Ritratti : scrittori del nostro tempo . Maurizio Piscopo incontra Santo Lombino

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“Ancora ci torna” disse padre Nuccenzio al maresciallo che lo interrogò in punto di morte per scoprire chi fosse l’assassino. Un caso intricato oltre all’arciprete venne ucciso anche il sagrestano. Sembra la sceneggiatura di un film con tanti personaggi come il sagrestano balbuziente che interrogato rispose:- “U tarittanu ancora tatava” che non voleva dire il sagrestano ancora saltava, ma il sagrestano ancora respirava”.
Con questo romanzo Santo Lombino racconta la storia di padre Innocenzo Misseri assassinato una tarda sera del maggio del 1920 nel paesino del palermitano di cui è curato. L’autore racconta una Sicilia contadina che non esiste più o se esiste solo nel ricordo dei più vecchi. Con una scrittura scorrevole, sicura con gli accenti giusti quelli che fanno provare le grandi emozioni. La forma letteraria,- scrive Nicola Grato nella prefazione- è un felice incontro tra l’antica cronaca medievale e la scrittura diaristica, di cui Santo Lombino è un attento studioso. I personaggi sono indimenticabili: la za Maraannunzia Basile che due volte al giorno con passo veloce e sicuro fa il giro delle strade andando a trovare le donne che conosce. A qualcuna porta il lievito che aveva prestato ad una parente che sta quattro strade più in là, ad altre fa arrivare dei bigliettini con messaggi dei fidanzati e dei pretendenti. A volte compra e rivende uova, di solito riservate ai bambini e ai malati, combina matrimoni e aiuta le partorienti, collabora con la levatrice e con il medico. Sa fare le punture, per pochi centesimi, a chi ne ha bisogno. Conosce i rimedi della medicina selvaggia. Consiglia la salvia per le infiammazioni alle gengive, gli impacchi per i dolori reumatici e per gli occhi arrossati dallo zolfo, la malva per le emorroidi. Da qualche anno dall’America qualcuno le invia cinque o dieci dollari per avere dei consigli su medicine che non si trovano in farmacia… La sala del barbiere Totonello Mosca il vero confessore del paese, con chitarre e mandolino dove si parla di tutto e di niente, l’atelier della sarta di paese che fa moltissime prove prima di consegnare un vestito… Poi c’è un treno in viaggio e dei riferimenti alla lontana Merica. Ma chi è l’assassino dell’arciprete, se il giovane Stefano Piscopo dopo 15 mesi di carcere viene restituito innocente alla societa? Per rispondere a questa domanda vi consiglio di leggere il libro che vi appassionerà e vi allontanerà dal caldo di questi giorni e vi farà scoprire un mondo che veramente affascinante… Per conoscere meglio il romanzo Né luna né Santi pubblicato da Navarra Editore abbiamo posto alcune domande all’autore.


-Quando nasce il romanzo Né luna né Santi?
Durante il primo periodo di pandemia (primavera 2020), per sfuggire all’angoscia della clausura e all’imperversare di interviste tv a virologi, infettivologi, biologi mi sono dato prima alle pulizie generali in casa, poi all’orticoltura e infine ho preso carta e penna per scrivere partendo da un altro periodo di pandemia, gli anni 1920-21.
-La storia del tuo libro è una storia vera adatta alla trasposizione cinematografica?
L’origine della trama sta in fatti di sangue e relativi processi effettivamente verificatisi nel mio paese di nascita e residenza, Bolognetta, in provincia di Palermo, di cui mi sono occupato in precedenti studi di natura storica. Qui entra in gioco ovviamente l’immaginazione, e devo dirti che la realtà supera molto spesso la fantasia, almeno quella mia. Quanto al cinema, non so valutare per miei limiti se la storia si presta ad una trasposizione: ho inviato il testo ad un regista, ma non mi ha ancora risposto.
-Quanti preti sono stati ammazzati in Sicilia?
Nel periodo 1915-1922, di cui si occupa il romanzo, sono almeno sette i preti che hanno perso la vita in situazioni tragiche. Tra essi, padre Giorgio Gennaro a Ciaculli e don Gaetano Millunzi, rettore del duomo di Monreale, poeta, latinista, letterato… Hanno messo in discussione il potere mafioso, che ha preso le sue precauzioni.

-Puoi commentare questo detto siciliano: “N’un c’è festa e n’un c’è fistinu senza monacu e parrinu”…
Per la verità, non l’ho mai sentito prima, ma mi pare chiaro che rispecchia la realtà delle nostre comunità, compresa quella di cui parla la mia narrazione. Al momento del raccolto, arrivano i monaci “di cerca” che chiedono ai contadini una parte di esso per sostenere convento e conventuali, al momento del funerale c’è la messa cantata con diversi celebranti, nel periodo pasquale arriva padre Felice a tenere il ritiro spirituale riservato agli uomini della parrocchia, minacciati di finire all’inferno…


-Allora a Bolognetta la genti moriva accatastrofi come ha scritto Tommaso Bordonaro?
Nella prima guerra mondiale ci furono più di quaranta giovani (su duemila abitanti del paese) che hanno perso la vita sul Carso o sulla Bainsizza, subito dopo la guerra scoppiò la spagnola che ne uccise molti di più e costrinse alla fame tante famiglie. Raccontando di queste tragedie, Tommaso Bordonaro nel suo “La spartenza” mette insieme cataste e catastrofe…
-I barbieri e li parrini è un tema che è stato poco indagato. Che ne pensi?
Entrambi i mestieri portavano all’ascolto di comunicazioni più o meno segrete, anche se i sacerdoti erano tenuti al segreto confessionale. Era notorio, comunque, che chi voleva sapere le ultime notizie sugli avversari in amore o in politica, dovesse recarsi dal barbiere. Se si voleva far circolare una notizia, bastava dirla sottovoce al proprio barbitonsore.
-Riusciremo un giorno a vidiri u lustru in Sicilia?
Sono per natura ottimista e, avendo avuto per motivi professionali a che fare con i giovani, li trovo molto aperti e anticonformisti: sono fiducioso nella loro capacità di liberarsi dagli stereotipi e dal sistema clientelare-mafioso che ancora imperversa.
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Voglio dedicarmi ad organizzare due convegni di studi storici: uno appunto sulla violenza in Sicilia nel primo dopoguerra, che si svolgerà a Monreale nell’autunno prossimo, e un secondo su un personaggio di grande spessore del nostro Ottocento: Saverio Friscia, siciliano ribelle di Sciacca.

Biografia
Santo Lombino è nato e vive attualmente a Bolognetta, in provincia di Palermo.
Ha partecipato ai moti studenteschi e operai degli anni 1970-75, collaborando a Palermo con Mauro Rostagno, Peppino Impastato e tanti altri.
Ha vissuto in Calabria, dove ha fatto il ferroviere, ed in provincia di Milano, dove ha fatto il professore di scuola media. Ha insegnato poi storia e filosofia al Liceo classico di Monreale, al liceo Basile di Brancaccio, all’Istituto magistrale “Regina Margherita” di Palermo.
Ha organizzato associazioni culturali, mostre, convegni di studio e da “cacciatore di memorie” ha scoperto e curato la pubblicazione di molti scritti autobiografici, tra cui “La spartenza” del contadino emigrato scrittore Tommaso Bordonaro, classe 1909.


Ha scritto numerose prefazioni a testi di narrativa, storia e poesia, è stato tra i promotori della rivista “Nuova Busambra – natura, culture e società” negli anni 2012-14, ha commentato tutte le canzoni di Adriano Celentano nelle centocinque puntate della trasmissione “Celentanissime” di “Radio Margherita musica italiana” (2009-2018).
Ama il teatro ed i teatranti, soprattutto quelli della compagnia del “Teatro del Baglio” di Villafrati, facendo parte per dieci anni del Cda di tale istituzione. Ha scritto libri di storia a scala locale, tra cui “I tempi del luogo” (1996), “Il grano, l’ulivo e l’ogliastro” (2015), “Un paese al crocevia. Storia di Bolognetta” (2016),
La sua canzone preferita è però “Stornelli d’esilio” di Pietro Gori, classe 1865, con i versi “Nostra patria è il mondo intero/ nostra legge è la libertà/ ed un pensiero/ ribelle in cuor ci sta”. Forse anche per tale ragione è stato nominato dal 2017 direttore scientifico del “Museo delle spartenze dell’area di Rocca Busambra” con sede a Villafrati, che ha contribuito a far nascere.
Il suo penultimo lavoro è la cura del volume antologico “Tutti dicono spartenza. Scritti su Tommaso Bordonaro” edito dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani, di cui è socio.