Ritratti: Scrittori del nostro tempo – Maurizio Piscopo incontra Alfonso Lentini

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“A Favara mi sono sempre sentito un po’ “straniero” perché, specialmente in un certo periodo della mia vita, non sono riuscito ad adattarmi a certe convenzioni. Potrei anzi dire che ho cominciato ad amare veramente Favara quando me ne sono distaccato, quando ho potuto guardarla da lontano. Di questo rapporto problematico ma intenso con le mie radici c’è traccia in qualche mio libro. Favara, paese difficile, segnato da evidenti sacche di degrado, paradossalmente mi ha educato a una certa idea di “bellezza”: una bellezza non convenzionale, contaminata, assolutamente fuori dagli schemi”.


Con queste parole Alfonso Lentini scrittore e poeta storico favarese si racconta. Conosco Alfonso da una vita, ci siamo incrociati, incontrati nella scrittura di Musica dai saloni il raffinato e dimenticato mondo dei barbieri siciliani. Poi ci siamo persi. Io a Palermo e lui a Belluno. Ad un certo momento della vita, la letteratura grande amore comune, ci ha fatto rincontrare…

-Quando inizia la tua avventura letteraria?

Beh, tutto comincia intorno ad “ADES” il gruppo di “estetica sperimentale”, formatosi a Favara intorno alla fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta. In quel contesto, insieme alle spinte che provenivano dalla contestazione culturale, ho potuto imbattermi nella neoavanguardia artistica e letteraria, sono entrato in contatto con lo sperimentalismo del Gruppo 63, con i “libri cancellati” di Emilio Isgrò, con la Poesia Visiva, con l’Arte Povera e Concettuale. Ero giovanissimo e a quell’età si è molto ambiziosi, perciò avevo fatto una specie di scommessa con me stesso: entro una certa data avrei dovuto baciare una ragazza o almeno pubblicare una poesia. Non so grazie a quale santo, riuscii a vincere tutte e due le scommesse. Le mie prime poesie e interventi creativi uscirono infatti in quel periodo nella rivista ciclostilata del Gruppo ADES e successivamente su “Fasis”, rivista della neoavanguardia palermitana animata da Gaetano Testa.

-Cosa ti ha dato Favara, tuo paese natale, e cosa ti ha tolto Belluno, città nella quale vivi?

Favara e Belluno (realtà diversissime, ma accomunate dal fatto di essere mondi “estremi” e geograficamente marginali) sono i due poli su cui ho costruito la mia esperienza, ma è stata proprio questa sorta di “bipolarità” a darmi molto in termini di crescita personale. Vivere a Belluno da cittadino bellunese ma di origini non bellunesi, continuare a sentirmi siciliano pur non vivendo in Sicilia, sono stati per me elementi di arricchimento, perché mi hanno dato un’identità plurale. Ho potuto guardare da lontano, con occhi “stranieri” e dunque con maggiore spirito critico, al mondo che mi circonda.
Il distacco dalle proprie radici può certamente accompagnarsi, come anche nel mio caso, a sofferenze esistenziali, a difficoltà di adattamento, ma sentirsi stranieri, diversi, a mio parere, può anche far bene. È un allargamento della coscienza.
Del resto anche a Favara mi sono sempre sentito un po’ “straniero” perché, specialmente in un certo periodo della mia vita, non sono riuscito ad adattarmi a certe convenzioni. Potrei anzi dire che ho cominciato ad amare veramente Favara quando me ne sono distaccato, quando ho potuto guardarla da lontano. Di questo rapporto problematico ma intenso con le mie radici c’è traccia in qualche mio libro: “Trappole delicate” (1985) e “Cento madri” (2009), ad esempio.
Favara, paese difficile, segnato da evidenti sacche di degrado, paradossalmente mi ha educato a una certa idea di “bellezza”: una bellezza non convenzionale, contaminata, assolutamente fuori dagli schemi.

-A che serve essere intellettuali oggi, se pochi scrittori criticano il potere e la maggior parte sale sul carro del vincitore e batte le mani ai potenti che meriterebbero invece di essere cacciati da questo Paese?

Beh, personalmente mi interessa soprattutto tenermi lontano dal potere, perché continuo a pensare che il potere in tutte le sue forme sia una specie di gabbia che limita, soffoca e toglie libertà. Mi sento tendenzialmente anarchico, in questo.
La domanda che mi fai, però, è piuttosto complessa, non saprei rispondere di preciso. Del resto, quello di salire sul carro dei vincitori per certi artisti e poeti è uno sport antico. Nel Rinascimento, ad esempio, fu molto praticato, anche se proprio in quel periodo il territorio italiano si riempì di capolavori.
Tuttavia non rinuncio a credere che la creatività più autentica abbia tutto da guadagnare nel mantenersi indipendente e fortemente critica. Purtroppo non accade di frequente.
E non è facile che accada, tanto più che oggi la figura dell’intellettuale, come era tradizionalmente intesa, capace cioè di influenzare le masse e di organizzare consenso (o dissenso), di fatto si è quasi dissolta. È inutile illudersi. La rete ha azzerato le gerarchie. Chiunque oggi, pur non avendone le competenze, può fare quello che fino a pochi anni fa era riservato alle élite culturali: accedere con un click alle conoscenze a cui un tempo si arrivava con difficoltà solo attraverso scuole, biblioteche, archivi, ricerche; comunicare attraverso i social con un pubblico immenso esprimendo le proprie opinioni; mettere in giro informazioni non sempre corrette. In questo immenso ginepraio che ci avvolge tutti è difficilissimo distinguere il peso reale dei contenuti e delle idee. Oggi una fake news ha un potere di coinvolgimento ben superiore a quello che ai suoi tempi avrebbe potuto avere un articolo di Pasolini.
Chi sono oggi gli “intellettuali”? Le rane dalla bocca larga della chiacchiera televisiva? Esiste davvero un pensiero critico di spessore? Queste sono le domande che dovremmo porci senza nasconderci dietro a un dito. Ma mai arrendersi, mai cedere all’omologazione.

-Il primo libro che hai letto e l’ultimo che stai leggendo?

Il primo libro che ricordo di aver letto (o meglio: sentito leggere dalla voce di una mia zia, zia Giuseppina, abilissima raccontatrice di fiabe a noi bambini) è stato “C’era una volta” di Luigi Capuana, che mi ha aperto la strada al mondo del fantastico. L’ultimo: “La madre assassina”, di Ermanno Cavazzoni (La Nave di Teseo).
Ma sono un lettore onnivoro e disordinato, leggo contemporaneamente più libri e spesso mi piace tornare periodicamente a sfogliare classici come la Divina Commedia, la Bibbia, l’Orlando Furioso, le opere di Seneca…

-Da dove bisogna iniziare per cambiare la Sicilia?

Durezza nel guardare in faccia la realtà. Spregiudicatezza. Rifiuto netto di ogni mentalità che anche lontanamente possa far pensare al modo di essere mafioso, nel linguaggio oltre che nei comportamenti privati.
Poi: rispetto dell’ambiente, lavoro, sanità…
Da dove iniziare? Forse qualcosa è già iniziato: la percezione che ho della Sicilia attuale non è la stessa di quella che avevo quando l’ho lasciata tanti anni fa. Ma non basta, naturalmente.

-È ancora attuale “Il Gattopardo”, qual è la tua lettura?

“Il Gattopardo” fotografa una condizione storica, che si trascina fino ai nostri giorni. Ma vi si può leggere anche una interpretazione della storia che va oltre i confini siciliani. Aggiungo però che, pur riconoscendo un grande valore a questo libro, le mie preferenze vanno ad altri autori siciliani. Mi piacciono di più, ad esempio, i versi caleidoscopici di Angelo Maria Ripellino, la perfezione espressiva di Antonio Russello, le atmosfere magiche di Giuseppe Bonaviri, la poesia asciutta di Bartolo Cattafi, la lingua neobarocca di Lucio Piccolo, lo sperimentalismo inaddomesticabile di Gaetano Testa. Il fatto è che sono poco attratto da una scrittura che pretende di dare risposte, mentre apprezzo quella aperta, che si ostina a porre domande.

-I nostri figli studiano nelle università del nord e poi non fanno più ritorno in Sicilia, sono loro i nuovi emigranti?

Certo, sono i nuovi emigranti: la fuga dei cervelli! Ma questo vale anche a livello più generale, anche se in Sicilia il fenomeno è forse più evidente.
Per quanto riguarda la mia esperienza di siciliano che ha scelto di vivere lontano dalla Sicilia, ho ancora forte il ricordo di quello che mi disse Lorenzo Barbera (allora leader del movimento di lotta dei terremotati del Belice), quando seppe della mia intenzione di trasferirmi: “se i giovani laureati e quelli che come te sono scontenti di come vanno le cose nel nostro territorio poi scappano via, finirà che la Sicilia resterà in mano a chi la accetta così com’è, ai mafiosi, ai corrotti”. Io però non me la sono sentita di restare, e ancora oggi quelle parole mi fanno sentire un po’ in colpa.

-Quanto è importante l’uso della parola nel mondo in cui viviamo?

L’uso della parola oggi è importantissimo. La comunicazione attuale è sempre più complessa e globalizzata, perciò la parola deve fare i conti con connessioni tecnologiche sempre più evolute che ne mettono in discussione la funzione tradizionale, deve dialogare con il cambiamento dei supporti. La scrittura, ad esempio, si è ormai quasi del tutto trasferita dalla carta al display, dalla penna alla tastiera. Siamo di fronte a una vera rivoluzione, paragonabile a quella di Gutenberg.
Per quanto “smaterializzata” e sempre più interconnessa con altri linguaggi, la parola resta l’elemento cardine della comunicazione. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva Wittgenstein.

-Qual è il tuo libro più recente?
Si intitola “Le professoresse meccaniche” (Graphofeel, 2019) ed è stato presentato per la prima volta a Favara, alla Farm. Parla del mondo scolastico, ma non lo racconta realisticamente; tende a stravolgere, a spiazzare il lettore. È un libro onirico, patafisico, surreale. La scuola è un pretesto, l’intento principale è di fare emergere l’assurdo in cui viviamo.

– Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato. Qual è la tua opinione?

“In principio era il Verbo” non è solo un’espressione religiosa, mette in evidenza la centralità della parola come atto creativo.
Una parte della mia produzione artistica è una continua riflessione sull’idea dello scrivere. Praticando forme espressive come la poesia visiva, la scrittura verbo-visuale, la scrittura asemica, il libro oggetto, cerco di puntare l’attenzione sul gesto, sull’azione dello scrivere. Un discorso a parte, invece, andrebbe fatto per quanto riguarda il libro inteso nella forma tradizionale…

-Qualcuno ha scritto: “I libri sono dei rifugi, una sorta di chiostro protetto dalle volgarità del mondo”.

Il libro in sé non è che un contenitore di messaggi. Non tutti i libri hanno lo stesso valore, dunque non penso che vada “sacralizzato” il libro in quanto tale. Anzi aggiungerei che il ruolo del libro oggi è molto diverso dal passato. In passato il libro era il principale mezzo attraverso cui passava la comunicazione culturale. Si misurava il livello culturale di una persona guardando quanti libri aveva in casa. Oggi, in seguito alla rivoluzione digitale, non è più così.
Non so se si legge di meno, certamente si legge in modo diverso: il libro, non importa se cartaceo o elettronico, è un testo circolare, compiuto, è una trattazione organica con un inizio e una fine ben definite. Invece la lettura a cui ci conduce la rete è fluida, frammentaria, ipertestuale. Pertanto, se il libro vuole avere un futuro, bisogna che faccia i conti con queste diverse modalità di scrittura, lettura e apprendimento.
Dunque, ad esempio, penso che la forma breve, la scrittura liquida, contaminata, aperta, possano essere modalità importanti da trasferire anche sulla forma-libro. E questo è uno dei motivi, certo non l’unico, per cui mi oriento verso tali forme di scrittura. Ma sono intuizioni che risalgono alla “Scuola di Palermo” (costola siciliana del Gruppo 63) e alle sperimentazioni a cui anch’io ho preso parte fin dalla mia collaborazione con la rivista “Perap” e le omonime edizioni animate da Gaetano Testa e Francesco Gambaro. Pratiche e intuizioni che oggi, con la rivoluzione digitale, forse sono ancora più attuali ma che in nuce erano percepibili già prima.
Ma, a proposito di attualità, penso che proprio a causa della crisi del libro cartaceo, oggi più ancora che in passato sia molto importante la corrente artistica del “libro oggetto”, nel cui ambito opero anch’io. Il “libro oggetto” nasce ai primi del Novecento nel contesto dei movimenti d’avanguardia e in particolare del Futurismo, ma attualmente sta acquistando un’importanza ancora maggiore.
Si tratta di una forma d’arte che richiama l’idea del libro nel suo aspetto esteriore ma ne stravolge la funzione. Il libro subisce una vera e propria metamorfosi, non è più leggibile come un libro normale e diventa esso stesso oggetto d’arte. Il “libro oggetto” rende perciò omaggio alla struttura materiale del libro, quella che per secoli è stata il principale supporto su cui ha viaggiato la comunicazione culturale, proprio in un periodo in cui la scrittura tende verso la “smaterializzazione”.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Coltivare progetti è il migliore antidoto contro l’invecchiamento. Perciò cerco di non arrendermi, e conservo nel cassetto varie idee che però preferisco non rivelare fino a quando non saranno realizzate.
Intanto,come ho sempre fatto, continuo a sperimentare la parola nella scrittura e nell’arte. Partecipo a mostre, collaboro a riviste online. Attualmente il mio impegno più costante riguarda la collaborazione al “Cucchiaio nell’orecchio”, quotidiano di scritture fondato da Francesco Gambaro e che ancora oggi, nonostante la morte improvvisa di Francesco, continua ad uscire ogni giorno in rete grazie all’impegno di Gaetano Altopiano. È un progetto che vuole mettere insieme in un unico flusso testi di autori diversi ma accomunati da una concezione non convenzionale dello scrivere, una forma di “coralità dissonante”.

Note biografiche

Alfonso Lentini è nato a Favara nel 1951. Laureato in filosofia, si è formato nel clima delle neoavanguardie del secondo Novecento.
Trasferitosi a Belluno verso la fine degli anni Settanta, opera nel campo della scrittura, delle arti visive e della verbo-visualità.
La sua prima personale risale al 1976. Nelle sue numerose mostre e installazioni propone “poesie oggettuali”, poesie visive, scritture asemiche, libri oggetto, libri d’artista e in generale opere basate sulla valorizzazione della parola nella sua dimensione materiale e gestuale.
Fra i suoi libri: “L’arrivo dello spirito” (con Carola Susani, Perap 1991), “La chiave dell’incanto” (postfazione di Alessandro Fo, Pungitopo 1997), “Mio minimo oceano di croci” (Anterem, 2000), “Piccolo inventario degli specchi” (prefazione di Antonio Castronuovo, Stampa Alternativa 2003), “Cento madri” (postfazione di Paolo Ruffilli, Foschi 2009), “Luminosa signora” (postfazione di Antonio Pane, Pagliai 2011), “Tre lune in attesa” (prefazione di Giovanni Duminuco, Formebrevi 2018), ”Le professoresse meccaniche” (Graphofeel, 2019).