scuola media. E’ durato solo un anno, evidentemente non era destino, ma sono convinto che se il percorso fosse andato avanti, non avrei messo limiti alla provvidenza e perché no, prete, arciprete ed anche monsignore. Di spiritualità l’uomo ha sempre bisogno. Un momento di preghiera, di raccoglimento fa bene allo spirito e quindi anche al corpo, a prescindere dal tuo grado di Fede,

– Quale ricordo è rimasto del viaggio che hai fatto a Mosca?

Sono stato a Mosca in uno dei miei tanti viaggi di lavoro. Grazie al mio ruolo di giornalista, infatti, ho gestito numerosi uffici stampa di una società che si occupa di organizzazione di fiere ed eventi in giro per il mondo. Così è stato anche per Mosca e come succede ogni volta, finito il lavoro ci ritagliavamo uno spazio da turisti. Mosca era una delle mete che mi ero prefissato di raggiungere, in relazione anche al fatto che mio padre, non perdeva occasione di raccontarmi del suo viaggio in Unione Sovietica, la Madre Russia dei “tovarisch” comunisti. Una citta bellissima, non sto qui certo a decantare le sue bellezze architettoniche, storiche, museali. Fredda come da tradizione, ma accogliente. Una città ormai occidentalizzata, dove l’italiano è sempre ben visto e voluto bene.

– Un giorno un giornalista spiritoso mi ha detto che prima per ricevere un miracolo si pregava la Madonna, oggi si prega Barbara D’Urso che prima di dare la notizia, fa arrivare la telecamera per fare più “curtigliu” che informazione? Cosa pensi di questo modo di fare “giornalismo”?

Credimi, mai visto più di 5 minuti un programma di Barbara D’Urso. O in accordo con i miei familiari cambiamo canale, oppure io cambio stanza. La spettacolarizzazione della notizia non mi è mai piaciuta e non fa parte del mio bagaglio professionale e personale. Credo che la televisione sia da stimolo e anche da acceleratore per la risoluzione o quanto meno per l’impegno di interessamento. Tutti, politici in primis, vogliono visibilità per cui se arriva il giornalista e la TV molte porte si aprono più facilmente, non dovrebbe essere così, ma così è. Ne abbiamo riscontro con programmi di altra caratura come “Le Iene” o “Report” ed anche “Striscia la Notizia”, piuttosto che “u curtiglu” di Carmela.

– Perché i favaresi che sono molto intelligenti e acuti quando vivono nelle altre città, a Favara si perdono? Non possono fare a meno della’automobile, lasciano i rifiuti ovunque, non fanno la raccolta differenziata? Potremmo proporre ai favaresi di vivere un anno a Stoccolma e al loro posto far venire gli svedesi? Cosa potrebbe succedere?

Tu vuoi rovinare Stoccolma, perché? Se i favaresi andassero a vivere un anno a Stoccolma la favaresizzerebbero. Di contro gli svedesi non riuscirebbero a smuovere un passo in direzione di un vero e radicale cambiamento della società favarese. A parte le battute, purtroppo ancora resiste uno sparuto numero di persone, che viene difficile definire cittadini, i quali non riescono a rispettare le regole, soprattutto nel campo dei rifiuti o della circolazione stradale. Non fanno la differenziata, non conferiscono i propri rifiuti domestici nel regolare mastello da depositare davanti la propria abitazione per il successivo ritiro a domicilio. E’ un comportamento assurdo, una inciviltà che non riesco proprio a capire. E che dire della circolazione stradale, come diceva lo zio a Jonny Stecchino, “il vero pobblema di Favara è il trrraffico” Ecco questo sparuto numero di persone alimenta il pensiero che vuole il favarese “brutto, sporco e cattivo”.

– Secondo te le donne moderne e indipendenti sono diventate più difficili o sono gli uomini che vivono in un’altra frequenza e non riescono più a starci dietro?

Non vorrei essere tacciato di blasfemia, ma io ho un pensiero che è la risposta perfetta del rapporto uomo-donna, adattato a tutti i tempi e a tutte le situazioni. Se è vero che Dio creò l’uomo, come specie umana, prima creò la donna, ovvero Eva e poi da lei ne è scaturito l’uomo, ovvero Adamo. La donna è un essere superiore. Vive mediamente 8 anni in più dell’uomo; è immune a determinate malattie e per alcune è solo portatrice sana; è molto più resistente da punto di vista genetico e fisiologico, non come forza bruta, ma ci vuole poco; è la donatrice della procreazione. Tu mi parli di modernità, di indipendenza, se sono diventate più difficili loro o siamo noi che non ce la facciamo più. E’ chiaro, loro, le donne, appartengono ad un altro pianeta.

– Giuseppe Moscato visto da Giuseppe Moscato come se fosse una terza persona alla maniera pirandelliana, descrive quali sono i suoi pregi e i suoi difetti…

Raccontare Giuseppe Moscato è molto semplice poiché quello che vedi, è. Non c’è niente di nascosto o di falso. Non credo nell’oroscopo, ma in questo caso devo dire che rispecchia fedelmente la personalità dell’acquario, sono nato il 17 febbraio, “Una persona dirompente e dinamica, originale, idealista, con una mentalità molto aperta, pronto ai cambiamenti. Insomma un tipo brillante, capace di affrontare i temi più disparati, con estrema disinvoltura e con argomentazioni originali. Ama ascoltare nuove opinioni, ma è estremamente cocciuto sulle sue idee. Da solo spesso si annoia. Ama stare in compagnia e fare nuove conoscenze”.

– Riavvolgendo il nastro della tua vita, rifaresti le stesse cose o cambieresti tutto?

Col senno del poi sai quante cose che cambierei, uhhh a iosa. Ma siccome il nastro non si può riavvolgere, confermo che rifarei di tutto e di più. Sono mica scemo a dirti che rimpiango una cosa che non ho fatto, oppure che ho rimorso per una cosa fatta. In verità una cosa non fatta la rimpiango. E’ stata dura per uno come me che ha girato il Mondo, non “Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”, ma da San Francisco a Sidney; da Mosca a New York; da Rio de Janeiro a Parigi; da Berlino a Istanbul; non aver imparato l’inglese. Era come se fossi muto e sordo. Per fortuna ci vedevo!