Ritratti: Musicisti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Calogero Emanuele

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Conosco Emanuele Calogero da molti anni ma ci siamo incontrati poche volte. Un giorno Dario Fo a Milano mi ha detto: – “Gli artisti fanno la stessa strada e prima o poi si incontrano”. La prima cosa che farò alla fine della pandemia sarà un viaggio nei paesi dei Nebrodi per scoprire le bellezze artistiche, musicali e umane di queste terre benedette dal Signore per abbracciare Calogero e la sua famiglia. L’intervista a Calogero Emanuele a 360 gradi ci fa riflettere: c’è ancora tanto da scoprire nelle cento Sicilie descritte da Gesualdo Bufalino. Calogero è un polistrumentista di quelli ”ca unni nascinu cchiù” come si dice al mio paese. E’ un suonatore raffinato di corno, filicorno tenore, di zampogna e di mandolino.
Direttore della banda di Galati Mamertino fino al 2009, fondatore del prestigioso gruppo internazionale “I Mandolini dei Nebrodi”. Calogero Emanuele nasce a Galati Mamertino nel 1957. E’ sposato e padre di tre figli; diplomato alla scuola media superiore in teoria e solfeggio. Ha seguito corsi di perfezionamento di direttore di banda, corsi di studi e perfezionamento sul mandolino. A 10 anni era già componente della banda locale, a 15 componente del gruppo Folk locale “ IMuely”, a 18 anni faceva parte del gruppo “Vinni cu Vinni” con Mimmo Mollica e Delfio Plantemoli.
Ha vissuto un’ esperienza quarantennale con il gruppo folk “I Nebrodi” di Ficarra ed un’esperienza quarantennale con la banda di Galati Mamertino come suonatore di corno, flicorno tenore, capobanda, maestro – direttore sino al 2009. E’ un prestigioso mandolinista e suonatore di zampogna, compositore Siae. E’ il fondatore del gruppo “I Mandolini dei Nebrodi”. E’ un ricercatore e cultore di musica popolare siciliana con particolare riferimento al mandolino.

Quando nasce la tua passione per la musica?
Già a nove anni inizio con le lezioni di teoria e solfeggio per fare ingresso nella banda di Galati Mamertino come suonatore di corno.
Che bambino sei stato, sono felici i bambini di oggi ?
Ero un bambino assai vispo e rispettoso degli insegnamenti genitoriali. La felicità dei bambini di oggi sono solo i social.
Quali strumenti sai suonare ?
Ho iniziato a suonare nella banda prima il corno e poi il flicorno tenore, per chiudere come maestro-direttore. Tamburellista e primo approccio col mandolino nell’allora gruppo folk “I Muely” di Galati Mamertino. Oggi suono solo il Mandolino, la Mandola , la Zampogna e anche il Corno con “I Mandolini dei Nebrodi”.

Cosa ti ha dato il Gruppo Folk?
Dal gruppo “I Muely” sono passato all’esaltante esperienza del gruppo “Vinni cu Vinni” assieme a Mimmo Mollica e Delfio Plantemoli, che nel lontano 1978 ha dato vita all’omonimo 33 giri registrato nei famosi studi della Phonogram di Milano. Abbiamo registrato una perla di brani della tradizione popolare siciliana, frutto delle ricerche di A. Favara, S. Marino, G. Pitrè. A. Uccello.

Puoi parlami dell’esperienza di “Vinni cu Vinni”?
E’ un’esperienza da non dimenticare che ci ha portato negli studi della RAI nella trasmissione “Apriti Sabato” e nelle trasmissioni radiofoniche per la Rai Sicilia, oltre agli spettacoli in varie parti d’Italia: Conegliano Veneto, Palmanova, Reggio Emilia, Calabria e naturalmente in Sicilia.
Con “Vinni cu VinnI” si è consolidato ancora di più, e continua, il rapporto con Delfio Plantemoli, ficarrese di origine: chitarrista, fisarmonicista, cultore delle tradizioni popolari siciliane musicali e teatrali, con una forte esperienza trentennale in quel di Bologna.
Nel tuo curriculum è scritto che hai vissuto un’esperienza quarantennale col Gruppo Folklorico “I Nebrodi” di Ficarra.
Dopo l’esperienza di “Vinni Cu Vinni” da un incontro fortuito nel 1978, si è consolidato un rapporto con Nino Indaimo, direttore del Gruppo “I Nebrodi” di Ficarra. Questo mi ha consentito di potermi esibire in diversi paesi dei cinque continenti dall’America al Venezuela, all’ Argentina e in tantissimi paesi europei.
Oggi questo rapporto continua in maniera intensa, dedicandoci ancora a ricerche, studi e scritti vari sulle tradizioni popolari siciliane. Ultimo lavoro la riedizione di “Lu Suli ‘Ntinni ‘Ntinni”, raccolta delle più belle canzoni e poesie del popolo siciliano.
Che fine hanno fatto le bande di paese, memoria storica del mondo dell’isola. Cosa si può fare per farle ritornare in vita ?
Le bande di paese devono fare il salto di qualità e adeguarsi al passo con i tempi, superando la logica della banda classica. Un tempo venivano eseguite opere in quanto difficilmente si riusciva ad ascoltare dischi o assistere ad opere teatrali. Il rilancio delle bande è possibile partendo dall’idea che fare banda significa fare cultura, rilanciando le nostre tradizioni e soprattutto spiegando ai “musicanti” ciò e perché della scelta del repertorio. Molti ragazzi suonano in banda, ma nessuno spiega loro il perché di determinate scelte di repertorio.
Come si diventa direttore della banda municipale del paese di Galati Mamertino?
Nei nostri paesi, almeno nel mio, oltre ai maestri “forestieri”, la tradizione vuole che le migliori cose siano state fatte con i “maestri dilettanti locali” forti dell’esperienza storica bandistica e della capacità individuale di ognuno. Da semplice strumentista, a capo banda, a maestro.
In quali posti del mondo hai suonato e dove vorresti ritornare?
Oltre con la locale G.Verdi, con le bande del circondario nebroideo, peloritano e madonita e tante stagioni in Calabria con la banda di Cittadella del Capo diretta dal caro amico Pippo Cottone, originario di Patti. Due stagioni come cornista con la banda di Campofranco.
Che cosa rimane della musica popolare ai tempi della globalizzazione ?
Purtroppo la globalizzazione rappresenta un rischio per la nostra musica popolare in quanto viene sminuita la valorizzazione delle tradizioni e delle peculiarità di un popolo. E’ pur vero che spesso assistiamo ad una rievocazione di brani popolari in stile pop moderno che stranamente vengono presentate come un modus nuovo di fare musica.
Il dialetto siciliano perde una corda al giorno come ha scritto il grande poeta Ignazio Buttitta…
Succede precisamente quello che ha scritto il nostro caro Ignazio. Ricordo che quando si andava a casa sua facevamo bevute di vino ed egli recitava:- ”Un populu diventa poviru e servu quannu ci arrubbanu a lingua aduttata di patri ed è persu pi sempri”. Oggi il rischio degli “inglesismi” ci fa dimenticare le nostre origini e il peggio è vedere i nostri figli parlare solo col T9 del cellulare.
Nel 2006 nasce il gruppo “I Mandolini dei Nebrodi”. Puoi raccontare questa esperienza meravigliosa?
Nel 2006, finita l’esperienza bandistica, ho sentito l’esigenza di dare vita al gruppo assieme ai miei compaesani, anch’essi della banda, Franco e Sebastiano Montagna, per tramandare ai posteri le esecuzioni affidate negli anni lontani del ‘900 a suonatori di chitarra e mandolino che nei momenti liberi si dilettavano ad eseguire pezzi di musica mai registrate o addirittura mai scritte su un pentagramma, circoscrivendo il lavoro ai luoghi ricadenti nell’area del Parco dei Nebrodi proprio perché legati dalla storia, dalla terra, dalle tradizioni e dalle bellezze naturali.
Qual è il primo lavoro de “I Mandolini dei Nebrodi”?
Nel 2009 viene pubblicato il primo CD “Serenate Danze e Balli dei Nebrodi”, in sinergia con il Centro Studi M.M. Mancuso – Gruppo Folklorico I Nebrodi di Ficarra. Una raccolta che racchiude appunto brani della tradizione bandistica nebroidea, danze e balli eseguite nelle ricorrenze dell’anno, dal Natale al Carnevale, alle serate da ballo (U Lanzet, U Scottisch, U Quattru passi, U ballittu, U Ruggeru, A controdanza).
Dove si esibisce il gruppo “I Mandolini dei Nebrodi” e da quanti elementi è formato?
Il gruppo si esibisce in varie realtà siciliane prediligendo spazi al chiuso, chiese, scorci di quartieri storici, teatri. Annovera concerti presso il Conservatorio A.Corelli di Messina, il Teatro Vittorio Emanuele, il Parco dei Nebrodi, il Museo delle Tradizioni Popolari di Gesso, Chiesa Santa Caterina di Messina, Teatro Taormina, scuole dell’area Nebroidea. Esperienze indimenticabili i concerti di Salina in occasione della festa degli Eoliani nel Mondo.
Il gruppo è formato da un ensemble di tutto rispetto: Aurelio Indaimo – voce; Calogero Emanuele: mandolino, Mandola, Zampogna, Corno; Franco Montagna: mandolino, clarinetto, Daniela Giaimo: flauto; Sebastiano Montagna: chitarra – trombone, Nino Milia: Chitarra, Bouzuki, Billy Nocifora: fisarmonica.

I paesi dei Nebrodi e gli emigranti. Continua ancora questo legame ?
Tocchi le corde dl cuore; due significativi ricordi: i concerti in Buenos Aires con la banda di Galati nel 1989 e con un’orchestra folk nel 1999, in favore del circolo “Galati Mamertino” di Lanus Oeste (Buenos Aires). Questo legame in me è sempre vivo e resta sempre la speranza poter tornare in quei luoghi.
I barbieri dei Nebrodi avevano una chitarra e un mandolino nel loro salone? Ne è rimasto ancora qualcuno ancora all’opera?
Certo, come in tutti i paesi siciliani, l’appuntamento era “‘ntòsaluni” di “Turi u barberi” dove c’era sempre appesa una chitarra ed un mandolino e noi ragazzini pronti ad ascoltare le dolci melodie. Oggi resta solo il vago ricordo.
Barbieri, calzolai e falegnami erano loro i musicisti della Sicilia che fu?
Assolutamente sì: calzolaio anche mio padre, strimpellatore di chitarra, i falegnami “U zu Calorio” detto “manciapezze”, suonatore e costruttore di mandolino, la famiglia Campisi detti i “Gemma”, suonatori di violino, banjo e mandolino, in parte emigrati in Venezuela, Vincenzo Ferraù, padre del poeta Nino Ferraù, il fabbro “Don Pitrino” emigrato in America, Gaetano Zingales detto un “murtusario” emigrato in Argentina.


Esiste ancora nei paesi dei Nebrodi qualche taverna dove si suona musica siciliana?
Resta poco. Qualche bettola e un’osteria dove saltuariamente si torna a cantare ciò che resta nella memoria dei nostri avi tra canti siciliani, canti della montagna e soprattutto canti di lavoro tramandati da operai che dalle terre dei Nebrodi si spostavano nei campi dell’Ennese e nel Nisseno ormai patrimonio galatese.
I Nebrodi e le feste religiose: le sonate in chiesa a nascita di lu bammineddru. Quante sono le curiosità da raccontare su questo angolo di paradiso della nostra Sicilia?
Sui Nebrodi, grazie a Dio, come credo in molti paesi della Sicilia, resistono alcune tradizioni, ma sicuramente quelle pasquali e natalizie sono quelle più sentite. A proposito della nascita di “bammineddu” grazie alle mie ricerche. Oggi il popolo galatese durante la novena si cimenta in canti dialettali dedicati alla nascita di Gesù.
La Sicilia: le fiabe e le ninne nanne.
Fiabe e ninna nanne è stato il motivo della pubblicazione del CD “Fiabe Siciliane“, grazie alla raccolta di Laura Gonzenbach, nata a Messina da una famiglia svizzera trapiantata in Sicilia e vissuta a Messina nel periodo del terremoto del 1908. Raccolta pubblicata in lingua tedesca, a Lipsia, nel 1870 e tradotta in siciliano. Il CD “ Fiabe Siciliane” è stato prodotto dal Centro Studi della Cisl di Messina grazie all’intuizione dell’allora Segretario generale Tonino Genovese e soprattutto grazie all’intenso lavoro dell’amico Delfio Plantemoli che ne ha curato gli arrangiamenti musicali e la lettura dei testi. Altro lavoro del gruppo è il CD “Ninna nanna ninnare” che racchiude a mio giudizio i più bei canti siciliani del Natale, con le sonate di zampogna.
C’è ancora qualcuno che si dedica alla ricerca delle fiabe?
In paese qualche raccolta è stata curata in un opuscolo “U cirnigghiu” dell’allora gruppo Folk “I Muely” ed oggi dal poeta-scrittore Francesco Federico, ormai galatese per il via del matrimonio, gestore della trattoria “Donna Santina”, che ha scritto il volume “Cose e Cunti di Galati Mamertino” anche sulla base di varie testimonianze orali e registrazioni di anziani ormai passati ad altra vita.
I Nebrodi sono terre di compositori? Cosa mi puoi dire di Giacomo Meyebeer?
Più che compositori, qui ci sono studiosi, ricercatori e cultori delle tradizioni.
Giacomo Meyebeer, famoso compositore tedesco nel 1816, in vari paesi della Sicilia, ha raccolto alcuni brani contenuti in una pubblicazione di Sergio Bonazinga. A Galati Mamertino il Meyerbeer ha raccolto il ballo “U Ruggeri”. Sul “Ruggeri” ne parla anche Leonardo Vigo e Albero A.Favara, descrivendola come una danza dedicata forse al Re Ruggero o forse alla forma del ballo a mò di orologio. Un incipit di questo ballo è ripreso nella “Controdanza” del CD “Serenate, danze e balli dei Nebrodi”.

Una curiosità: si facevano le serenate sotto i balconi delle fanciulle dei paesi dei Nebrodi?
Naturalmente le serenate, come in tutta la Nostra Sicilia, avevano a volte lo scopo di far sapere dell’innamoramento e della volontà di chiedere la mano delle ragazze, ma spesse volte, però, finivano con pioggia di acqua se non di “rinalate” di urine o, addirittura, come dice un canto siciliano: “ ‘nesci so patri cu nu gran marruggiu, tutte le coste mi arrimollò”.
Qual è il tuo rapporto con l’etnomusicologo Mario Sarica?
Con Mario si è consolidato un rapporto di grande collaborazione e stima, partendo proprio dal materiale che come etnomusicologo ha prodotto assieme a Giuliana Fugazzoto, una ricercatrice delle tradizioni popolari siciliane, con i CD “I BallabilI”, “I Miricani”, “I Doli du Signori”, “I Quattro Siciliani”. Questo mi ha consentito di allargare il mondo della ricerca e della riproposizione dei brani contenuti nei CD prodotti da “I Mandolini dei Nebrodi”.
Dove nasce il prezioso canto “Sarvi Regina” di Galati Mamertino?
A Galati Mamertino, cantato, appunto, da anziani cantori durante la “Processione del Venerdì Santo” o nelle varie ricorrenze religiose dedicate alla Madonna.
Un canto polivocale affidato ad una voce solista e all’intreccio di vocalizzi per terze, settime e dissonanze affidate al coro.
Oggi “I Mandolini dei Nebrodi” lo ripropongono in versione strumentale che, a mio giudizio, questa versione si accosta molto alla traccia melodica de “La Vergine degli Angeli” di Verdi o al “Babbino Caro” di Puccini.

Come si vive sui Nebrodi al tempo del Covid 19?
Tanta nostalgia e tanta voglia di ritornare a fare musica e poter riabbracciare gli strumenti musicali per cacciare via “il danno” che purtroppo questo virus ha procurato alle comunità italiane e mondiali. Come gruppo ci siamo cimentati in qualche registrazione in “collegamento remoto”.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I Mandolini dei Nebrodi”accomunati da un’unica voglia di essere “siciliani”, vogliono continuare il lavoro di ricerca e di acquisizione di nuove esperienze per allargare il fronte della conoscenza, della valorizzazione e riproposizione della musica e delle tradizioni popolari siciliane. Non ultima la stretta collaborazione con uno dei più famosi mandolinisti internazionali Carlo Aonzo, grande cultore e ricercatore anche della musica mandolinistica siciliana di Gioviale, Li Causi, Ajello, Reina, Cambria, Musmarra, Falbo, Barbera e tantissimi altri compositori e suonatori di mandolino e banjo, come resta aperto e consolidato il rapporto con il Conservatorio A.Corelli, il Teatro Vittorio Emanuele ed il Museo Cultura e Musica Popolare dei Peloritani.
Le foto di Calogero Emanuele sono di Giovannino Ridolfo- Ficarra