Ritratti: registi del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Claudio Uberti regista del film “Bocche inutili”

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Tra i film che sono stati girati sulla follia del nazismo, “Bocche inutili” merita senz’altro un posto di rilievo. Narra il dramma femminile dell’Olocausto ed è diretto dal regista Claudio Uberti. Il film, che sarà presentato venerdì e sabato sera nella sala del cinema Ciak di Agrigento, è prodotto da WellSee, società di produzione di due giovani siciliani Angelisa Castronovo e Antonino Moscatt, originari Favara, in collaborazione con Rai Cinema e in associazione con altre società romane. Uscirà come film –evento in circa 40 sale dal 25 al 29 aprile, in collaborazione con gli esercenti di Galassia Cinema e con il supporto di associazioni territoriali e nazionali.

E’ interpretato da Margot Sikabonyl, Lorenza Indovina, Nina Torresi, Morena Gentile, Anna Gargano, Sara Zanier, Lavinia Cipriani con la partecipazione di Patrizia Loreti. Le musiche sono state composte da Andrea Guerra. Il film è stato girato a Fossoli in Emilia, in cinque settimane ed ha visto una grande partecipazione della gente del posto. Racconta la vicenda di un gruppo di donne che in un lager nazista, vedono la loro identità martoriata e quasi annullata. Un tema di grande attualità che ieri come oggi è di fondamentale importanza per un mondo che vuole essere solidale e inclusivo. Esce per la festa della liberazione e rievoca la fine dell’occupazione nazista in Italia.Un film contro tutte le guerre da proporre alle nuove generazioni e soprattutto nelle scuole. Le donne mettono da parte diffidenze e gelosie e diventano il simbolo della solidarietà femminile forte e sincera, anche nella peggiore delle situazioni.

L’originalità del film sta nel fatto che per la prima volta il regista e gli sceneggiatori hanno girato un film con una prospettiva nuova con uno sguardo tutto al femminile. Qualcuno ha scritto che in questa storia il corpo delle donne diventa prigione nella prigione. Sono certo che il film avrà un grande successo sia della critica che dal pubblico e riceverà molti premi nei Festival internazionali di Cinema.

Il regista Claudio Uberti precisa:

“A riguardo della parola Olocausto che senz’altro viene utilizzata per indicare ciò che è stato ma che può indurre nell’errore poiché con questo termine si indica anche l’offerta al tempio, di contro la Shoa, che significa catastrofe, si rifà propriamente ed esclusivamente all’unicum della follia nazional-socialista”.

-Quando nasce il film Bocche inutili?

Bocche inutili nasce tre anni fa dal mio desiderio di raccontare la Shoa dal punto di vista femminile, cosa unicum nel suo genere, nel panorama cinematografico. Nello stesso tempo rendere un punto di vista più trasversale, raccontando la femminilità negata. Da qui l’idea di unire un gruppo di donne che non si conoscevano, nel desiderio comune di salvare una vita: quella che Ester scopre di portare nel grembo proprio durante la deportazione al Campo di Ravensbruck (unico campo totalmente femminile a nord di Berlino).

-Il film trae spunto da donne sopravvissute all’Olocausto e da testimonianze reali e documentate. In che modo ha condotto questa particolare ricerca?

Il film trae la sua struttura narrativa da una storia verosimile ma totalmente originale che si basa su esperienze realmente accadute e raccontate da autorevoli autori, filosofi storici e deportate del campo di Ravensbruck che, attraverso le loro testimonianze, mi hanno permesso di capire il loro punto di vista da sopravvissute, che hanno contribuito alla sceneggiatura in modo determinante. La prof.ssa Francesca Nodari autorevole filosofa morale e la prof.ssa Anna Foa storica della Shoa hanno lavorato con me alla sceneggiatura insieme a Francesca Romana Massaro per rendere il più verosimile possibile questa atrocità disumana.

-C’è un libro dietro questa storia?

Non c’è un libro ma una serie d’ispirazioni e la storia è verosimile ma totalmente originale. C’è un testo storico filosofico che s’intitola Donne e Shoa edito da Mimesis di Nodari e Foa che sicuramente è stato fondamentale.

-In questo lavoro con le immagini girate da Nino Celeste si narra la femminilità negata e il prezzo doloroso che hanno pagato le donne alle follie della guerra…

Nino Celeste è un maestro della fotografia e per me è stato un onore quando ha accettato, grazie alla sua visione fotografica è riuscito a dare una forza straordinaria alle immagini, passando dal dramma alla dolcezza, dalla speranza al tormento aiutando lo spettatore a cogliere i mutevoli sentimenti che queste donne provavano ogni giorno. Le donne hanno pagato un prezzo altissimo non solo in termini di atrocità e sevizie ma anche dal punto di vista della loro femminilità oltraggiata e denudata di ogni valore. E non solo anche nel concetto fondamentale del generare. I nazisti avevano annullato queste donne nella loro dignità di esseri umani togliendo loro ogni possibilità di sentirsi donne.

-Dove si trova l’inferno delle donne?

L’inferno delle donne è il nome che è stato assegnato al campo di sterminio di Ravensbruck, l’unico campo pensato e studiato per sole donne. Le atrocità subite in quel campo erano tutte indirizzate al mondo femminile: negando il loro essere donne da ogni punto di vista. Emotivo, Psicologico e Fisico.

-Molti italiani sconoscono il campo di prigionia di Fossoli, allestito nel 1942 ed oggi Museo-Monumento del deportato visitato da 30 mila visitatori l’anno. Che cosa è successo in questo luogo di sofferenza e di dolore?

Il campo di Fossoli è uno dei pochi campi di transito che erano presenti in Italia nel periodo della seconda guerra mondiale. Erano sostanzialmente dei luoghi deputati alla verifica delle condizioni della razza, delle condizioni politiche, e di appartenenza sociale. In pratica i prigionieri attendevano di essere giudicati in una situazione apparente di semi libertà. Esisteva uno spaccio per acquistare prodotti, potevano vestire con abiti normali e avere la loro acconciatura in ordine e avevano anche colloqui parentali con i propri cari. Peccato che tutto era studiato per illudere e comunque avvenivano sevizie e atrocità anche in quei campi che sembravano apparentemente più “umani” degli altri. Fino al giudizio finale che li avrebbe liberati in caso di “errore “ o condannati ai campi di sterminio.

-Cosa non conosciamo di Fossoli, cosa ci è stato nascosto in tutti questi anni?

Io lo definirei il luogo della menzogna. Del campo di transito di Fossoli si è parlato molto poco nella storia. Certamente non possiamo non rifarci agli scritti di Primo Levi nella “tregua” a mio parere ciò che emerge nel mio film è il tentativo di mostrare ciò che vivevano i prigionieri dovesse risultare loro come una condizione molto vicina al reale. In verità di reale c’era ben poco. Apparentemente sembrava che tutto scorresse come fuori dal campo con semplicemente un luogo di attesa per una nuova liberazione di transito appunto. Infatti i prigionieri erano vestiti con i loro abiti abituali, le loro teste non erano rasate ma con le loro acconciature naturali. Insomma una conduzione di vita apparentemente normale. Ma nello stesso tempo erano in qualche modo testimoni oculari comunque di atrocità indicibili. La grande speranza veniva continuamente alimentata da notizie di prigionieri che erano stati liberati perché in grado di scagionare le loro finte colpe: cioè essere ebrei. Ma sappiamo che molto pochi ci riuscirono, per gli altri partiva il grande viaggio verso i campi di sterminio più efferati. Nel film ho cercato di raccontare proprio questo, le attese illuse e disilluse, il passaggio dalla speranza alla disperazione.

-Il film è molto attuale viste le atrocità della guerra in Ucraina. Quale messaggio intende comunicare agli spettatori?

Il primo messaggio che la storia dovrebbe insegnare a non commettere più gli stessi errori e orrori ma come vediamo l’uomo ha la memoria molto breve. Nello stesso tempo, senza entrare in ambito politico che non mi appartiene e neanche mi permetto di commentare, mi è sorta però una riflessione che mi è giunta proprio nell’imminente uscita del film il giorno della liberazione del 25 aprile che i russi in quell’occasione furono i liberatori dall’oppressione nazista ed ora, a distanza di pochi decenni sono loro gli autori di un conflitto.

-Può commentare il titolo del libro di Svetlana Aleksievic La guerra non ha il volto di donna?

Io credo che la guerra non ha proprio volto nè di donna nè di uomo. E’ proprio l’assenza del volto intesa come il non riconoscere l’altro come un essere umano e quindi con la propria identità, diversa dalla mia, la sua unicità, i suoi valori, che possono essere diversi dai miei, ma non per questo meno importanti o meno significativi perché possa esistere e convivere con me. Io credo esista solo una parola che l’uomo dovrebbe sempre tenere vicino al suo cuore: amore. Da qui non esisterebbe più il bisogno di fare guerre. Ma so che queste sono solo belle parole facili da dire ma molto difficili da vivere.

-Il popolo tedesco è stato sempre colto e raffinato, amante della storia, della musica e della letteratura. Com’è stato possibile che si sia macchiato da atrocità inconfessabili?

Non tutto il popolo tedesco si è macchiato di queste atrocità e credo che questo sia importante da ricordare a chi erroneamente fa di tutta un erba un fascio. A proposito di fascio è come dire che tutto il popolo italiano fosse fascista e altrettanto si fosse macchiato delle stesse atrocità. Ci sono dei momenti nella storia dell’umanità dove qualcuno con idee completamente sbagliate e folli riesca a convincere una parte di popolo a credere nelle sue follie e seguirlo credendo che sia giusto. Sono fermamente convinto che l’unico modo perché queste cose non si ripetano è rendere centrale nella nostra vita la cultura, i valori positivi e il senso della bellezza perché si possano avere gli strumenti per riconoscere il male.

-Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Prima di tutto sto pensando alla fase di promozione di Bocche inutili e mi permetto di ringraziare di cuore i miei grandi compagni di avventura Antonino Moscatt e Angelisa Castronovo che stanno facendo un grande lavoro da produttori e la mia fidanzata Francesca Nodari che mi ha supportato e sopportato in questa avventura. Per altro senza di lei non avrei mai fatto questo film essendo anche sceneggiatrice di Bocche inutili. Un grande grazie di cuore.

In questo momento sto scrivendo il mio nuovo film ma ne parleremo più avanti, adesso è troppo presto e la scaramanzia mi impedisce di parlarne.

Biografia

Claudio Uberti è nato a Chiari in provincia di Brescia, in Italia, il 9 agosto 1975. Lavora come regista professionista dal 1999 quando ha completato i suoi studi artistici, acquisendo una vasta esperienza nel cinema e nella televisione, soprattutto dopo un’illuminazione illuminante e straordinaria incontro con la regista LINA WERTMULLER, con la quale ha condiviso molte esperienze in cinema, televisione e teatro. Nel genere documentario ha diretto numerosi documentari storici e culturali in molti paesi europei e oltre, oltre a una serie di fiction per la televisione nazionale e internazionale. Ha debuttato come regista nel 2015 con il film ROSSO MILLE MIGLIA, con Martina Stella, Fabio Troiano e Remo Girone. Nel 2021 firma la sua opera seconda con il film Bocche Inutili, con Margot Sikabonyi, Lorenza Indovina, Nina Torresi, Morena Gentile e Anna Gargano e con la partecipazione di Patrizia Loreti.

Nota Di seguito i credits:

– Film Uberti 4: XIAO DUAN

– Film 7: FEDERICA PIERPAOLI

– Film 8: FEDERICA PIERPAOLI

– Film Uberti 2: XIAO DUAN

– Film Uberti 5: XIAO DUAN

– Team Film 6: XIAO DUAN

La locandina è stata curata da Salvatore Morgante.

Il film sarà presente in tutta Italia. In Sicilia è in programmazione a Palermo al Cine Politeama dal 25 Aprile e ad Agrigento il 29 e 30 aprile alle ore 20,00 al cinema Ciak.