C’è un foulard di seta abbinato agli orecchini pendenti color cipria. Ci sono delle lenti troppo scure perché si vedano chiaramente gli occhi di chi le indossa. C’è una voce di cui non sempre si captano le parole, eppure il timbro è inconfondibile.
C’è il teatro, fin dalla nascita. Recitare, recitare per vivere, recitare per rivivere finanche le cose più brutali che sono state vissute.
C’è Dario Fo nel 1954, il loro figlio Jacopo nel ’55.
Ci sono le donne, ci sono sempre le donne. E c’è l’impegno politico. Ci sono sempre gli altri.
C’è lo stupro, avvenuto nel 1973. Estremisti di destra la rapirono e la violentarono. Non vennero condannati perché il reato cadde in prescrizione.
Otto anni dopo Franca Rame ha portato sulle scene Lo Stupro, appunto. Vivere per recitare.
E adesso che non c’è più Franca, “è il vuoto ad ogni gradino”. Mancherà quel carattere deciso e quei discorsi spudorati, fatti per sdoganare stupidi tabù. Mancherà quella donna che da anni diceva le cose così come stavano, sbattendole in faccia a questo Paese dal palcoscenico di un teatro vero o improvvisato.
Chi non sa chi è stata Franca Rame e cosa ha rappresentato l’Italia, è bene che si informi per imparare ancora una volta che la crescita culturale di una nazione dipende da impegno, conoscenza e tenacia.
«Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche… vestite di rosso che cantano “Bella ciao”.» (Lettera a Dario Fo, Franca Rame)





