Ho incontrato Licia Cardillo insieme a Mariza Rusignuolo e Rosa Di Stefano al Palazzo del Poeta per la presentazione del libro Le vie dei canti e sono rimasto affascinato dalla bellezza dei suoi versi e dal suo modo di raccontare la poesia. Mentre l’ascoltavo con grande interesse ho deciso che l’avrei intervistata. Oggi più che mai abbiamo bisogno di fermarci a riflettere sulle ultime bellezze che rimangono in questo mondo scomposto. Andiamo a conoscere Licia Cardillo da vicino.
-Quando nasce la passione per la poesia?
Chi scrive, nella maggior parte dei casi, inizia con la poesia – così sostiene Marguerite Yourcenar – perché è aiutato e obbligato da un ritmo, da un elemento di canto e di incanto, di ripetizione, che rende tutto più facile. Io, invece, ho iniziato con una pièce teatrale e una raccolta di racconti, a cui sono seguiti diversi romanzi, anche storici, saggi e cahier di viaggio. La poesia però vi ha fatto sempre capolino, tanto che molti critici hanno definito “poetica” la mia prosa.
-Come si può definire la sua poesia?
Il titolo della silloge è ripreso da un volume di Bruce Chatwin, antropologo, esperto di miti aborigeni sulla creazione che narrano di leggendarie creature le quali, al Tempo del Sogno, percorsero il continente australiano, cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano – uccelli, animali, piante – e con la loro voce diedero esistenza al mondo. La poesia segue lo stesso percorso. È canto che, come nell’antico rito, dà voce a un’emozione, una vibrazione, un ricordo, a frammenti di vita per farli esistere e salvarli dall’usura del tempo.
-Si può ancora giocare e parlare di poesia in un mondo che sembra impazzito?
In un mondo dilaniato dalle guerre e martellato dalle immagini, si sta perdendo l’uso della parola. Si rischia il silenzio, o peggio, l’uso di un linguaggio impersonale che appartiene a tutti e non è di nessuno. “La letteratura può creare degli anticorpi che contrastino la peste del linguaggio”, scriveva Calvino. “L’anticorpo è la parola”.
-Le parole sono pietre, ma possono diventare diamanti. Per lei cosa rappresentano?
La parola induce a pensare, definire, elaborare, prendere consapevolezza, è il ponte che ci consente di attraversare lo spazio che ci divide dagli altri e da noi stessi. Anche il silenzio in certi casi, può farsi parola.
-Quali sono i tre modi per non morire di cui parla Mariza Rusignolo nella colta prefazione al suo libro?
L’unico modo per non morire e per non far morire gli altri è affidarsi alla parola, la sola che può salvare il tempo dalla transitorietà e lanciarlo verso il futuro. “Il tempo adora il linguaggio e mette corone sul capo di chi gli dà vita e lo salva”. Così scriveva il poeta Auden.

-Quanta biografia c’è nelle sue poesie?
C’è la mia biografia sia nelle poesie sia nei romanzi che ho scritto. Anche quando racconto una storia che non mi appartiene, la filtro attraverso la mia sensibilità e la mia esperienza. La metamorfosi, inoltre, mi permette di moltiplicare le mie identità per aderire a quelle dei miei personaggi. Mettersi nei panni degli altri libera dai pregiudizi e indirizza verso la comprensione, la compassione e il perdono.
-Si incontrano tante persone e se ne perdono altrettante. E poi che succede?
Niente muore, niente si perde, niente finisce. Tutto dipende dal modo in cui abitiamo l’assenza. Possiamo scegliere tra macerarsi nel dolore o addomesticarlo, salvando, del passato, le vibrazioni, le emozioni, le gioie e dando loro spazio. Ricordare in fondo è resistere. È tenere testa al tempo.
-E’ vero che siamo tutti compagni di viaggio?
Siamo tutti compagni di viaggio, legati allo stesso destino e lo abbiamo sperimentato in modo drammatico durante la pandemia, quando sembrava che il mondo si fosse rimpicciolito, “a tal punto che, allungando una mano”- così allora scrivevo – avremmo potuto“sfiorare la fronte di chi, nell’altro emisfero, stava bruciando di febbre”. Il coronavirus ci ha ricordato che siamo fili sottili di quella rete che abbraccia la Terra e che, a spezzarne uno, di quei fili, si sfilaccia tutta la trama.
-Cosa hanno perduto gli uomini del nostro tempo?
Abbiamo sprecato e continuiamo a sprecare il tempo, bruciandolo sull’altare dei sociale ignorando chi ci sta accanto.
-Cosa hanno rubato gli uomini alle donne?
Non credo che gli uomini abbiano rubato alle donne, né viceversa. Credo però che non si diano molto da fare per comprendere la complessa sensibilità femminile. Ai nostri giorni, si è perduto il valore della tenerezza, che è attenzione, sguardo che travalica la fisicità e penetra nel cuore dei pensieri, dei bisogni, delle attese dell’altro. Recuperare la tenerezza vuol dire salvaguardare la propria umanità.

-Qual è il messaggio per i lettori con il suo libro?
Chi scrive non dovrebbe mandare messaggi, ma offrire una visione problematica della realtà che induca il lettore a riflettere, a porsi delle domande, a cercare delle risposte.
-“Lasciate le stelle al loro posto non svuotate l’Oceano non sradicate gli alberi del bosco non imballate la luna…A chi sono dedicati questi versi?
Sono dedicati a chi vorrà leggerli, soprattutto ai miei figli e ai miei nipoti.“Le poesie di Auden dicono quanto siete umani e se potete farcela…” scriveva Brodskij nella prefazione alla silloge intitolata La verità, vi prego sull’amore che si chiude con Funeral blues, la ballata funebre che ha ispirato i miei versi. Che cosa c’è di più doloroso della scomparsa di una persona cara che viene a stravolgere le coordinate esistenziali e apre un abisso tra il buio del cuore e la luce che, indifferente, continuaa illuminare il mondo?La poesia apre spiragli di salvezza a chi sa coglierli: agli esseri umani non resta che mettere in conto la perdita, invece di proporsi imprese impossibili: spegnere le stelle, imballare la luna, svuotare l’oceano e sradicare il bosco.
-“Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato. Cosa ne pensa”?
Se pensiamo che Dio, come un alchimista linguistico, per creare il mondo, tracciò, scolpì e combinò le 22 lettere della lingua ebraica e pronunciò il nome di ogni cosa per estrarla dal silenzio e farla esistere, non possiamo che essere d’accordo con Borges.Gli scrittori, attraverso la parola, continuano l’opera del Padreterno, ricreano il mondo, gli danno forma.
-Un commento su un pensiero dello scrittore polacco Isaac Bashevis Singer: “Se Dio è misericordioso perché muoiono i bambini”?
È una domanda per la quale non si trovano risposte. Io ho fede, ma non immagino Dio come un dispensatore di grazie o di punizioni. Per me Dio è amore, quell’amore al quale ciascuno di noi dovrebbe essere fedele durante la vita nel rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi, abbandonandosi a ciò che avviene come ci si abbandona all’onda del mare.

-Più grande è il dolore, più grande è il vivere, ha scritto Victor Ugo ne I miserabili…
Chi sperimenta sulla propria pelle o su quella delle persone care la malattia o la perdita, muta il proprio rapporto con il tempo e con lo spazio. Si rende conto che la vita può svanire come un sogno e seccare come un fiore appena spuntato. Il futuro diventa una manciata di istanti che possono scivolare tra le dita più veloci dei granellini di sabbia nella strozzatura della clessidra. Diventa una porta sbarrata che non lascia passare neanche lo sguardo. E allora? Non gli resta che aggrapparsi al presente per bere e assaporare come fosse un sorso di vino invecchiato, ogni santo giorno che il Padreterno gli manda, dando valore a tutto quanto cade sotto i suoi occhi.
Un tempo gli alberi avevano occhi” (Donzelli, 2004) è il titolo di un libro di poesie di Ana Blandiana, poetessa rumena. Conosce questa poetessa?
No, non conosco questa poetessa, ma mi piace pensare che anche le cose abbiano gli occhi e ci vedano. È un modo per dare valore a tutto quanto cade sotto il nostro sguardo, non solo alle persone, ma anche alle bestie e alle cose che pare non abbiano un’anima, ma parlano alla nostra anima e rispondono al nostro bisogno di bellezza e di bene.
-Che cos’è la felicità?
La felicità può sfiorarla solo chi è in sintonia con se stesso e in armonia con l’universo, un po’ come quel monaco zen che la mattina diceva: “Come è bello, spazzo il giardino e raccolgo l’acqua dal pozzo”. Come diceva Montaigne, si dovrebbe desiderare solo ciò che si possiede, e scoprire la bellezza nei piccoli gesti quotidiani, nella natura, nel paesaggio, nel lavoro, ma soprattutto ritrovare la grazia in se stessi.
-Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Vivo il qui e l’ora. Non faccio progetti.

Note biografiche
Licia Cardillo Di Prima è nata a Sambuca di Sicilia dove vive e lavora. Giornalista pubblicista, già Direttrice de La voce di Sambuca,ha collaborato con La Repubblica (edizione siciliana) e con il Mediterraneo. Nel 2013, per il “Centro Giulio Pastore” di Agrigento, ha curato la pubblicazione del volume Teatro di Paolo Messina. È autrice di testi teatrali: Storielle siciliane ( La Voce Editrice 1975);Diaspora di voci (con Angela Scandaliato – Aulino Editore, 2016 ), Le donne, oh le donne – L’universo femminile di Emanuele Navarro della Miraglia (Aulino Editore 2019);di raccolte di racconti: Fiori di aloe; Sibille (Edizioni Arianna 2015), La poltrona di Maria Carolina e il gelo di mellone, con Elvira Romeo ( Dario Flaccovio 2014) Rosolio alla cannella (con Elvira Romeo – Dario Flaccovio 2017), di romanzi: La pelle di cristallo (Iride Rubbettino 2012) Una pietra dall’aria (Dario Flaccovio Editore 2017), di romanzi storici: Il Giacobino della Sambuca (Editori Riuniti 2001); Eufrosina – Carteggio d’amore tra il viceré Marco Antonio Colonna e la giovane baronessa del Miserendino nella Palermo del ‘500,(D. Flaccovio 2008), Flavio Mitridate- I tre volti del cabbalista (con Angela Scandaliato, – (D. Flaccovio Editore 2014),di cahiers di viaggio:Sambuca di Sicilia – Tra mito, Storia letteratura e arte (Historica Edizioni 2017); I luoghi e le leggende delle Terre Sicane ((Associazione Nazionale Città del Vino 2001). Sambuca – Il mito nella storia (Il Palindromo 2023) Nel novembre del 2008 è stata invitata nella trasmissione di Pippo Baudo Domenica in, dove è stata selezionata la sua poesia Come l’acqua del fiume. Le sono stati attribuiti i premi Erice Anteka, il Parnaso di Canicattì, Città di Leonforte,Viagrande, De Jacobis, Alessio Di Giovanni, il Premio per la Narrativa Ruggirello a Custonaci.
È proprietaria della Cantina Di Prima.





