A dicembre all’Istituto Gramsci siciliano, durante la presentazione delle ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini a cura di Salvatore Nicosia e Salvatore Ferlita, ho incontrato un attore speciale, un regista teatrale, molto noto in Italia. Enrico Stassi ha coniugato la sua attività di attore e regista teatrale e radiofonico con l’interesse per il teatro delle marionette [ una versione per marionette e attori del Candide di Voltaire, messa in scena con il Teatro Vagante di Fabrizio Lupo, ha inaugurato la riapertura di Villa Torlonia nella “Estate romana” 1978 di Renato Nicolini ] e con lo studio e la riproposta delle tradizioni etnomusicali siciliane, collaborando per diversi anni con il FolkStudio di Palermo diretto da Elsa Guggino.

Avevo sentito parlare di Enrico per le storiche rappresentazioni di Palermo di scena. All’Istituto Gramsci ha letto delle splendide pagine insieme a Maria Teresa Coraci ed ha entusiasmato il pubblico. Ma andiamo a conoscere Enrico più da vicino.
-Quando inizia la tua passione per il teatro?
A sei anni, quando mi esibivo in una piccola bottega di latticini a Izmir, tra giare di yogurt, cantando “Tintarella di luna” a un pubblico improvvisato di passanti che venivano ad ascoltare il “piccolo cantante italiano”. Tre anni della mia infanzia li ho trascorsi in Turchia, dove mio padre, per motivi di lavoro, aveva portato tutta la famiglia. Più seriamente, l’approccio vero con la scena è avvenuto attraverso la musica, quando imparai a suonare la chitarra, entrai a far parte del Folkstudio di Palermo di Elsa Guggino e iniziai a fare spettacoli, sia con il Folkstudio stesso che con un gruppo agit-prop (Il Canzoniere di Palermo) nel movimentato periodo degli anni Settanta. Si arricchì in seguito con l’esperienza del teatro delle marionette, per arrivare poi a una consapevolezza più matura nei primi anni ’80 quando frequentai corsi per attore e regista teatrale della Scuola di teatro di Michele Perriera. È in questi anni che la mia passione per il teatro iniziò a prendere le sembianze di un virus, di quelli come l’herpes, che quando decidono di prendere casa dentro di te ci restano per sempre, più o meno latenti, a prescindere dai tempi e dai modi in cui si manifesteranno.

-Come nasce uno spettacolo teatrale?
Per quanto mi riguarda – non posso che riferirmi alla mia esperienza personale – la creazione di uno spettacolo teatrale è sempre un fatto alchemico. Può nascere per l’esigenza di mettere in scena gli allievi di un corso di teatro o sotto l’urgenza di un tema che ti sta a cuore o perché te lo chiedono (come nel caso di Salvo Licata, che mi volle regista di tre suoi testi teatrali); per la folgorazione di un testo che hai immaginato immediatamente trasposto per la scena o per mille altri possibili incroci di arte e collaborazioni. Posto dunque che l’origine è plurima, la vera domanda per me è “Quando nasce uno spettacolo teatrale?” cioè “Quando si può dire che uno spettacolo teatrale sia nato davvero?”. Qui entrano in gioco due parole semplici: Contemplazione e Necessità. La contemplazione è quella sorta di concentrazione, quel fissare a lungo l’oggetto da rappresentare, che ti fa penetrare le connessioni più intime e profonde, le meno manifeste sul momento, che ti inducono a trovare una “chiave”, quel quid che ti suggerisce ciò che tiene insieme la struttura compositiva e, in ultima analisi, tutti gli elementi che ne fanno parte. Quando questo processo si completa, hai raggiunto il “senso” di ciò che stai facendo, che si appalesa – a questo punto – con forza di necessità. Ecco, al termine della gestazione di uno spettacolo teatrale, potrò dire che la creazione è tale quando essa si presenta “necessaria” e, con essa, appaiono altrettanto necessarie, cioè non ammissibili diversamente, tutte le sue componenti compositive (recitazione, espressione corporea, movimenti scenici, musica, scenografia, luci, ecc.).
-Cosa ti ha insegnato Michele Perriera?
Devo molto ai suoi insegnamenti: intanto la conoscenza dei diversi linguaggi teatrali, dall’antichità classica al Novecento alla contemporaneità; poi la consapevolezza di come questi siano intimamente legati a tutta l’evoluzione dell’arte, della letteratura e del pensiero filosofico; poi ancora la conoscenza e la consapevolezza degli strumenti e delle tecniche espressive dell’attore e tanto altro. Ma se devo dire, in sintesi, ciò che maggiormente mi è rimasto del suo magistero, dico semplicemente questo: uno spettacolo teatrale (e il discorso, in fondo, vale per ogni genere di espressione artistica) non è mai una somma, il risultato di un’addizione di elementi, bensì è sempre una configurazione, cioè una “forma”, un organismo che pulsa e vibra come un essere vivente e che, come tale, nel qui e ora dell’evento, emana emozione e pensiero e porta lo spettatore a vibrare insieme a esso, a entrare in risonanza con esso. Quando questo miracolo riesce, la scena è “attraversata da un angelo”, come ebbe a dire John Fosse in una sua intervista.

-Il tuo rapporto con la radio…
La amo, innanzitutto come ascoltatore. Ho un’età in cui ricordo ancora quandocon i miei, prima che in casa arrivasse la televisione, ci sedevamo la sera attornoalla radio ad ascoltare lo sceneggiato Michele Strogoff di Jules Verne. Poi arrivò la meravigliosa rivoluzione delle radio libere, negli anni ’70.
Ma c’è stato anche un momento in cui ho fatto radio e mi sono divertito tantissimo. Erano gli anni in cui era molto attiva la sede della Rai di via Cerda a Palermo e iniziai a collaborare come attore. Poi vinsi un concorso nazionale per radiodrammi con un mio testo e mi venne affidata la sua regia radiofonica. Il lavoro più impegnativo- e di grande soddisfazione -è stato la sceneggiatura e la regia di cinque racconti di Howard Phillips Lovecraft, registrati per l’appunto nella sede di via Cerda. L’aspetto per me più affascinante dello strumento radiofonico è la spazialità del suono, la possibilità di creare lo spazio per nuove emozioni: come, attraverso il suono, puoi riuscire a evocare luoghi, paesaggi, l’interno, l’esterno, il vicino, il lontano, il segreto… in una parola quella che potrebbe essere la percezione del reale da parte di un cieco, che si rivela ricca e strabiliante anche per chi non abbia il dono della vista.
-Mi puoi parlare della tua esperienza con la tv e con il cinema?
Si è trattato per lo più di incursioni sporadiche, devo dire che non li ho mai cercati veramente, ogni tanto mi hanno proposto qualcosa e ho accettato volentieri. Non ti nego che mi piacerebbe approfondire questa esperienza anche se confesso una certa indolenza verso le pratiche usuali collegate a questo mestiere: ricerca di un agente, realizzazioni di book fotografici sempre aggiornati, ecc.
-Hai vissuto a Roma ma sei rimasto legato alla Sicilia…
Quando mi trasferii a Roma nel 1997, lasciando Gibellina (dove avevo vissuto per 13 anni quella straordinaria stagione di rinascita di una città e di realizzazione del sogno visionario di Ludovico Corrao), sapevo già che prima o poi sarei tornato, anche se ciò è avvenuto dopo ventidue anni. Comunque, sì, ho sempre mantenuto il contatto con la Sicilia. Non è un caso che, pur abitando a Roma, ho diretto quattro edizioni di “Palermo di scena” (dal 1997 al 2000) e cinque edizioni del Festival di Segesta (dal 2007 al 2011).

-Come definiresti il tuo rapporto di attore con la città di Palermo?
Strano. Quando lasci una città per tanti anni e poi ritorni, è come se non contasse più nulla quello che hai fatto in precedenza e quindi, dal punto di vista professionale, è come un ricominciare daccapo, come essere tornati (con una macchina del tempo) a quel periodo giovanile della tua vita in cui dovevi ancora “dimostrare qualcosa”. Un esempio per tutti: mi piacerebbe riprendere un contatto creativo con il Teatro Biondo di Palermo, dove pure anni fa avevo messo in scena dei lavori (ai tempi di Guicciardini e di Alajmo), ma ancora non c’è verso. D’altra parte, se ci penso, tutta la mia vita è segnata da ciclici ricominciamenti.
-Chi sono gli Autori che preferisci?
Non sono un lettore bulimico ma sono onnivoro, cioè leggo di tutto, con calma ma di tutto, senza particolari preferenze di generi o di periodi storici. In generale, posso dirti che amo gli autori che riescono ancora a stupirmi – per stile, per mondi che riescono ad aprire – e non è detto che siano per forza contemporanei. Poi devo confessarti che, ultimamente, sempre di più avverto una maggiore vitalità nella scrittura nelle donne, forse anche grazie a una sorta di iniziazione e curiosità che devo a mia moglie.
-L’ultimo libro che hai letto e l’ultimo film che hai visto in una sala cinematografica…
L’ultimo libro… ti dico gli ultimi tre, perché li ho letti quasi contemporaneamente: La dimensione oscura di Nona Ferdàndez, Manomissione di Domenico Conoscenti e La voce del padrone di Francesco Pacifico.
L’ultimo film, Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. In verità non è proprio l’ultimo che ho visto ma l’ultimo che mi è piaciuto.
-Cosa pensi dei Premi letterari?
Sono indubbiamente una componente importante dell’economia e del marketing editoriale. Mi intendo poco di editoria e non saprei dirti di più. Quello che so è che ogni tanto, per curiosità, provo a leggere qualche “vincitore” di premio e, sempre più spesso, non capisco perché mai ciò che sto leggendo sia stato premiato. Ma forse è solo un mio limite.
-La Sicilia viene ingannata ogni giorno e gli intellettuali si girano dall’altra parte per non perdere i privilegi acquisiti…
Finché “Io tengo famiglia” resta la filosofia di vita dominante, non credo ci si possa aspettare altro.

-Qual è l’opera teatrale che ami alla follia?
Anni fa rimasi folgorato dallo spettacolo “Genesi” della Socìetas Raffaello Sanzio, creato da quel genio visionario che è Romeo Castellucci. Ed è stata una grande soddisfazione per me, oltre che un’emozione, riuscire a portare questo spettacolo a Palermo, nel 2000, il mio ultimo anno di “Palermo di scena”.
Se poi vuoi sapere quale sia l’opera teatrale che più ho nel cuore e che più mi ha colpito, anche alla sua sola lettura e prima ancora di vederla realizzata in scena, ti dico i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. C’è tutto. Dipinge perfettamente tutto lo smarrimento contemporaneo, con un’invenzione, una forma e un linguaggio attualissimi. E non mi stupisce che, alla fine della sua prima rappresentazione al Teatro Valle di Roma, nel 1921, una gran parte pubblico uscì dal teatro urlando “Manicomio, manicomio!” e si rischiò quasi la rissa tra ammiratori e detrattori. Era un’opera troppo rivoluzionaria e profetica per quei tempi.
-A cosa serve uno spettacolo se non crea dubbi e non fa nascere riflessioni?
Potrei risponderti semplicemente che non serve a niente. Però attenzione, sono per natura contrario agli atteggiamenti “talebani”. Per me, il rito dell’ “andare a teatro”, quel riunirsi di persone che accorrono in un luogo per assistere a uno spettacolo dal vivo, ha un valore per sé, quasi sacro. Questo non vuol dire che dobbiamo per forza digerire tutto, ma semplicemente essere liberi mentalmente, con l’animo aperto a farci sorprendere ed emozionare anche da ciò che sulle prime non ti aspetteresti. Mi è capitato di assistere a spettacoli cosiddetti “leggeri” o a rappresentazioni di compagnie amatoriali che ho apprezzato, per l’amore e la maestria con cui erano stati confezionati, e che, per vie segrete (magari ignote agli stessi autori), arrivavano comunque al cuore del pubblico. Ciò che detesto massimamente in teatro è la pretenziosità, quando cioè la smania di stupire a tutti i costi prevale sulla bellezza del comunicare, o sulla comunicazione della bellezza.
-Ciaula, prigioniero nelle grotte di internet, è convinto che il mondo reale sia tutto lì e invece?
Qualsiasi ossessione ti imprigiona in una grotta o in una miniera, come il Ciaula pirandelliano. Ti confina in una comfort zone che ti fa sentire al sicuro e a tuo agio per il solo fatto di darti l’illusione di poter controllare tutto. Mentre in verità ti fa perdere la ricchezza, la pericolosità, la bellezza, la complessità (spesso indecifrabile e bastarda) del reale. Le “grotte di internet” sono una delle ossessioni, ma con quante altre ossessioni dobbiamo fare i conti, che offuscano la dimensione di realtà? Ti faccio una confessione molto personale. C’è stato un momento – ero un giovane attore di belle speranze, con una carriera già discretamente avviata – in cui avvertii con forza l’esigenza di prendere una pausa dal teatro e per un anno andai a fare l’insegnante in uno sperduto paesino veneto. Ciò avvenne nel preciso momento in cui mi accorsi che il teatro – che così tanto amavo – era diventata una ossessione e che questa ossessione mi stava facendo perdere una connessione autentica col reale. Non so dire se questa scelta sia stata giusta o sbagliata ma posso dire con certezza una cosa: lo stesso Teatro, che pure è il regno della finzione, non è nulla se non si nutre della ricchezza e della complessità della vita reale; e se ti sei “distaccato” gli puoi dare poco, solo mestiere e ripetizione.
Piccola nota a margine: è vero che andai a insegnare ai ragazzini della scuola media di Vigonovo, ma li misi anche in scena in una rappresentazione corale dell’Iliade (come declinazione di quel virus di cui parlavo prima).
-Quanto è importante l’uso della parola nel mondo in cui viviamo?
Direi che è tutto, oggi e da sempre. Almeno da quando è apparso l’uomo come animale sociale. Non riesco a immaginare un mondo senza parola. Forse potrebbe essere il soggetto di un bel romanzo di fantascienza: “La fine della parola”. Ma sempre con parole andrebbe scritto…
-Qual è la città che ami di più?
Pochi anni fa sono stato qualche giorno a Trieste e me ne sono innamorato. Mi ha affascinato la sua luce, l’apertura, il respiro, la sua storia mitteleuropea, la sua peculiare dimensione di “porta” verso l’Oriente.
-“Il libro appartiene a quella generazione di strumenti che una volta inventati, non possono essere più migliorati, come la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio, la bicicletta”.
E, aggiungo, che sono come l’aria o l’acqua: ti accorgi della loro importanza vitale quando ti vengono a mancare.
-Perché in Italia si legge ancora così poco?
Sì, pare che in Italia ci siano più scrittori che lettori. Un giorno un piccolo editore romano mi disse che non esiste libreria che possa contenere tutti i libri che vengono pubblicati in un solo anno. Temo che avesse ragione, se si pensa che ogni anno in Italia si pubblicano più di 85.000 libri.
Per rispondere alla tua domanda penso sia sufficiente ricordare da dove veniamo. In termini storici, sono ancora relativamente pochi gli anni da cui l’istruzione in Italia è diventata obbligatoria e tuttora sono enormi le sacche di dispersione scolastica: fino a pochi anni fa era ancora superiore al 10% e, nel meridione, ancora oggi non si riesce a scendere sotto il 20%. Al di là di questo dato, c’è anche un’altra ragione forse. Finora non c’è stata sufficiente attenzione a curare il passaggio dal “libro di testo” (sul quale a scuola dovevamo faticare a studiare) al “libro da amare” (come oggetto di piacere). Alle elementari ho avuto un maestro, si chiamava Giacinto Lentini, che in classe fumava senza ritegno Camel senza filtro (oggi lo arresterebbero) e che in alcune ore, dopo lo svolgimento delle materie curriculari, ci leggeva a puntate interi romanzi. Ricordo ancora le mirabolanti avventure del Barone di Münchausen e come noi alunni venissimo rapiti da queste letture. Ecco, fu proprio questo incantamento a farmi capire che esistevano altri libri, meno noiosi e respingenti di quelli di scuola. A mio avviso si dovrebbe fare di più per incoraggiare la lettura, forse ci vorrebbero più insegnanti come il maestro Lentini (magari non fumatori). Da questo punto di vista, trovo esemplare l’attività che sta svolgendo il Sistema bibliotecario della provincia di Trapani, anche il collaborazione con la Fondazione Orestiadi di Gibellina, che ultimamente ho avuto modo di conoscere e apprezzare.
-Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato. Cosa ne pensi?
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Nelle ultime versioni aggiornate del Vangelo secondo Giovanni (Giovanni, 1,1) l’enunciato recita: In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.
Seguendo la suggestione di Borges, trovo che potrebbe essere naturale e conseguente arrivare a dire In principio era il Libro…
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Più che progetti, sono desideri. Vorrei affrancarmi dal bisogno economico, cosa che ancora non posso permettermi, continuare a fare teatro, liberare tempo da dedicare alla scrittura. Al di là di questo, nell’immediato, sto lavorando a un progetto di spettacolo dedicato al poeta Ignazio Buttitta, insieme al nipote Emanuele e a Maria Teresa Coraci. Lo spettacolo è stato incluso nel cartellone del Teatro L’Idea di Sambuca di Sicilia e debutterà il 3 maggio prossimo.
Biografia
Formatosi a Palermo nella scuola di Michele Perriera, Enrico Stassi ha coniugato la sua attività di attore e regista teatrale e radiofonico con l’interesse per il teatro delle marionette [ una versione per marionette e attori del Candide di Voltaire, messa inscena con il Teatro Vagante di Fabrizio Lupo, inaugurò la riapertura di Villa Torlonia nella “Estate romana” 1978 di Renato Nicolini ] e con lo studio e la riproposta delle tradizioni etnomusicali siciliane, collaborando per diversi anni con il FolkStudio di Palermo diretto da Elsa Guggino.
Nei primi anni ’80 prende parte a diversi spettacoli della Compagnia Teatés per la regia dello stesso Perriera quali Il Gabbiano di A. Checov e Occupati di Amelia di G. Feydeau.
Dal 1984 al 1997 dirige il Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina. Qui crea e dirige una scuola di formazione teatrale, mettendo in scena diversi spettacoli per la rassegna “Orestiadi di Gibellina” (Le furie di Orlando, da L. Ariosto, 1987; Il fu Mattia Pascal di T. Kezich, da L. Pirandello, 1990; Giufà il furbo, lo sciocco il saggio, con Mimmo Cuticchio, 1991; Via della mano d’oro, da G. Krudy, 1995).
In quegli stessi anni ha modo di stringere rapporti di collaborazione con personalità artistiche quali Toti Scialoja (di cui mette in scena il testo Re Serse e l’Orso), Franco Angeli, Iannis Xenakis, Mario Martone (di cui è aiuto regista per lo spettacolo Oedipus Rex di I. Stravinskij, 1988), Tierry Salmon, Amos Gitai (di cui è regista assistente e collaboratore alla drammaturgia per lo spettacolo Metamorfosi di una melodia, da Flavio Giuseppe, 1992), Moni Ovadia, Piero Maccarinelli e altri.
In particolare, tra il 1992 e il 1995, intensifica un sodalizio artistico con il giornalista drammaturgo Salvo Licata, curando la regia dei suoi ultimi lavori: Orazione per Giovanni Falcone e per Paolo Borsellino (Gibellina, 1992), Mietitori in attesa d’ingaggio (Gibellina, 1994), C’era e c’era Giuseppe Schiera, con Giorgio Li Bassi (Palermo e Gibellina, 1995).
Dal 1997 al 2019 vive a Roma, dove lavora per la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dove coordina, dal 2011 al 2016, le attività espositive del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma.
Direttore artistico di quattro edizioni della rassegna “Palermo di scena” (dal 1997 al 2000) e di cinque edizioni del “Festival di Segesta” (dal 2007 al 2011), ha proseguito tra Palermo e Roma la sua attività di regista e performer teatrale, mettendo in scena e/o partecipando a diversi spettacoli.
Per le “Edizioni della mano d’oro” pubblica nel 2017 il suo primo romanzo Tornando a Palermo, presentato a Roma e a Palermo.
Nel 2018 cura per il Teatro Biondo Stabile di Palermo la regia di una nuova edizione dello spettacolo C’era e c’era Giuseppe Schiera di Salvo Licata, con Salvo Piparo.
Sul finire del 2019torna a risiedere a Palermo, dove prosegue la sua attività teatrale e di animatore culturale.
Nel 2020 firma la regia dello spettacolo Mafia: singolare femminile di Cetta Brancato e Marzia Sabella, rappresentato a Palermo, Chiesa di Santa Maria dello Spasimo (2020), a Gibellina nell’ambito del Festival “Orestiadi di Gibellina” (2021) e a Napoli nell’ambito del “Campania Teatro Festival” diretto da Ruggero Cappuccio (2022).
Nel 2023 cura la regia dello spettacoloDi me la notte sembra sapere di Maria Teresa Coraci, Dacia Maraini, Diana M. de Paco Serrano, Alejandra Pizarnik, con Maria Teresa Coraci ed Elena Pistillo e le scene di Fabrizio Lupo, andato in scena a Gibellina il 30 luglio nell’ambito del Festival “Orestiadi di Gibellina” e a Palermo il 21 e 22 marzo e il 6 dicembre 2024 presso il Teatro Fontarò.
Ha collaborato a diverse edizioni del “Premio Pino Veneziano”, curando anche la regia – per l’edizione 2006 – dello spettacolo Lu patruni è suvecchiu, dedicato a Pino Veneziano, ideato insieme a Umberto Leone e andato in scena con successo a Palermo e nel Parco archeologico di Selinunte.
Nel 2025 gli viene attribuito il “Premio Pino Veneziano” ed è invitato a riceverlo il 21 marzo nella cerimonia di consegna presso il Teatro Selinus di Castelvetrano.
Nel 2025 mette in scena un nuovo spettacolo I fiori blues, di cui è interprete insieme a Maria Teresa Coraci, che debutta ad agosto ad Alcamo, Castello dei Conti di Modica.
ESPERIENZE IN CINEMA E SERIE TV
2024 Serie MAKARI 4, regia di Monica Vullo e Riccardo Mosca (ruolo: Sergio Palizzi) – [di prossima uscita]
2023 Serie I FRATELLI CORSARO, regia di Francesco Miccichè (ruolo: il Giornalista Giuffrida)
2023 Film IDDU, regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (ruolo: il Prete)
2001 Film IL BUMA, regia di Giovanni Massa (ruolo: Edward)
2001 Film IL CONSIGLIO D’EGITTO, regia di Emidio Greco (ruolo: il Macellaio)
1999 Film IL MANOSCRITTO DEL PRINCIPE, regia di Roberto Andò (ruolo: il Prete)
1992 Documentario PAESAGGIO CON FIGURA, regia di Giovanni Massa, vincitore del Premio “Natura Doc” Bologna (ruoli: speaker e attore nei panni di Minà Palumbo)
1989 Film IL SICILIANO, regia di Michael Cimino (ruolo: il Padre).
Per le foto si ringraziano Fausto Brigantino e Salvatore Maraventano, Claudio Colomba.





