Ribera: Filippo Triolo “Nel 2020 siamo tutti Paolo Rossi e Maradona”

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Se il duemila venti fosse un romanzo o un film probabilmente inizierebbe con la frase “Questa non è una storia per i deboli di cuore…” un po’ come inizia il primo film su Spiderman della trilogia girata da Sam Raimi nei primi anni del duemila, dove Peter Parker rincorre lo scuola-bus essendo in ritardo per andare a scuola. Ecco, forse è in un’immagine di tali sembianze che potremmo riassumere quest’anno funesto: l’essere umano che rincorre una sorta di salvezza che continua a sfuggire, un bus per essere in orario con il tempo della vita. Oppure potremmo servirci di un’altra metafora per descrivere il duemila venti: le persone di Diego Armando Maradona e Paolo (Pablito) Rossi. Come la gran parte dell’opinione pubblica conosce, tanto Maradona quanto Paolo Rossi furono uomini che si fecero da sé, entrambi deceduti recentemente durante questo sfortunato anno.
Maradona proveniva da Villa Fiorito, sobborgo malfamato a sud di Buenos Aires, dove — quinto di otto figli — cominciò a giocare a calcio fin da bambino per semplice divertimento, resistendo ad una vita molto disagiata a causa della carenza d’acqua potabile e di elettricità che inveivano sulla zona. Sono i piccoli spazi in cui è costretto a giocare, fra macchine, passanti e quant’altro, che lo abitua a manovrare la palla in maniera magistrale. A poco più di quindici anni viene assunto dall’Argentina Juniors e la sua prima dichiarazione alle telecamere su che cosa significhi per lui tutto questo sarà “la felicità di poter comprare una casa nuova e migliore ai suoi genitori”. Il suo obiettivo durante la sua carriera — ha asserito lo stesso Maradona — fu sempre quello di comprare una casa per i suoi genitori. Da lì tutta la trafila di alti e bassi, eccessi trionfanti e deprimenti che conosciamo e che lo portarono sul tetto del mondo come calciatore con le maglie di Boca Juniors, Barcellona, Napoli e Argentina e che riuscirono a redimerlo dal suo brutto rapporto con la cocaina e da una vita privata sregolata agli occhi dei giornali.
Paolo Rossi, invece, nato a Prato da una famiglia un po’ più benestante dovette convivere fin da piccolo con un altro tipo di povertà: quella di un fisico rinsecchito e sottopeso. Allora, dopo aver esordito con la squadra del Santa Lucia, esplose nel Vicenza come capocannoniere della serie B, poi la nazionale, poi un brusco tracollo emotivo e sportivo a causa di una ingiusta condanna per calcio scommesse e di una triplice rottura del menisco; due anni dopo il riscatto ai mondiali di Spagna ’82, in cui si conquistò il titolo di capocannoniere quando una nazione intera non credeva più in lui (ad eccezione del ct Bearzot) oltre alla coppa del Mondo, infine gli scudetti e la coppa dei Campioni con la Juventus.
Tuttavia, cosa c’entrano Maradona e Paolo Rossi con quest’anno funesto vi chiederete?
La risposta non consiste semplicemente nel fatto che entrambi sono venuti a mancare di recente. La risposta a questa domanda ha radici più profonde. La pandemia da coronavirus è stata sovente paragonata ad una guerra, ma anche ad un tunnel di cui adesso si intravede la luce. In effetti questa guerra (che i connotati di una guerra nel senso lato del termine ciò nonostante non ha) la stanno combattendo i Paolo Rossi e i Maradona. Questo tunnel verso la luce lo stanno costruendo i Pablito e gli El Pibe de Oro. Per quale ragione? Perché sono le persone come loro che stanno salvando il duemila venti.
Le persone che non hanno mai smesso di sperare e di lottare nel fango. Sono medici, infermieri, forze dell’ordine, imprenditori, maestre, maestri, bambini e alunni che provano a non far affondare questa barca. Sono quelli che un po’ come Paolo Rossi e Maradona hanno dato respiro ad un popolo venendo dal basso, faticando e rialzandosi nonostante le critiche.

Il duemila venti l’hanno salvato tutti coloro su cui nessuno avrebbe mai scommesso una lira. Questo anno lo hanno salvato tutti coloro di cui non si sarebbe mai parlato se non fosse scoppiata questa pandemia e che sono rimasti al loro posto nell’anonimato, nel silenzio beffardo di visiere e mascherine con umiltà. Il duemila venti lo hanno salvato quegli infermieri che spostavano il lettino dei pazienti più anziani alla finestra per consentire a quest’ultimi di vedere, seppure da lontano, il proprio amato o la propria amata. Il duemila venti lo hanno salvato questo genere di persone, gli eroi del “nonostante tutto” come Rossi e Maradona, i quali nonostante circostanze avverse hanno vinto grazie a una personalità che non si arrende al compromesso.
Sono convinto (e sono contento di ciò) che nel nostro Bel Paese non ci sono tanti Achille invincibili, bensì molti Ulisse che non hanno mai demorso tramite l’ingegno perché le forze (sanitarie ed economiche) non le avevano.
Insomma questo duemila venti è l’inno di chi sgobba nell’ombra contro ogni speranza; è l’inno e l’anno degli imperfetti e dei piccoli su cui non piazzereste mai una scommessa in partenza. Chissà se il 2021 non sia la felicità di Pertini al 2-0 di Tardelli e al 3-0 di Altobelli nella finale contro la Germania Ovest dell’11 luglio 1982……..

FILIPPO TRIOLO