Ci sono delle persone che non si dimenticano, uomini che hanno fatto la storia della Sicilia. Se il dottore Raimondo Borsellino non fosse vissuto da eremita scrive Antonio Patti, sarebbe diventato il più importante medico italiano. Era conosciuto in tutta Europa come aiuto di Valdoni. Quando il dottore passava per le strade dei paesi della Sicilia, i signori si toglievano il cappello e i contadini gli battevano le mani. Era un medico che operava ovunque, anche in un tavolo da cucina. Raccontano che portava con sé da cinque a sei valigette e una macchina fotografica.
L’hanno definito un chirurgo da campo. Era un uomo molto religioso, un personaggio straordinario, un medico dal volto umano. Ha operato fino a 80 anni. Una leggenda vivente, spesso e volentieri non si faceva pagare. Certe volte dormiva in auto dopo aver operato tutta la notte. Ha presentato 19 progetti di legge di cui 5 approvati nei due rami del parlamento. Le nuove generazioni non hanno memoria del valore professionale di questo grande medico.

Da ragazzo sentivo qualche anziano che sussurrava queste parole “Prima veni Diu e poi c’è Borsellino” . Prima di intervistare Michele Bajo, che ha scritto un preziosissimo libro dal titolo: “Raimondo Borsellino Un grande uomo, un eccellente Chirurgo troppo presto dimenticato”, pubblicato nei quaderni scientifici culturali di Progetto Salute della Casa editrice Medinova e realizzato per l’Ordine dei Medici di Agrigento, desidero iniziare questa storia con le testimonianze di alcuni medici dell’Agrigentino, che l’hanno conosciuto ed hanno condiviso con lui momenti indimenticabili della loro vita.
Antonello Bosco medico- radiologo: “Quando ero un ragazzo e passeggiavo con mio padre per le vie di Agrigento, incontrammo il dottor Raimondo Borsellino, l’allora primario del reparto di chirurgia dell’ospedale di Agrigento, nonché proprietario di una nota clinica privata.

Mentre passeggiavamo, il dottore Borsellino si fermò a salutare mio padre Pietro, dopo i soliti convenevoli il dottore, che allora si candidò per le elezioni al Parlamento Italiano, gli chiese di essere votato, sicuro che mio padre avrebbe detto il solito si; tuttavia, mio padre, con il suo solito senso dell’umorismo e con un modo scherzoso, rispose che non lo avrebbe votato; a quel punto il dottore incredulo gli chiese stupito il motivo… mio padre rispose così: “Duttù se io lo voto e lei ci prende, cà restiamo senza medici!”.
– Antonio Marotta medico- anestesista: “Il dottore Raimondo Borsellino era intimo amico di Padre Pio e conservava un guanto con le stimmate che il Santo gli aveva regalato. Borsellino prendeva questo guanto e lo girava in mano per trovare l’ispirazione negli interventi più difficili, era come se cercasse in aiuto la provvidenza, come se cercasse la mano di Dio, perché un medico è anche un uomo con le sue fragilità e la paura di non farcela. Padre Pio gli aveva fatto conoscere un giovane padre Wojtyla, predicendo che un giorno sarebbe diventato Papa. Nell’ ospedale di Agrigento in via Giovanni XXIII c’è un vecchio mosaico, che raffigura Raimondo Borsellino, che un tempo è stato direttore sanitario dell’ospedale. A lui tutti i cittadini siciliani, e non solo, devono molto!”.
– Antonio Liotta medico-editore: “La capacità diagnostica e la bravura tecnica hanno fatto di Raimondo Borsellino un chirurgo a livello superiore. Se spesso viene ricordato per essere stato protagonista nel salvare Palmiro Togliatti subito dopo l’attentato e per essere l’autore della proposta di Legge che ha istituito la figura professionale dell’Anestesiologo Rianimatore, non possiamo dimenticare le sue doti umane e la sua immensa cultura. La fortuna di averlo conosciuto e frequentato ha segnato il mio percorso professionale”.
– Antonio Patti medico-scrittore: “Nel libro Le pecore e il pastore di Andrea Camilleri viene ricordata la figura del collega Raimondo Borsellino, ingiustamente dai più dimenticata, che prende lo spunto dall’attentato al vescovo Giovanni Battista Peruzzo, inviato nella terra degli infedeli perché inviso al regime, che, pur anticomunista convinto, diventerà il protettore dei contadini che, caduto il fascismo, lottano per la conquista delle terre. Peruzzo, per le sue grandi doti di carità, di onestà intellettuale, rischia di diventare il nuovo arcivescovo di Palermo e, di conseguenza, cardinale di tutti i siciliani. Due colpi di lupara tenteranno di fermare questo pericolo.

Questa la chiave di lettura del movente e dei mandanti dell’agguato a un prelato, inaudito nella Sicilia fino a quel fatidico 9 luglio del 1945, avanzata da uno storico locale di Canicattì e condivisa dallo stesso Andrea Camilleri.
Camilleri resta sbigottito alla lettura di una nota a piè di pagina di un libro di appena un centinaio di pagine, L’attentato contro il Vescovo dei contadini di Enzo Di Natali; nota in cui viene riportato un brano di una lettera scritta dalla badessa del convento di clausura di Palma di Montechiaro al vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo, oggetto del vile attentato, che per poco non gli costò la vita e questo ben undici anni dopo quei tragici eventi. Questa nota, apparentemente anodina, rivela che dieci suore del suo convento, nei giorni di prognosi riservata del vescovo, strinsero con Dio uno scambio tra le loro giovani vite e quella del loro pastore; un sacrificio d’altri tempi, che sa o di mito (Alcesti) o di vecchio testamento o di cronaca medievale.
Raimondo Borsellino poteva vivere di rendita tra le sue vaste proprietà avite e nel palazzo baronale al centro di Cattolica Eraclea, ma per fortuna del Peruzzo e di altre migliaia di persone non altrettanto eccellenti, decise di laurearsi in medicina e di fare il chirurgo.

«Il professore Ramunnu Borsellino merita però una piccola parentesi. Il vescovo, nella litura che scrisse a Pio XII per contargli la storia, lo definisce “ottimo chirurgo”. Era forse qualichi cosa di più, era un chirurgo assolutamente geniale». Uomo religiosissimo, ma con una forte idiosincrasia verso i parrini, Camilleri riporterà un aneddoto molto famoso in proposito.
Opera nelle condizioni più proibitive e salva così moltissime persone durante la guerra, che ad Agrigento non fu una semplice passeggiata, come invece fu in gran parte della Sicilia. Con il suo autista gira per i quartieri, per i paesi, operando con dei set di strumenti chirurgici sterilizzati precedentemente e sempre pronti nella macchina-albergo-dispensario-e-tutto; una macchina simile alla tasca di Eta Beta. Continua così a lavorare anche a guerra ufficialmente finita perché la guerra vera, nella sanità agrigentina, continuerà ancora per parecchi decenni e così opererà sul tavolo da cucina di molti malati, che non trovano posto in ospedale o che sicuramente sarebbero morti nel tragitto di strade appena tracciate sulla cartina.

C’erano dei versi popolari messi in giro su di lui, apparentemente ironici: “E passa Bursallinu / cu lu cuddruzzu tortu” perché dorme nella sua macchina/totem appoggiando la testa a un vero cuscino da letto e a furia di riposare così, tra un intervento e l’altro, tra un paese e l’altro, incominciò a camminare con la sua caratteristica postura, accentuata poi dall’età; lo scrivente preferisce ricordarlo così nei pressi della sua clinica, dove, a tarda età continuerà fino all’ultimo ad operare: in sala operatoria avveniva, quasi per prodigio, la metamorfosi e quell’uomo fragile, contorto dalla fatica riacquistava la grazia e la scioltezza di un tersicore.
Gli agrigentini torneranno a preferire il chirurgo al deputato e se lo riportano, a furor di popolo, in sala operatoria. Ritornò così ad operare e quando la gente lo vedeva passare su quella macchina-casa, lo applaudiva. Storia che dovrebbe far riflettere molti altri validi professionisti, prestati, forse inopinatamente, alla politica.
Qualcuno potrebbe contestare allo scrittore questo sfegatato tifo per un così piccolo grande uomo, dimenticato da tutti alla sua morte: soltanto il suo Ordine lo ricorderà con affetto e gratitudine, tappezzando a lutto l’intera Agrigento. Lo fa fatto perché aveva salvato, con uno dei suoi interventi ambulanti, appena descritti, la madre, altrimenti destinata ad altra sorte. Proprio questa sua dichiarazione ci fa sentire sincera la sua ammirazione e, perché no, anche la sua profonda gratitudine. Se Camilleri non se ne dispiace, ma anche noi tutti medici agrigentini vorremmo partecipare al suo epicedio. In ogni caso gli siamo profondamente grati per averci riportato, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, agli occhi e nel cuore la visione della sua immensa, fragile e timida figura, che lui tentava di nascondere dietro una maschera da burbero, ma senza riuscirci. E per chi non l’ha conosciuto, ci restituisce l’eco di una memoria che lo scorrere del tempo non sbiadirà mai…”

Ma andiamo a conoscere un altro medico, Michele Bajo che ha scritto il citato libro sul dottore Raimondo Borsellino.
-Chi era Raimondo Borsellino?
Un chirurgo di valore dotato di grande fede e grande umanità. Ha interpretato la figura del medico come una missione oltre che come una professione.
-Perché lo chiamavano il “Santuzzu agrigentino”?
Perché aveva una grande fede nell’Eterno e devoto Padre Pio di cui aveva finanziato la costruzione la realizzazione della “Casa Sollievo della Sofferenza”, l’Ospedale di San Giovanni Rotondo.
-E’ vero che portava sempre con sé una borsa con i ferri sterili?
Si, ma non sempre. Lo fece durante i bombardamenti americani in Sicilia prima dello sbarco e poi nel 1968 immediatamente dopo il terremoto del Belice.
-Si racconta che durante la seconda guerra mondiale rimase in ospedale per tre giorni consecutivi…
Così si dice… la costa agrigentina fu pesantemente bombardata dall’aeronautica militare americana causando migliaia di feriti. La sola Città di Agrigento contò circa 300 morti.
-L’attentato a Monsignor Peruzzo è una pagina di storia amara della Sicilia. Senza l’intervento di Borsellino non si sarebbe salvato…
Certamente, non si sarebbe salvato. Il Prof. Borsellino fu portato al capezzale del vescovo di Agrigento e lo giudicò intrasportabile, decise così di operarlo sul tavolo del refettorio. Fu il primo intervento di chirurgia toracica praticato in Sicilia.
-Borsellino e l’attentato a Togliatti a Roma…
Il 14 luglio del 1948, un giovane esaltato, assiduo lettore del Mein Kampf di Hitler, attentò alla vita del segretario nazionale del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti che incautamente era uscito da Montecitorio senza scorta. Il Borsellino fu il primo a soccorrerlo e a prestare le prime cure e indirizzarlo al policlinico della capitale dove operava il Prof. Pietro Valdoni. Togliatti si salvò.
-Raimondo Borsellino è stato un pioniere della medicina, è stato il primo che ha eseguito l’intervento ai polmoni… Eseguì il primo intervento di chirurgia toracica all’arcivescovo di Agrigento mons. Giovanni Battista Perruzzo con l’ausilio di tre medici del paese che erano subito accorsi dopo aver appreso la notizia.
-È stato un chirurgo porta a porta che ha operato in situazioni estremamente difficili…
Alla fine del secondo conflitto mondiale gli ospedali della provincia, poco più che lazzaretti, erano comunque insufficienti a soddisfare le esigenze dalla popolazione. Ce ne dà una testimonianza Andrea Camilleri scrivendo che anche sua madre era stata operata dal Prof. Borsellino sul tavolo di cucina che essendo di marmo poteva essere facilmente sanificato.
-Il dottore ha condotto sempre una vita francescana?
Si, sebbene fosse molto benestante. Era infatti proprietario di 320 ettari di terreno nella piana di Cattolica Eraclea, coltivati a uliveti e frutteti.
-Il tuo libro su Raimondo Borsellino pubblicato da Medinova è stato un prezioso cadeau che ho ricevuto da Antonio Liotta e che ho fatto girare tra i medici di Palermo. Penso sinceramente che andrebbe ristampato per i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado, creando un nuovo libro illustrato anche per i bambini, per non dimenticare chi siamo e quali sono le nostre radici di umanità…
Ero stato stimolato a scriverlo dal Prof. Emerito Gualtiero Bellucci, Direttore della Scuola di Specializzazione in Anestesiologia e Rianimazione dell’Università di Siena e mio Maestro. Il Prof. Bellucci lamentava il fatto che nessuno dei Medici Anestesisti Rianimatori agrigentini avesse mai, in qualche modo, ricordato il Prof. Raimondo Borsellino, che da deputato al Parlamento, era stato il primo firmatario della Legge 653/1954, istitutiva dei Servizi di Anestesia e Rianimazione negli Ospedali e nelle Cliniche Universitarie del Paese.
La diffusione nelle scuole sarebbe auspicabile, ma temo sia destinata a restare un desiderio irrealizzabile, perché non vedo quale possa essere l’Istituzione interessata a finanziare questo progetto.

-Cosa ha lasciato il dottore Borsellino nella tradizione medica siciliana?
Una scuola! Il rigore professionale, la capacità di adattarsi alle situazioni, talvolta proibitive, che quotidianamente incontrava. Il carisma che ogni chirurgo di valore deve possedere, e da ultimo, ma non ultima, l’umanità che deve affiancare la professionalità.
-Prima l’anestesia la facevano le suore. Il dottore Borsellino è stato il primo a istituire una legge in materia?
Esattamente, da deputato volle dare dignità ai Medici Anestesisti e sicurezza ai pazienti che affidavano loro le più importanti funzioni vitali. In precedenza, l’anestesia era affidata a giovani assistenti, spesso volontari, nelle Cliniche Universitarie e nei grandi ospedali, se non a Suore. La Legge prevedeva e prevede che non fosse sufficiente essere laureati in Medicina per praticare l’anestesia, ma Medici con Specializzazione post laurea.
-La Sicilia rappresentata da Borsellino forse non esiste più, quella medicina dal volto umano…
Spero tanto che non sia come dici. Un buon grado di empatia non deve mancare nell’esercizio di questa professione.
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho dato recentemente alle stampe un saggio biografico su Giuseppe Garibaldi e i Savoia, Edizioni Etabeta- Lesmo (MB), reperibile su Amazon. Attualmente lavoro ad un saggio sui medici agrigentini che inizia con le biografie di Empedocle e Acrone per finire ai nostri giorni.
Un ringraziamento ai medici Antonello Bosco, Antonio Marotta, Antonio Liotta e Antonio Patti per le loro importanti testimonianze e allo scrittore fotografo Salvatore Indelicato.





