La prima volta che ho conosciuto Andrea è stato nel 2020, in pieno periodo covid. Stava conducendo un dibattito da remoto con Salvatore Ferlita ed altri intellettuali di prestigio. Sono rimasto affascinato dai suoi interventi. Da allora ho continuato a seguirlo. Ho letto molti suoi articoli molto illuminanti su Repubblica e su altri quotidiani nazionali. L’ultima volta l’ho incontrato il 12 giugno a Villa Filippina nell’incontro con i finalisti del Premio Strega, il nuovo festival letterario siciliano, organizzato da Logos.

Andrea Giuseppe Cerra è dottore di ricerca in Scienze Politiche nell’Università di Catania. Abilitato alle funzioni di professore associato in Storia del pensiero politico, ha condotto soggiorni di ricerca a Mosca, Parigi, Gerusalemme. Autore di numerosi saggi e di due monografie per l’editore Rubbettino: La città sepolta. Politica e istituzioni degli ebrei a Catania nel XV secolo, prefazione di Asher Salah (2022); Siete contente di essere donna? Esperienze di filantropia e istituzioni femminili nel Meridione d’Italia (XIX-XX sec.), prefazione di Stefania Mazzone (2024), con cui ha vinto il XXXVIII Premio Martoglio, sezione saggistica. Collabora alle pagine culturali de “La Repubblica”, edizione di Palermo e di Milano, e de “Il Piccolo” di Trieste. Nel 2025 ha vinto la prima edizione del premio giornalistico “Dino Cartia”.. Ma andiamo a conoscerlo da vicino…
-Quando nasce la passione per la scrittura?
Non saprei individuare una data precisa, perché credo che la scrittura nasca sempre da un’altra passione: quella per la lettura. Prima ancora di desiderare scrivere, desideravo capire. Da ragazzo passavo molte ore nelle biblioteche e nelle librerie, attratto non soltanto dai romanzi ma anche dai saggi di storia, di filosofia, di politica. Ogni libro rappresentava una finestra aperta su un mondo che fino a quel momento ignoravo.
Col tempo ho capito che leggere significa entrare in dialogo con persone lontane nel tempo e nello spazio. È una forma di conversazione che non conosce confini. La scrittura è arrivata quasi come una conseguenza naturale di questo dialogo. All’inizio erano appunti, riflessioni, pagine che non immaginavo sarebbero mai state pubblicate. Poi è arrivata la ricerca storica, il lavoro negli archivi, il giornalismo culturale, e la scrittura è diventata il modo attraverso cui restituire agli altri ciò che avevo scoperto. Oggi continuo a considerarla soprattutto un atto di responsabilità. Viviamo in un tempo in cui tutti scrivono, ma non sempre ci si interroga sul peso delle parole. Ogni frase dovrebbe essere costruita con la stessa cura con cui uno storico analizza un documento: sapendo che può contribuire a chiarire oppure a confondere. Per questo, prima di pubblicare una pagina, provo sempre a chiedermi se quella pagina aggiunge qualcosa alla comprensione del mondo oppure se serve soltanto ad alimentare il rumore che ci circonda.
-Sei più un critico o uno scrittore?
Non ho mai vissuto queste due dimensioni come alternative. Anzi, credo che una completi l’altra. La ricerca storica mi ha insegnato il rispetto delle fonti, il valore della verifica, la pazienza dell’archivio. Sono lezioni preziose, perché ci ricordano che la verità non può essere improvvisata.
La letteratura, invece, mi ha insegnato qualcosa che nessun archivio può trasmettere da solo: l’empatia. Dietro ogni documento ci sono uomini e donne in carne e ossa, con paure, speranze, passioni e contraddizioni. Se dimentichiamo questa dimensione umana, anche la migliore ricerca rischia di diventare un semplice esercizio erudito.
Mi sento dunque uno storico che cerca di scrivere con gli strumenti della buona letteratura, senza mai tradire il rigore della ricerca. Credo che il compito dello studioso oggi non sia soltanto produrre conoscenza per una ristretta comunità scientifica, ma renderla accessibile, raccontarla, trasformarla in patrimonio condiviso. La divulgazione, quando è seria, non è una semplificazione: è una forma di responsabilità civile.

-Per me i siciliani non hanno compreso Verga. Qual è la tua opinione?
È una provocazione che contiene una parte di verità. Verga è probabilmente l’autore siciliano più citato e, allo stesso tempo, uno dei meno compresi. Per decenni lo abbiamo confinato nell’etichetta del verismo, trasformandolo quasi in uno scrittore scolastico, mentre la sua opera è infinitamente più complessa.
Verga racconta il dramma del cambiamento, la fatica dell’ascesa sociale, la violenza dei rapporti economici, la fragilità delle ambizioni umane. Non descrive soltanto una Sicilia contadina: racconta una condizione universale. I suoi personaggi parlano ancora agli uomini del XXI secolo, perché conoscono il peso delle disuguaglianze, dell’esclusione, della speranza continuamente delusa.
Forse la Sicilia ha faticato ad accettare questo specchio così severo. Ogni grande scrittore costringe una comunità a confrontarsi con le proprie contraddizioni, e questo non è mai semplice. Lo stesso è accaduto con Pirandello, con Vittorini, con Sciascia. Gli scrittori autentici non accarezzano l’identità di un popolo: la interrogano, la mettono in discussione.
Rileggere Verga oggi significa liberarlo dai manuali scolastici e restituirlo alla sua straordinaria modernità.
-Hai scritto che bisogna rileggere e ricordare Santo Calì…
Sì, e continuo a esserne convinto. La memoria culturale non può limitarsi ai grandi nomi consacrati dal canone. Esistono studiosi, scrittori e intellettuali che hanno svolto un ruolo fondamentale nella costruzione della coscienza civile di un territorio e che oggi rischiano di essere dimenticati.
Santo Calì appartiene a questa categoria. La sua opera testimonia una Sicilia colta, europea, capace di riflettere criticamente su se stessa senza indulgere né nell’autocompiacimento né nell’autodenigrazione. È una lezione che oggi appare quanto mai necessaria.
Viviamo in un’epoca dominata dalla velocità. La memoria sembra avere sempre meno spazio. Ma una comunità che dimentica i propri maestri finisce inevitabilmente per perdere anche gli strumenti necessari a comprendere il presente. Rileggere Santo Calì non significa celebrare il passato; significa recuperare una bussola per orientarsi nel nostro tempo.
– I siciliani e la mafia: una storia tutta da rivedere. È ancora attuale il pensiero di Sciascia sulla giustizia?
Leonardo Sciascia continua a essere uno degli intellettuali più discussi proprio perché rifiutava ogni semplificazione. Le sue pagine ci ricordano che la giustizia non coincide mai con la vendetta e che lo Stato democratico deve saper coniugare fermezza e garanzie.
Oggi, a distanza di decenni, molte sue riflessioni mantengono una sorprendente attualità. La lotta alla mafia non può esaurirsi nella repressione giudiziaria. Deve diventare soprattutto un fatto culturale, educativo, civile. La mafia prospera dove vengono meno la conoscenza, il senso critico, la partecipazione.
Sciascia ci invita anche a diffidare delle retoriche. La legalità non è uno slogan da esibire nelle occasioni pubbliche, ma un comportamento quotidiano. È il rispetto delle istituzioni, delle regole, della dignità delle persone.

La Sicilia ha conosciuto esempi straordinari di coraggio civile: magistrati, giornalisti, sacerdoti, insegnanti, semplici cittadini che hanno pagato un prezzo altissimo pur di difendere la libertà. Ma proprio il loro sacrificio ci ricorda che nessuna conquista è definitiva. La democrazia vive soltanto se viene continuamente alimentata dalla coscienza dei cittadini.
-Sciascia scriveva: «Considero il potere non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della vera libertà dell’uomo». Cosa ne pensi?
È una delle definizioni più efficaci del potere che siano state scritte nel Novecento. Sciascia non demonizza il potere. Sarebbe troppo semplice. Ne denuncia piuttosto una caratteristica ricorrente: la tendenza a chiudersi in se stesso, a difendere i propri equilibri, a trasformare il consenso in conformismo.
Ogni democrazia autentica vive invece di alternative, di confronto, di critica. La libertà non consiste nell’assenza del potere, ma nella possibilità di limitarlo attraverso istituzioni solide, una magistratura indipendente, una stampa libera e cittadini consapevoli.
Da storico sono convinto che ogni stagione di progresso civile sia nata proprio quando qualcuno ha avuto il coraggio di mettere in discussione l’esistente. La cultura svolge esattamente questa funzione: impedisce che il potere diventi l’unico interprete della realtà.
Per questo considero ancora attualissimo il messaggio di Sciascia. Non invita alla ribellione sterile, ma alla vigilanza. Ricorda che la libertà non è un bene acquisito una volta per tutte, bensì una conquista quotidiana che richiede studio, memoria e partecipazione.
-In che modo la letteratura è un ponte tra le generazioni?
La letteratura è probabilmente il più straordinario strumento che l’umanità abbia inventato per dialogare con il tempo. Un libro scritto duemila anni fa continua a parlare a un lettore di oggi con una forza sorprendente. È un miracolo laico: permette a persone che non si incontreranno mai di condividere emozioni, idee, paure e speranze.
Quando leggiamo Omero, Dante, Cervantes, Verga o Pavese, non compiamo soltanto un viaggio nel passato. Riconosciamo qualcosa di noi stessi. Cambiano le epoche, mutano i linguaggi, si trasformano le società, ma le grandi domande restano sempre le stesse: che cosa significa essere felici? Cos’è la giustizia? Come si affronta la perdita? Qual è il senso della libertà?
Per questo la letteratura costruisce ponti. Non trasmette soltanto informazioni; trasmette esperienza umana. Oggi siamo abituati a consumare notizie che durano poche ore. Un romanzo, invece, continua a lavorare dentro di noi anche dopo molti anni. È una forma di memoria che attraversa le generazioni.
Penso che ogni ragazzo dovrebbe incontrare i classici non perché “bisogna leggerli”, ma perché quei libri possono aiutarlo a comprendere meglio la propria vita. La letteratura non appartiene al passato: appartiene al futuro di chi legge.

– Ha ancora un senso parlare di letteratura ai nostri tempi se il mondo sembra impazzito?
Forse oggi ha più senso di quanto ne avesse in passato. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini, informazioni, commenti. Tutto corre a una velocità impressionante, e il rischio è quello di perdere la capacità di riflettere.
La letteratura rappresenta il contrario della fretta. Chiede tempo, attenzione, silenzio. Chiede di abitare una pagina, non semplicemente di attraversarla.
Penso spesso a ciò che scriveva Italo Calvino quando sosteneva che i classici non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire. È una frase che descrive perfettamente la funzione della letteratura. Un grande libro non risponde alle nostre domande: le rende più profonde.
In un’epoca attraversata dalle guerre, dalle disuguaglianze, dall’intelligenza artificiale, dalla crisi ambientale, qualcuno potrebbe chiedersi quale utilità abbiano i romanzi. Io credo che abbiano la stessa utilità che avevano durante le guerre mondiali: ricordarci che dietro ogni numero esiste un volto, dietro ogni statistica una storia, dietro ogni conflitto una persona.
La letteratura umanizza il mondo. E oggi ne abbiamo un disperato bisogno.
-Matteo Collura ha definito la Sicilia un’isola ferita dai contrasti. Condividi questo pensiero?
Molto. La Sicilia è una terra che non può essere raccontata attraverso categorie semplici. È un luogo in cui convivono luce e ombra, accoglienza e diffidenza, splendore artistico e profonde contraddizioni sociali.
La sua storia è fatta di stratificazioni. Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Spagnoli: ogni civiltà ha lasciato un’impronta. È difficile trovare un’altra regione europea che abbia conosciuto una simile concentrazione di culture.

Ma proprio questa ricchezza ha generato anche tensioni, fratture, conflitti irrisolti. La Sicilia è spesso stata raccontata attraverso gli stereotipi della mafia, della povertà o dell’immobilismo. È una narrazione incompleta.
Io preferisco guardare alla Sicilia come a una grande frontiera del Mediterraneo. Qui sono nate alcune delle pagine più alte della nostra letteratura; qui hanno lavorato scienziati, artisti, filosofi, giuristi. È una terra che continua a produrre cultura nonostante le difficoltà.
I contrasti fanno parte della sua identità, ma non devono diventare una condanna. Possono trasformarsi in energia creativa.
-Qual è il potere incantatorio dei libri e qual è il rapporto tra libri e realtà?
I libri possiedono un potere straordinario: cambiano il modo in cui guardiamo il mondo. Dopo aver letto Dostoevskij, Pirandello o Sciascia, non osserviamo più la realtà con gli stessi occhi.
Non credo che la letteratura rappresenti un’evasione. Al contrario, penso che ci riporti dentro la realtà con una consapevolezza maggiore. La narrativa ci insegna a cogliere le sfumature, a diffidare delle semplificazioni, a comprendere che ogni individuo porta con sé una storia complessa.
Come storico, ho imparato che anche i documenti parlano soltanto se sappiamo ascoltarli. Lo stesso accade con i romanzi. Ogni rilettura produce significati nuovi, perché nel frattempo siamo cambiati noi.
Forse questo è il vero incantesimo della lettura: non cambiano le pagine, cambia il lettore.

-È vero che leggere è una preghiera laica?
Mi piace molto questa immagine. La lettura richiede le stesse qualità che molte tradizioni religiose attribuiscono alla preghiera: silenzio, concentrazione, disponibilità all’ascolto.
Quando leggiamo davvero, sospendiamo per qualche ora il rumore del mondo. Entriamo nella mente di un altro essere umano. Cerchiamo di capire prima di giudicare. È un esercizio di umiltà.
In questo senso leggere diventa anche un antidoto contro il fanatismo. Chi legge molto scopre che ogni problema può essere osservato da prospettive differenti. La letteratura educa al dubbio, e il dubbio è uno dei fondamenti della libertà.
Non importa essere credenti oppure no. I libri insegnano comunque una forma di spiritualità civile: il rispetto dell’altro, la curiosità, la capacità di interrogarsi continuamente.
-Quali sono le qualità terapeutiche della letteratura?
Naturalmente la letteratura non sostituisce la medicina né la psicologia. Sarebbe ingenuo pensarlo. Ma possiede una capacità straordinaria: dare un nome alle emozioni.
Molte volte scopriamo ciò che proviamo leggendo le parole di qualcun altro. Un grande romanzo riesce a raccontare il dolore, la perdita, la paura, l’amore con una precisione che noi stessi non sapremmo trovare.
Questo produce un effetto liberatorio. Ci fa capire che la nostra esperienza non è isolata. Altri uomini e altre donne hanno attraversato gli stessi sentimenti.
Per questo i libri possono accompagnare i momenti difficili della vita. Non eliminano la sofferenza, ma la rendono condivisibile.
Credo che la vera funzione terapeutica della letteratura sia questa: ricordarci che nessuno è solo. Ogni pagina costruisce una comunità invisibile tra chi scrive e chi legge.
-Perché il mondo non può essere raccontato da un solo scrittore?
Perché il mondo è infinitamente più grande di qualsiasi sguardo individuale. Ogni autore osserva la realtà da un punto di vista particolare, determinato dalla propria biografia, dalla propria lingua, dalla propria sensibilità.
Se leggessimo un solo scrittore, finiremmo per credere che quella sia l’unica interpretazione possibile dell’esistenza. La letteratura, invece, vive di pluralità.
Borges vede il mondo in maniera diversa da Pavese. Sciascia lo racconta diversamente da Bufalino. Calvino dialoga con realtà differenti rispetto a Verga. Eppure tutti contribuiscono a costruire una rappresentazione più ricca dell’uomo.
Vale anche per la storia. Nessun archivio contiene tutta la verità. Nessuno storico possiede l’ultima parola. La conoscenza cresce attraverso il confronto delle prospettive.
È forse questa la più grande lezione che ci offrono i libri: nessuno basta a se stesso. Comprendere il mondo significa accettare la complessità e ascoltare molte voci, anche quelle che mettono in discussione le nostre convinzioni.
-Qual è l’insegnamento che non abbiamo colto dalla distruzione che portano tutte le guerre?
La storia è, purtroppo, anche la storia delle guerre. Da studioso mi colpisce sempre un paradosso: conosciamo perfettamente gli effetti devastanti di ogni conflitto eppure continuiamo a ripeterli. Cambiano le tecnologie, cambiano le alleanze, cambiano le motivazioni ufficiali, ma il risultato è sempre lo stesso: città distrutte, famiglie spezzate, generazioni private del futuro.
Credo che l’insegnamento che non abbiamo ancora assimilato sia il valore della memoria. La memoria non serve a commemorare, ma a prevenire. Se ricordiamo soltanto nelle ricorrenze ufficiali e poi dimentichiamo nella vita quotidiana, la storia perde la sua funzione educativa.

La guerra nasce sempre quando viene meno la capacità di riconoscere nell’altro una persona. Per questo considero la cultura uno dei più importanti strumenti di pace. Studiare la storia significa imparare che nessun popolo possiede il monopolio della sofferenza e che ogni vittoria militare porta con sé sconfitte umane difficilmente rimarginabili.
Non dobbiamo illuderci che il progresso tecnologico coincida automaticamente con il progresso morale. Il Novecento, il secolo delle più grandi innovazioni scientifiche, è stato anche quello dei genocidi, delle dittature e delle guerre mondiali. La civiltà non dipende dalle macchine che costruiamo, ma dai valori che scegliamo di difendere.
-Perché molta cultura nasce nella provincia più povera?
Perché la cultura non coincide con la ricchezza economica. Spesso nasce proprio dove esiste un maggiore bisogno di comprendere il mondo. Le periferie, le province, i piccoli paesi custodiscono ancora un patrimonio di relazioni umane, di memoria collettiva e di identità che nei grandi centri rischia talvolta di disperdersi.
Penso alla Sicilia. Molti dei suoi maggiori scrittori sono nati lontano dalle grandi capitali culturali. Verga viene da Catania, Pirandello da Agrigento, Sciascia da Racalmuto, Bufalino da Comiso, Consolo da Sant’Agata di Militello. Hanno trasformato la provincia in una chiave per interpretare il mondo.
La provincia obbliga a osservare con maggiore attenzione. Le storie delle persone si intrecciano, la memoria resta più viva, il passato è ancora visibile nei luoghi. È un laboratorio umano straordinario.
Naturalmente la provincia non va idealizzata. Può essere anche chiusura, isolamento, mancanza di opportunità. Ma proprio da questa tensione nasce spesso il desiderio di raccontare, di studiare, di comprendere. La cultura è, in fondo, una risposta alla complessità della vita.
-Quali sono le tue passioni nel tempo libero?
La verità è che il mio tempo libero assomiglia molto al mio lavoro. Continuo a leggere, frequento biblioteche e archivi, visito città cercando non soltanto i monumenti più noti, ma soprattutto i luoghi in cui la storia ha lasciato tracce meno evidenti.
Mi piace molto viaggiare. Ogni viaggio rappresenta un’occasione di studio. Camminare nelle città significa leggerle come fossero un grande libro di pietra. Ogni edificio, ogni piazza, ogni strada racconta una vicenda diversa.
Un’altra passione è il dialogo con gli scrittori. Il giornalismo culturale mi ha offerto il privilegio di incontrare autori, artisti, studiosi provenienti da esperienze molto differenti. Ogni conversazione diventa un’opportunità per imparare qualcosa.
Amo anche il teatro, il cinema d’autore, la musica. Credo che le arti non debbano essere considerate mondi separati. Si illuminano reciprocamente. Un romanzo può aiutare a comprendere un quadro; una fotografia può suggerire una nuova interpretazione della storia; una canzone può raccontare un’epoca meglio di molti manuali.
– Cosa salverà il mondo dalla follia della guerra?
Non esiste una risposta semplice. Se dovessi indicare una parola, sceglierei “educazione”. Non un’educazione ridotta all’istruzione tecnica, ma una formazione della coscienza.
Le guerre iniziano molto prima dello sparo del primo colpo. Cominciano quando si smette di ascoltare, quando si alimentano i pregiudizi, quando si disumanizza l’avversario.
Per questo credo profondamente nella scuola, nella cultura, nella lettura. Sono strumenti lenti, certo. Ma sono gli unici capaci di costruire una pace duratura.
La storia ci insegna che ogni generazione pensa di essere diversa da quella precedente e poi finisce per ripetere gli stessi errori. L’unico modo per interrompere questo ciclo è educare al pensiero critico.
La pace non è soltanto assenza di guerra. È giustizia, dialogo, rispetto delle differenze. È una costruzione quotidiana che coinvolge tutti, non soltanto i governi.
-Danilo Dolci scriveva: “Gli intellettuali sono mostri senza mani”. Che cosa intendeva dire?
È una frase durissima, ma estremamente efficace. Dolci rimproverava agli intellettuali il rischio di rinchiudersi nelle proprie idee senza confrontarsi con la realtà concreta.
La cultura perde significato quando diventa autoreferenziale. Lo studioso non dovrebbe limitarsi a interpretare il mondo; dovrebbe contribuire a renderlo migliore, mettendo le proprie competenze al servizio della comunità.
Questo non significa trasformare ogni intellettuale in un militante politico. Significa piuttosto assumersi una responsabilità pubblica. Scrivere un libro, insegnare, fare ricerca, organizzare incontri culturali sono tutte forme di impegno civile.
La conoscenza produce effetti solo quando circola. Per questo considero la divulgazione una parte integrante del lavoro scientifico. Un libro chiuso dentro una biblioteca è prezioso, ma un libro che riesce a cambiare il modo di pensare di un lettore lo è ancora di più.
-Perché in Italia si legge così poco?
Le ragioni sono molteplici e sarebbe ingiusto attribuire tutta la responsabilità alla scuola o alle famiglie. Certamente manca un grande progetto culturale nazionale capace di fare della lettura un’abitudine quotidiana.
Troppo spesso il libro viene presentato come un dovere e non come un piacere. Si legge per superare un esame, non per curiosità. È un errore che paghiamo negli anni successivi.
Viviamo inoltre in una società dominata dall’immediatezza. Lo smartphone offre gratificazioni continue e istantanee. Un romanzo, invece, richiede tempo, concentrazione, pazienza. Sono qualità che rischiano di diventare sempre più rare.
Eppure non sono pessimista. Incontro moltissimi giovani che leggono, frequentano festival letterari, partecipano a presentazioni di libri. Forse bisogna cambiare il modo di avvicinarli alla lettura, evitando ogni atteggiamento paternalistico.
I libri non devono essere imposti. Devono essere scoperti.
-Quali doti deve avere una scrittrice del nostro tempo?
Le stesse che dovrebbe possedere ogni grande scrittore: autenticità, curiosità, disciplina e coraggio.
Mi colpisce la forza con cui molte scrittrici contemporanee stanno rinnovando il panorama letterario italiano. Hanno riportato al centro temi come la memoria familiare, il corpo, l’identità, il rapporto tra storia privata e storia collettiva, superando categorie che per troppo tempo hanno confinato la scrittura femminile entro ambiti considerati marginali.
La letteratura non dovrebbe essere distinta in maschile e femminile. Esistono buoni libri e cattivi libri.
Naturalmente ogni esperienza biografica offre uno sguardo diverso sul mondo. Ed è proprio questa pluralità a rendere più ricca la nostra cultura.
– È vero che le donne hanno cambiato la Sicilia?
Ne sono profondamente convinto. Più studio la storia della Sicilia e più mi accorgo di quanto il ruolo delle donne sia stato sottovalutato.
Per secoli hanno costruito reti di solidarietà, promosso opere assistenziali, fondato istituzioni educative, animato la vita culturale e religiosa, spesso senza ottenere il riconoscimento che meritavano.
Uno dei miei ambiti di ricerca riguarda proprio la storia dell’associazionismo femminile e della filantropia nell’Italia meridionale. È un tema che dimostra quanto le donne abbiano contribuito alla modernizzazione della società ben prima dell’acquisizione dei diritti politici.
Raccontare queste storie significa restituire completezza alla memoria collettiva. La storia non appartiene soltanto ai grandi uomini o ai protagonisti della politica. Appartiene anche alle donne che hanno trasformato silenziosamente le comunità in cui vivevano.
-Un commento al pensiero di Isaac Bashevis Singer: “Se Dio è misericordioso, perché muoiono i bambini?”
È forse la domanda più difficile che l’uomo abbia mai formulato. Nessuna filosofia, nessuna religione, nessuna ideologia è riuscita a offrire una risposta definitiva.
Singer ci mette davanti al mistero del male. È un interrogativo che attraversa tutta la letteratura, da Giobbe a Dostoevskij, da Primo Levi a Elie Wiesel.
Personalmente diffido di chi sostiene di possedere risposte semplici. Credo che alcune domande debbano continuare ad accompagnarci. Sono proprio quelle a renderci più umani.
La sofferenza innocente ci obbliga a interrogarci sul senso della responsabilità, della solidarietà, della compassione. Forse il compito dell’uomo non è spiegare il male, ma impedirlo ogni volta che gli è possibile.
-Se Dio si mettesse a scrivere, che libro scriverebbe?
Mi piace immaginare che non scriverebbe un trattato, ma un dialogo. Un libro fatto più di domande che di risposte.
Probabilmente parlerebbe della dignità dell’uomo, della misericordia, del perdono, dell’importanza dell’ascolto. Ci ricorderebbe che nessuna esistenza è insignificante e che ogni persona porta con sé una storia irripetibile.
Forse sarebbe un libro molto breve. E lascerebbe molte pagine bianche perché ciascuno fosse chiamato a completarle con le proprie scelte.
-Quali responsabilità hanno gli intellettuali se l’Italia non cresce culturalmente?
Gli intellettuali hanno certamente delle responsabilità. Talvolta hanno parlato soltanto a se stessi, rinunciando a dialogare con la società.
La cultura non può restare confinata nelle università, nei convegni o nelle riviste specialistiche. Deve tornare nelle piazze, nelle biblioteche, nelle scuole, nei giornali.
Ma la responsabilità non riguarda soltanto gli studiosi. È una responsabilità condivisa che coinvolge la politica, le istituzioni, il sistema dell’informazione, gli editori e ciascun cittadino.
La crescita culturale di un Paese non dipende soltanto dal numero dei libri pubblicati, ma dalla capacità di trasformare il sapere in partecipazione democratica.
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Più che inseguire traguardi personali, mi interessa continuare un percorso. Vorrei proseguire la ricerca storica, approfondire temi ancora poco esplorati della storia della Sicilia e del Mezzogiorno e continuare a raccontarli attraverso libri e articoli capaci di raggiungere un pubblico ampio.
Mi piacerebbe anche costruire sempre più ponti tra l’università e la società civile. Credo che oggi gli studiosi abbiano il dovere di uscire dagli spazi accademici e contribuire al dibattito pubblico con serietà, senza rinunciare alla complessità ma evitando ogni forma di autoreferenzialità.
Se dovessi esprimere un desiderio, direi questo: continuare a imparare. Ogni libro scritto dovrebbe nascere dalla consapevolezza che la conoscenza non è mai definitiva. È un cammino che non finisce, alimentato dalla curiosità, dal dubbio e dall’incontro con gli altri.
In fondo è questa l’idea di cultura che mi accompagna da sempre: non un luogo in cui esibire certezze, ma uno spazio in cui continuare a cercare, con umiltà, domande sempre nuove.
Si ringraziano i fotografi Giulia Vecchio, Giulia Caruso, Vittoria Grasso e l’Archivio Taobuk 2026.





