Ritratti: Musicisti del nostro tempo. Maurizio Piscopo incontra Giovanni Mattaliano.

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Conosco Giovanni Mattaliano da alcuni anni, lo considero il musicista-poeta. La prima volta l’ho incontrato dopo aver fatto l’esperienza teatrale Barberia. L’avevo ascoltato al festival di Sanremo con la Nica banda mentre accompagnava Tosca nel terzo fuochista. Discutere con Giovanni è sempre piacevole. E’ come viaggiare intorno al mondo, si parla di sogni, di Parigi, di jazz, delle città della musica. Tempo fa mi ha trascritto la serenata degli angeli secondo una sua visione della vita, così come l’avrebbe eseguita la banda di paese. Giovanni è un vulcano e quando suona il clarino si illumina e ti porta in posti sconosciuti, lontanissimi e pieni di vita. Come altri grandi musicisti il suo segreto è l’umiltà.
Quando entra la musica nella tua vita?
In casa mia era fortemente presente attraverso i tratti del profondo sentimento umano di mia madre e mia zia, entrambe di nome Maria, due donne, colte, pure ed eleganti, forti ma non altezzose, ricche di suono interiore e di veri sorrisi per la vita di tutti noi… figli del mare; comincia così l’inizio con la grande musica. L’amore per l’ignoto, quell’intreccio di pensieri ed emozioni da vivere prima dentro l’animo e poi fuori. La certezza di sapere che vi erano sempre dei sorrisi sinceri ad accoglierti, presso cui rifugiarti, presso cui far accrescere l’intelligenza musicale. Questa è la grande Musica, una “casa sicura” e con tanto amore, il suono comunque conserva già una grande anima genitoriale che ha spesso creato una vera casa per chi è rimasto solo, la storia della musica ne è piena. Non è facile incontrare la musica, ci vogliono tanti anni di avventure e di ricerca, essa vive attraverso il suono che è il suo flusso aureo, puro e magico, una sorta di lampada con una luce infinita ed eterna, arricchisce la mente e la voce di ogni parola, le note sono l’inchiostro da versare con scia poetica per colorare l’umanità spesso dormiente o distratta dal mancato sentimento. La musica non ha bisogno di apparire, come molti credono, poiché essa E ogni suono nel passato rimane, grazie all’ascolto anche di una singola persona, che dona la sua verità ad ogni composizione anche se sconosciuta. La musica è una magia che ti abbraccia oltre l’immaginario, proprio così,“La musica” ha un’anima al femminile, vive una dimensione parallela, appartiene ai tratti perfetti della grande idea dell’arte del piacere dell’anima e rappresenta la dea della bellezza, insegna ad amare se stessi e gli altri, soprattutto se coadiuvata dagli ambiti letterari, poetici, filosofici e umanistici in generale.
Che bambino è stato Giovanni Mattaliano?
Molto felice, improvvisatore, imprevedibile, proteso verso gli altri… racconto una piccola storia che ancora mi fa sorridere: all’età di 8 anni mi fu regalata la mia prima bicicletta e da Sferracavallo (uno dei due quartieri di Palermo sul mare, dove abitavo) e un giorno scappai percorrendo “in solo”20 km di strada, incantato da tutto ciò che di nuovo vedevo e, giungendo per puro caso dinanzi al Teatro Massimo, che nel 1977 era ancora perfettamente chiuso. Posteggiai la mia bicicletta, tranquillo e sicuro, pensando di telefonare a casa per farmi venire a prendere; magari avrei chiesto un gettone telefonico a qualcuno dei passanti, chi non aiuterebbe un bambino smarritosi? Senza saperlo fui ritrovato ancora per caso (o sguinzagliato dai miei genitori preoccupatissimi) da uno zio che abitava da quelle parti che mi riportò a casa. Quel bambino è sempre vissuto in me, curioso come non mai e sempre intimamente felice di svegliarsi per incontrare il mondo e le sue infinite possibilità.
Qual è stato il primo giocattolo, il primo strumento, il primo libro che hai letto…
Credo il trenino, i soldatini, il pallone…i meravigliosi giochi di strada.

Lo strumento musicale?
La voce di mia madre, un flauto dolce, un pianoforte, poi il clarinetto, a casa si ascoltavano le canzoni francesi, italiane e tanto swing…mi ricordo del libro Cuore, Moby Dick, appassionato ai colori dei fumetti oltre alle storie di Topolino, l’Uomo ragno, Batman, Tex ecc. Dopo i 16 anni arrivarono le letture di Asimov (grazie a mio fratello Dario), Hemann Hesse, Omero, le tragedie, libri di filosofia, libri di religione o di storia, biografie di ogni tipo, poesie e letteratura, poi…il silenzio e accanto La Musica! Da bambino mi piaceva soprattutto ascoltare i tanti racconti dei pescatori e di alcuni grandi artisti con cui avevo il privilegio di vivere, senza accorgermene stavo formando il viaggiatore, il sognatore.
Il noto regista Richard Martin nel 2003 ti ha definito: Musicista di rara bellezza al mondo, dove è avvenuto questo fatto. Perché il regista ti ha dato questa bellissima definizione in quale occasione?
Quest’incontro accadde all’età di trentatrè anni, mi cambiò l’esistenza musicale e artistica, divenni credo un vero uomo jazz, creativo, capace di qualsiasi produttività. Tutto avvenne dopo poco più di vent’anni dall’inizio del mio percorso da musicista, ero già ben formato professionalmente con più di 1000 concerti alle spalle, ero stato in giri concertistici per l’Italia, in America, in Belgio, in Olanda, in Francia, in Germania, in Svizzera. Mai avrei pensato di imbarcarmi per 50 giorni in una nave da guerra della marina nazionale rumena che aderì al mirabile progetto, un Teatro d’arte galleggiante, con altri 40 artisti provenienti da tutto il mondo, per una fantastica tournée artistica della pace vissuta in 14 paesi del Mediterraneo, capeggiati dal visionario regista Richard Martin, per la produzione esecutiva di Marc Cohen. Ancora oggi stento a ricordare lucidamente tutte le bellezze di quel fantastico viaggio, tutti gli incontri solidali e d’arte vissuti, le tante diversità umane, molte gentili e di gran fascino. A bordo ero l’unico italiano, tra francesi, spagnoli, rumeni, svizzeri, polacchi, croati, ebrei e arabi di ogni specie, non conoscevo nessuno, il mio suono mi fece entrare subito nel gruppo e fui accolto con grande amicizia. Se non fossi stato un avventuriero, non sarei mai e poi mai partito, non avrei vissuto il viaggio di Ulisse, si chiamava proprio così la tournée della pace “Odysèe 2003” composta da 10 attori, 9 musicisti, 11 danzatori, gli artificieri della torre Eiffel e i plasticien volant, dei creativi artigiani della plastica volante che gonfiavano a bordo una piovra di 22 metri tutte le volte che attraccavamo in un porto, l’amplificazione di 20 mila watt esplodeva in uno scenario di colori indescrivibili. I danzatori (acrobati), calandosi con le funi sul bordo della nave, scrivevano la parola “PACE” in tutte le lingue e con lettere alte 8 metri, così da poter essere lette da tutti, a quel punto Richard saliva sopra il punto più alto dell’albero maestro e urlava al microfono “Noi siamo gli artisti del mediterraneo e siamo qui per fare la guerra alla guerra” iniziava proprio così uno spettacolo d’arte che colorava gli animi di tutti. Dopo lo spettacolo scendevamo giù dalla nave lunga 120 metri e iniziava un percorso a dir poco meraviglioso, organizzato dall’ambasciata francese e dal Teatro Toursky di Marsiglia fondato e diretto appunto dal grande Richard Martin; un’esperienza fantastica, che partì da Marsiglia, poi Valencia, Algeria, Marocco, Tunisia, Siracusa, Tripoli, Turchia, Malta, Montenegro, Grecia fino ad arrivare nella verdissima isola di Itaca. Credo d’aver dormito durante i 50 giorni circa 3 ore a notte, una poetica e vera storia di una grande scuola di vita per avventurieri d’arte. Alla fine del tour, Richard, mi diede una lettera che conservo sempre con cura, dove mi scrisse le sue intime impressioni; durante il tour mi fu affidato il compito di suonare con tutti gli artisti che incontravamo durante i tre giorni che passavamo ogni volta a terra, tra concerti improvvisati, visioni compositive, scene teatrali, interviste e tour cittadini meravigliosi, parate, conferenze, cene stupende con canti di poeti, danze, feste. A bordo facevo parte dell’ensemble creativo di Marsiglia “L’ère atomique” fondato nel 1974, un gruppo di improvvisatori meravigliosi, durante il tour feci con loro circa 30 concerti di totale improvvisazione, tutti diversi tra loro e sulle immagini colorate di numerose città. Dopo l’ultima tappa ad Itaca, approdammo nel porto di Costanza in Romania e da Bucarest tornai a Roma, dove rimasi lì tre giorni, prima di rientrare a Palermo, era fine agosto. Dopo 10 giorni, ancora stanco e incantato, cominciavo il tour di 180 repliche con l’integrale dell’Opera da tre soldi di Brecht con l’Orchestra Franco Ferrara e il Teatro Biondo di Palermo, la scia del suono continuava,proseguendo tutt’ora senza sosta e sempre con grande amore.
Una tua idea del Jazz?
Non vorrei essere frainteso ma pur accettandola, non ho mai tanto prediletto la definizione di jazz, ne isola un po’ la genialità del contenuto, rispetto alla bellezza storica che ne rappresenta nell’evoluzione dell’arte dei suoni e soprattutto ci riporta sempre ad un periodo di sofferenza che il genio dell’arte dell’improvvisazione non merita affatto e in particolar modo del popolo dei neri o dei siciliani o degli ebrei, a mio avviso volutamente troppo etichettati all’interno della sofferenza; la musica per chi soffriva rappresentava, in quel periodo, la ripresa dello spirito di libertà di un singolo uomo e di un intero popolo che cercava soluzioni per star bene, si usciva dalla seconda guerra mondiale e le Americhe accolsero i popoli europei alla ricerca del benessere spirituale e materiale. La mia personalità è abituata a viaggiare in tutte le epoche musicali, da un po’ di tempo preferisco pensare all’era del blues o all’era dello swing come vere novità sonore del ‘900; i confronti artistici tra i vari popoli rappresentano la reale creatività compositiva e il jazz è molto di più di un semplice nome, anche se di possibile fascino per chi lo pronuncia, tra l’altro pare siano stati proprio un gruppo di siciliani ad averne inventato casualmente il nome, quel gruppo capeggiato dal trombettista Nick La Rocca che nel 1917 realizzò il primo disco della storia del jazz. La musica ha sempre una strada molto elevata di studi creativi, scientifici, letterari e filosofici che sono molto personali e mai riconoscibili se non dopo la morte. Il popolo dei musicisti creativi di tutto il mondo è molto colto ed individualista, ed è giusto così, ci si incontra nel rispetto delle diversità, del coraggio della libertà di dire e di tutte le sintesi percepibili. Il vero musicista creativo improvvisa sin da bambino, incontra il gioco dei suoni con molta naturalezza, è sempre stato così in ogni epoca musicale per tutti noi e sin dai tempi dei musicisti popolari o di corte, fino a Bach, Mozart, Vivaldi, Paganini, Puccini, Verdi, Rossini, Bellini o Bernstein, Gershwin, Parker, Coltraine, Shorter, Mingus, Gunter Schuller, Cafiso, Rava, Portal, Goodman, T. Scott, Armstrong, Piazzolla, tutti musicisti grandi conoscitori della storia della musica, veri studiosi oltre che di immenso talento…; potrei continuare a citarne di grandissimi musicisti creativi, la Sicilia (la mia amata terra) o l’Italia in generale ne son pieni. Il futuro dipende da quanto le diversità riusciranno ad unirsi, quanto la filosofia possa ritornare a richiamare i tratti poetici della creatività, come nel respiro delle più grandi architetture, espresse per lo più in piccoli o grandi spazi; anche il web è uno spazio fantastico che abbiamo da poco scoperto e per tanto in itinere e in evoluzione. La comunicazione è da tempo televisiva e grazie al web oggi chiunque vi può accedere ed esprimersi;“la televisione rimane una lettera immediata di pensieri visivi da utilizzare in ogni forma di dialogo”, questo è il messaggio generale dato al mondo, giusto o sbagliato che sia. Penso che ancora le grandi città d’arte possano evolversi e riformarsi nella bellezza più diversa. Non dobbiamo avere più paura della morte, l’arte dei suoni e la musica possono annullarla, non è un fatto solo di religione ma di cultura dell’essere vivo e in contatto con il cosmo, l’assenza arricchisce il sapere dei presenti, vi è un vero legame tra ciò che vive nella contemporaneità e ciò che vive nell’aldilà, la storia dell’uomo e degli esseri viventi lo confermano. L’arte così detta del jazz o dell’improvvisazione è immortale, crea personalità eclettiche e diverse tra loro, produce idee di ogni sorta e destinate a tutti i settori. La storia da secoli ha aperto noi la strada da percorrere attraverso il sentimento stesso della bellezza.
Chi ha inventato il clarinetto?
Nel corso degli ultimi millenni, la natura del canto dell’anima si è unita in amore con le necessità sociali e dello spirito, sviluppando i percorsi più intimi e artigianali di ogni strumento. Mi piace pensare così alla nascita di uno strumento musicale che dall’inizio del 1700 perfeziona sempre più le sue antiche origini; un incontro d’amore puro e idilliaco, ideale per le scene creative e del respiro fisico e metafisico. Il clarinetto, comunque pare abbia origini islamiche, il suo antico nome arabo è “Zummara” uno strumento con due ance doppie composto da “due canne parallele della lunghezza d’una trentina di centimetri legate insieme da cima a fondo, provviste di fori per le dita, equidistanti e disposti simmetricamente, in numero di quattro, cinque o sei per canna. Inoltre questo strumento è stato riconosciuto su un rilievo del Museo Egizio del Cairo, datato al 2.700 a.C. dove sopra l’immagine dell’esecutore, lo scultore scriveva: egli suona il Memet…”(cit. C. Sachs, storia degli strumenti musicali). E’ uno degli strumenti che vitalizza il prolungamento sonoro delle scene del concertista, rendendolo gioioso, spirituale e particolare agli occhi del pubblico. La bellezza di questo strumento consiste nel poter dare all’esecutore la possibilità di cambiar volto sonoro, attraversando tutti gli ambiti compositivi, mettendolo in relazione con la forza degli elementi della natura, a tal proposito ho realizzato nel 2014 uno spettacolo dal titolo “Quell’unico fiato” (realizzato nel 2015 anche negli studi televisivi di Sofia in Bulgaria), con miei testi, mie musiche e quattro strumenti in scena che dialogano tra loro, 2 clarinetti e due sax, il testo iniziale recita così: “stasera è tutto un suono il perdono, persuono…perdono, ogni persona ha un suono, persona…persuono. Ecco trovato il dilemma di Quell’unico fiato, l’incontro tra le persone e il suono…”
Quanti brani hai composto finora?
Il mio catalogo, al momento è formato da 100 brani circa, tutti diversi tra loro dedicati al puro concertismo, al fantastico mondo dell’arte popolare e alle sue infinite potenzialità espressive. Brani già eseguiti dal vivo, comprendenti una ventina di musiche da concerto per clarinetto solo o clarinetto basso, brani per big band, varie musiche per due clarinetti, diversi trii per clarinetto, violino e clarinetto basso, un duo per clarinetto e pianoforte dal titolo “Nuvole” appena composto ed eseguito al festival internazionale di Spagna, numerosi quartetti per clarinetti con o senza percussioni, orchestra di clarinetti, clarinetto solista e orchestra di fiati (o banda), sto ultimando il mio primo concerto per clarinetto e Orchestra da camera, varie musiche per immagini e video e tantissimi studi didattici per ogni ambito scolastico, dalle medie ai conservatori, ecc. La mia musica segue, come dicevo all’inizio, la proiezione del sentimento nell’intreccio tra melodia, ritmo e armonia, non tralasciando alcuna evoluzione del linguaggio musicale popolare, fonte pura e creativa di tutte le epoche. Cerco di attraversare la memoria di ogni terra, guardandola da vicino, dedicandole emozioni sincere, come in un viaggio senza fine. I miei brani più eseguiti al momento sono: Zeta world, Luz, Meditation, Vis, Accra, Spirit, Balarm, Viaggiando, Soteira, Toc poc ed altri.


In quali formazioni suoni?
Sin dagli inizi della mia carriera, ho prodotto e realizzato tantissimi gruppi, dal duo clarinetto e pianoforte al trio Strabern (clarinetto, violino e pianoforte), al trio col violoncello e pianoforte, clarinetto e quartetto d’archi, dai 12 ai miei 18 anni ho suonato con un quartetto di clarinetti, ho suonato tanto anche da solista con orchestra; con questi gruppi ho realizzato repertori dal ‘700 ai nostri giorni, con un brano dedicatomi anche da Ennio Morricone, per il quale ho anche avuto l’onore di suonare al Teatro Argentina di Roma. Come improvvisatore e musicista jazz o etnico ho suonato con la meravigliosa Orchestra jazz Siciliana, ho creato l’ensemble “The saxtet” (quintetto di sax con ritmica), creato l’ensemble Compositor Interpreti, ho lavorato per circa 10 anni come solista e dir. art. dell’Orchestra Musica Contemporanea di Palermo, ho lavorato in tour con la Nica banda e Tosca girando tutta l’Italia, con il sestetto Fenicia in tour nei maggiori Teatri Italiani e tanto altro. Dal 2008 a oggi ho prodotto più di 100 nuove iniziative da concerto e ancor più di prima amo comporre e produrre spettacoli originali come “Fiati di corde” per ensemble e recitazione, “Suoni tra le dita” per orchestra di clarinetti e orchestra di percussioni, oppure l’Opera Ethno Clarinet, andata in scena al Teatro Santa Cecilia di Palermo nel maggio 2019 o ancora “Italian Clarinet Songs” con omaggi alla canzone italiana, a settembre del 2020 ho realizzato un piccolo tour con il Mattaliano Clarinet Quartet, suonato in streaming tanta nuova musica e realizzato video web in giro per i social.
Sei stato sempre attratto dalla banda di paese?
E’ stato sicuramente un bell’inizio con la banda Città di Palermo, dai miei 12 fino ai 16 anni, poi ho smesso perché il mio senso di libertà e di curiosità mi portavano altrove. La banda è un luogo di ritrovo molto bello e sicuro che consiglio a tutti i giovani fiatisti, per vivere tanti repertori d’insieme e scoprire la genuinità musicale. Esistono nel mondo anche le bande di musica folcloristica e popolare, che ritengo siano altrettanto importanti, conosco bene il repertorio che si muove tra le danze della musica yiddish e klezmer, la musica cubana, la musica brasiliana, la musica araba, il meraviglioso sound africano e la tarantella siciliana.


Pregi e difetti di Giovanni Mattaliano:
Seguo la vita nei suoi principi e nella bellezza creativa dei suoi contrari, siamo umani e spesso fin troppo delicati.
Chi sono i tuoi musicisti di riferimento?
Amo il suono di tanti colleghi e dei grandi del passato e cerco continuamente di carpirne il fascino, sostenendolo con idealismo, anche negli omaggi che ho tributato nei vari spettacoli, per esempio in più occasioni a Tony Scott o a Leonard Bernstein, Duke Ellington o Bach e tanti altri ancora.
Puoi parlarmi dei fiati di Pessoa?
Negli anni ho prestato tante volte attenzione ai vari personaggi del mondo della poesia, leggendo e studiando i testi di Garcia Lorca, Leopardi, Pasolini, Baudelaire, soffermandomi sulla particolare e complessa poetica di Pessoa che nei suoi scritti contemplava spesso una serie di figure che vivevano in lui, considerandoli parte integrante di se stesso. Attraverso la ricerca del suo alter ego poetico riusciva a far rivivere personaggi differenti scrivendo poesie in vari stili, così chiamati eteronimi. “Amare è l’eterna innocenza,e l’unica innocenza è non pensare…” questa è una delle frasi che mi fece innamorare del personaggio, mettendo su, qualche anno fa, uno spettacolo che ho realizzato in diverse occasioni in tour per i teatri di pietra con mie musiche e mia regia.
Qual è la città nel quale vorresti esibirti?
Ho già viaggiato suonando in tutta Italia e in più di trenta nazioni, vorrei adesso conoscere le città del futuro, quelle che provano a rivendicare e a curare la propria bellezza, evolversi è indispensabile e chi possiede una mente aperta, ha il dovere di studiare e progredire, è lo spazio d’azione migliore di cui dispone l’essere umano.
Qual è il nuovo sound del clarinetto etnico del Mediterraneo?
I musicisti albanesi e turchi sono in questo momento tra i più grandi ricercatori del sound mediterraneo, la Sicilia è fantastica nel suo magico potenziale isolano ma ancora ritengo un po’ troppo accademica nella ricerca artistica. Se in futuro riprenderemo a guardare al mondo arabo e africano, troveremo di nuovo le nostre magnifiche radici, diventando uno tra i carri più belli del terzo millennio e ciò potrebbe esser possibile, dipende solo dalla nostra intelligenza e voglia di costruire.
Qual è il potere di una musica?
Del potere amo l’espressione poetica del fare che attinge dalle origini greche, cui mi pregio di appartenere. L’intenzione del potere musicale, dipende sempre dalla bellezza dell’uomo e dal suo senso mistico rivolto alla storia presente, passata e futura.
Cosa pensi della musica per il cinema?
L’immagine è un argomento variopinto che poggia sull’essenza stessa del suono, il cinema Ri-fotografa le scene della storia del teatro millenario, si immerge nel particolare di una storia per svilupparla, rendendola filmica. Conosco bene il mondo cinematografico nel legame con i grandi compositori da Bernstein a Shostakovich, da Ferrara a Morricone, l’opera del musicista oggi è molto più semplice rispetto a quella del passato, vi sono mezzi di ripresa e montaggio molto immediati e di facile utilizzo.
Come hai vissuto i tempi della pandemia?
Ho composto tanta musica, il 19 marzo 2020 ho tra l’altro realizzato LUZ, dedicato al popolo cubano, brano trasformatosi in pochissimo tempo in un vero international tour web, lo si trova su Youtube con decine di interpretazioni. La mia curiosità non mi permette mai di annoiarmi, la pandemia è un disagio che mi rattrista ma non mi limita. Se fosse scoppiata una vera guerra, come fu un secolo fa per i nostri avi, allora sarebbe stato veramente terribile. L’arte del vivere e la fantasia continuano ad esser tra i migliori eventi possibili. Gli artisti siciliani siamo tutti figli di Pirandello, narriamo il possibile e reagiamo all’impossibile, poi inoltre siamo isolani, viviamo migliaia di bellezze anche oltre la narrazione e per tanti di noi ciò che è possibile raggiunge il sogno, ciò che è impossibile lo forma, dentro o fuori ogni pandemia.
La musica non si è fermata nemmeno nei lager. I musicisti hanno continuato a comporre e a suonare anche un momento prima di finire nelle camere a gas…
E’ un vero lutto che il mondo si porta dietro da millenni, lo sterminio folle, alla ricerca del dominio assoluto, bestiale e disumano. Siamo costretti ogni volta e con tanta amarezza, a parlare della brutalità dell’uomo, che non riesce a placare l’ira; purtroppo la guerra è nella sua indole. La storia poteva essere solo confronto di idee, di scontri verbali di lotta greco-romana, di olimpiadi, di scene musicali o teatrali, invece è anche piena di contrari fuori da ogni arte; Leonardo da Vinci, Archimede, Dante Alighieri, Leopardi, Pirandello, Giotto, Michelangelo, Bernini, Mozart, Bach, Duke Ellington, Bernstein, Mandela, Ghandi, Budda, Maometto, Papa Francesco, Cristo, Falcone, tutti i sensibili uomini e gli eroi, hanno già tracciato il futuro della speranza e ognuno di loro con estrema bellezza. La musica suona naturalmente lì dove vi è sofferenza, nega la distruzione e purifica il malessere e nei lager si suonava per tutto ciò. Si dice che chi suona prega due volte, per se e per chi fa del male, affinché possa esser riconvertito in bene!
Hai mai sentito parlare della musica degli angeli?
Se ti riferisci al volo di Icaro, è sicuramente nella scia della fantasia più amplia del senso di libertà di ogni viaggiatore d’arte.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Chi vive d’arte è già naturalmente dentro un gran progetto senza sosta. Continuare a produrre, anche con “casualità” dentro gli infiniti spazi della mente dell’arte, magica, pura ed eterna, arricchisce il mio senso umano e poetico.

Biografia di Giovanni Mattaliano
Giovanni Mattaliano, nasce a Palermo nel 1969, da una famiglia con un DNA artistico. Clarinettista e sassofonista, interprete e improvvisatore, compositore e direttore artistico, editore e discografico,poeta e creativo, viaggiatore instancabile, didatta e uomo di scena. Ha superato i 3000 concerti, molti dei quali con proprie produzioni. Ha viaggiato per concerti in tutta Italia e in circa 30 nazioni (Europa, America, mediterraneo e Oriente), duettando anche con Sting e Claudio Baglioni. Suona in tutti gli stili musicali e insegna in Italia e all’estero, di recente (luglio 2019) ha tenuto una speciale masterclass con proprie musiche e d’improvvisazione al Conservatorio di Valencia in Spagna, per il XXIII festival internazionale di jazz. (www.giovannimattaliano.com )
Le foto sono di Giuliana Torre.

(intervista rilasciata da Giovanni Mattaliano – 27 gennaio 2021)