Ritratti: Attori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Graziana Lo Brutto

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Graziana Lo Brutto è una ragazza molto giovane. E’ la figlia di Giovanni uno dei più grandi artisti agrigentini, anima del gruppo dei Dioscuri. L’ho conosciuta al teatro Brancati di Catania durante il tour dello spettacolo Barberia. Sono rimasto affascinato dalla sua grande passione per il teatro d’autore e per il suo amore per la città di Catania. Sono certo che sentiremo parlare di lei non appena riapriranno i teatri e ci riprenderemo le nostre vite. Sento che Graziana realizzerà bellissimi spettacoli non solo per il teatro, ma anche per il cinema e la tv. E’ l’augurio che faccio a questa ragazza che con il suo sorriso racconta le bellezze della Sicilia.

Graziana Lo Brutto, è nata nel 1988, è laureata in scienze della comunicazione e diplomata come attrice alla scuola d’arte drammatica “Umberto Spadaro” del Teatro Stabile di Catania. Ha lavorato con gli attori Moni Ovadia, Rori Quattrocchi, Matteo Tarasco, Tony Sperandeo e Mario Incudine.
Ha avuto un ruolo da protagonista (Donna Mita) nel “Liolà” di Moni Ovadia e Mario Incudine al Teatro Biondo di Palermo e nello spettacolo “Il violinista sul tetto” per la regia di “Moni Ovadia” al Teatro Nuovo di Milano. Ha trasposto per il teatro un testo per bambini dello stesso Ovadia (Il principe e il pollo) di cui è stata la protagonista femminile. Ha scritto anche dei testi suoi che ha anche prodotto e che sono andati in scena.
E’ stata in Russia con uno spettacolo per la regia di Giuseppe Di Pasquale (Il giardino dei ciliegi di Anton Pavlovic Cecov) ed è stata la protagonista femminile del videoclip del gruppo agrigentino (Quartet folk) insieme a Tony Sperandeo.
Graziana Lo Brutto ha fatto parte di un progetto internazionale chiamato “Escena Erasmus” in cui i partecipanti arrivano da ogni parte del mondo e recitano un testo nella stessa lingua (in quel caso lo spagnolo) e con questo progetto ha partecipato ad una tournée nazionale in Spagna interpretando il ruolo di Sancio Panza.
Tiene laboratori di teatro per bambini ed ha insegnato dizione presso una scuola di teatro catanese. Per il teatro ha tradotto dallo spagnolo un testo contemporaneo che verte sulla crisi generazionale dei trentenni di oggi, ma che a causa della pandemia non è ancora stato rappresentato.

Quando hai scoperto il teatro nella tua vita?
Il teatro ha praticamente fatto parte di tutta la mia vita. Sin da bambina ho seguito mio padre nei suoi spettacoli teatrali. Conoscevo a memoria le parti di tutti i personaggi dei suoi spettacoli. Sono passati trent’anni e ancora oggi ho chiarissime nella mia testa molte scene che ho visto e vissuto da bambina.

Che bambina è stata Graziana Lo Brutto?
Me la porto sempre dietro quella bambina. Ero curiosa e allegra, ma
soprattutto pura e molto ingenua. Ho sempre creduto nell’amicizia e nel valore della
condivisione. Già da allora mi ricordo che tra la costruzione di una capanna e un
nascondino, insieme agli amichetti del tempo mettemmo su la nostra versione di
Giufà che tutti avevamo visto recitare dal gruppo dei Dioscuri. Mi ricordo che eravamo in un giardino al piano terra e la gente ci guardava e applaudiva dai balconi. Mi guadagnai il soprannome di Lina Wertmuller!

Secondo te sono felici i bambini di oggi?
Se devo essere sincera i bambini di oggi mi fanno molta paura. Sanno e fanno tutto
sin da piccoli. Non trovano più il piacere della ricerca e della scoperta. Sembrano già grandi prima ancora di esserlo. Ed allora mi chiedo: se sono così consapevoli, già a questa età, cosa resterà loro da scoprire da grandi?

Quando ha influito nelle tue scelte artistiche essere una figlia d’arte?
Tantissimo. Sono cresciuta immersa nel teatro, negli strumenti musicali, nella parola recitata. Mio padre d’estate mi portava alle prove dei suoi spettacoli ed io ero la prima a seguire quelle rappresentazioni. Dopo la laurea ho scelto di fare l’esame di  ammissione in accademia è stata una scelta del tutto automatica.

Il tuo rapporto con la città di Catania, una città di grande cultura scrittori, musicisti e teatri…
E’ culla di fermento culturale, di una bellezza unica, di memorie magiche e di tanto ancora da scrivere su di lei, pensa quant’è poetica una città ai piedi di un vulcano davanti al mare. Non credo che sia stata valorizzata come meriti. Vedo troppa
bellezza sprecata, troppe occasioni mancate e questo mi addolora. Dovremmo
prendercene ancora più cura.

Chi sono gli autori che ti piace maggiormente interpretare a teatro?
Sarò banale, ma amo alla follia Pirandello! Lo reciterei in tutte le salse! Anche se devo ammettere che sto rivalutando tantissimo molti autori contemporanei (soprattutto i giovani della mia generazione). Mi piacciono tanto i ruoli che implichino un viaggio totalizzante all’interno di se stessi, che mi smontino la testa e la rimontino in un altro modo. Mi piacciono i ruoli che mi fanno crescere, anche quelli leggeri come l’ultimo che ho interpretato, Marina, donna hippie incinta che non sa che fare della propria vita. Un po’ lo specchio di tutti noi “giovani millennials”.

Hai lavorato con molti registi tra cui Moni Ovadia, cosa hai appreso da lui?
Da Moni Ovadia ho imparato tantissimo, sia artisticamente che umanamente. Due
anni fa mi ha voluta ne “Il violinista sul tetto”, dove interpretavo una delle
sue figlie. Ebbene, siamo riusciti a mettere su in un mese, un musical tutto in lingua
yiddish e lui è sempre meraviglioso. Non si è mai risparmiato un attimo. Ecco, questo è quello che artisticamente mi ha insegnato. A non risparmiarmi mai. Non importa l’età, il contesto o una brutta giornata. Abbiamo la fortuna di fare un mestiere meraviglioso e dobbiamo onorarlo ogni giorno. Umanamente mi ha insegnato una cosa bellissima; l’importanza dell’umiltà, il segreto dei grandi è l’umiltà! Una persona bellissima che ad ogni modo, in ogni momento, non escluderà mai l’educazione e la gentilezza come baluardo di un mondo migliore.

Come hai vissuto i giorni bui del lockdown?
Inizialmente ero molto spaventata. Ricordo che mi svegliavo ogni mattina con un
peso nella testa incredibile. Poi invece la testa ha fatto click. Ho deciso di impiegare
tutto quel tempo a disposizione, come forse non avevo mai avuto e mai più riavrò,
per fare qualcosa di produttivo. Così ho ricominciato a studiare, a leggere tutti quei
libri che non avevo avuto il tempo di leggere, a rendere così il mio tempo impegnato,e “ricco”. Così ha funzionato. Ripenso ancora a quei giorni come dei giorni produttivi per la mia anima.
Graziana parla di se stessa come una terza persona: pregi e difetti…
Una persona molto sopra le righe! Ha fatto scelte nella sua vita che probabilmente in pochi avrebbero fatto, però non l’ho mai vista un solo giorno pentita! Se le piaci farà di tutto per fartelo capire e idem se non le piaci. Forse ogni tanto è meglio non starle vicino, ma è una persona davvero genuina.
Che cosa ti ha lasciato l’esperienza in Russia, un paese tutto da scoprire?
La Russia è davvero spettacolare. Ha dei posti bellissimi e dei colori meravigliosi. Ancora adesso ricordo quanto mi sia sentita piccola e parte di un tutto nel vedere la Piazza Rossa. E’ stata un’esperienza molto bella. Abbiamo portato in scena “Il giardino dei ciliegi” di Cechov e temevamo tantissimo il giudizio del pubblico moscovita. Alla fine la gente era così entusiasta che i primi della fila ci regalavano rose dal palco. Ricordo la commozione di quel momento. E’ stata un’esperienza molto arricchente.

Escena Erasmus ti ha fatto scoprire altre realtà del mondo. In fondo il teatro è una sola casa?
Assolutamente si. E’ stato grazie a questa esperienza se io oggi posso contare su
una famiglia europea. Fare l’Erasmus non è ormai così inusuale e dopo un po’ i
rapporti costruiti durante questa parentesi volente o nolente vanno un po’ a
perdersi. Invece posso ben dire che il teatro, attraverso questo progetto mi ha dato dei punti di riferimento ancora validi dopo 10 anni. Insieme a questo gruppo sono stata in tournée per tuta la Spagna, condiviso camere d’albergo, recitato in ogni dove e ad ogni condizione. E questo non è da tutti. Avremmo dovuto rivederci in
aprile scorso per festeggiare in grande i 10 anni del progetto, ma la pandemia ce lo
ha impedito.


Puoi commentare questa frase di Umberto Eco:”Oggi i libri sono i nostri vecchi”…
Aggiungo anche in un mondo in cui è difficile che i vecchi insegnino o che siano
generosi con le nuove generazioni i libri sono tutto. Danno cultura,
proprietà di linguaggio, spunti, ma soprattutto danno la libertà.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Al momento sto studiando intensamente nuove drammaturgie e nuovi tipi di teatro. Sto focalizzando la mia attenzione sul teatro visuale. A tal proposito ho un nuovo progetto al quale sto lavorando e su cui ancora non voglio sbilanciarmi. Posso solo citare Cechov che diceva: “Nuove forme sono necessarie, e se queste mancano, allora è meglio che niente sia necessario”.