I malanni di stagione: “Cu tecchia di frevi” si lamentano di più gli uomini o le donne?

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E dopo aver parlato del nostro infallibile istinto meteorologico come non soffermarsi su come ci comportiamo durante i classici malanni di stagione. Per dirlo in parole povere di quando ni ittamu pi morti ni lu lettu, come se non ci fosse un domani. Generalmente ci ammaliamo il giorno dopo aver detto: “Io un vogliu diri nenti ma ancora st’annu frevi unn’haiu avutu”.
Doverosa però è la distinzione tra uomini e donne quando si parla di malanni. Sembrerebbe un luogo comune ma è impossibile negare che voi maschietti avete una soglia del dolore bassissima. Basta una temperatura che sfiora i 37 C° per arrivare a dire a vostra moglie di chiamare il prete per l’estrema unzione. Improvvisamente perdete qualsiasi capacità di movimento e le vostre madri o mogli che siano saranno addirittura costrette a civarvi per farvi mangiare. Ma tra madre e moglie c’è ovviamente differenza di reazione. Perché la madre vedendo il figlio in quello stato proverà compassione esclamando: “Ne ca ti pozzu vidiri accussì, li putissi aviri iu sti dulura a lu postu to”. Mentre una moglie sarà un po’ meno compassionevole, anzi, sarà spietata nel sottolineare la sua superiorità fisica:
– pi tecchia di frevi comu sta facennu
– vidi di susiriti ca un ti pozzu dari adenzia
– io anche con la febbre a 39 non mi lamento mai.
La moglie è in sostanza portata a sminuire la malattia del marito. L’apoteosi del disinteressamento nei confronti del coniuge la raggiunge quando alla domanda “Come sta tuo marito?” risponde “Nenti avi, voli essiri ammizzigliatu”. Il concetto dell’ammizzigliamento mi ha sempre affascinato. Per me è quella via di mezzo tra le attenzioni troppo soffocanti e il disinteressamento più totale. Ma care mogli, se vostro marito arriva al punto di fingersi malato per essere ammizzigliato io qualche domanda comincerei a farmela.
La donna che si ammala, invece, è più tragica prima dell’insorgere della malattia. Mi spiego meglio. Il nostro lamento si concentra prima dell’arrivo della febbre, quando magari inizia a pizzicare la gola, o siamo raffreddate. Di norma il copione prevede le seguenti battute, ripetute in media ogni 30 minuti, non necessariamente rivolgendosi a qualcuno, bensì il più delle volte parlando da sole:
– a mia qualchi cosa mi sta vinennu, un mi sentu bona (la quiete prima della tempesta)
– no, no, un mi sentu bona (ribadiamo il concetto)
– chi mi sentu tinta (bonu lu capemu!)
– macari mi scantu (la situazione sta sfuggendo al nostro controllo)
–  si zamaddiu cadu malata io cu vi duna adenzia (rivolta ai figli)
– si cadu malata io un sa mancu unni su misi li cazetti (un po’ di veleno per il marito che non guasta mai).
Nella fase successiva, ovvero nei giorni della malattia noi donne non ci lamentiamo. Il tutto per non dare modo al marito di smontare il nostro impianto accusatorio nei suoi confronti.

E poi grazie al cielo ci riprendiamo. Anche nella fase post influenzale c’è una sostanziale differenza tra uomo e donna. L’uomo che non ha fatto altro che lamentarsi, non appena ripreso dirà con aria fiera: “Ma nenti, tecchia di frevi fu”. La donna che al contrario non si è lamentata nei giorni precedenti, una volta ristabilita affermerà: “Mamma mia chi mi vinni brutta, una cosa del genere a mia mai m’avia vinutu”.