Ribera: Ogni Santo ha la sua festa, ma a natri ni nesci lu sensu pi San Giuseppe

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Quando si tratta di Santi, a Ribera, come si suol dire: “Si ferma lu roggiu”: San Giuseppe, San Nicola, San Giovanni Bosco, Sant’Antonino, San Francesco. Ogni Santo ha la sua festa.
Il Santo Patrono della città di Ribera è San Nicola, però a natri ni nesci lu sensu pi San Giuseppe. Se vi chiedo qual è la più alta carica della città cosa rispondete? Il sindaco direte voi. E invece no. È lu guvernaturi di la festa. Diventare Governatore della festa di San Giuseppe è più importante di diventare Sindaco. Per non parlare dei componenti del Comitato. Voi pensate sia semplice farne parte. Invece, c’è un lungo, ma soprattutto duro addestramento alle spalle. Quella coccarda al collo non può metterla chiunque. Prima, infatti, è necessario superare un corso intensivo di 750 ore in “Vendita dei biglietti della festa”. Ma li avete visti come sono agguerriti? Puntualmente, ogni anno, dopo aver sfoggiato le loro persuasive tecniche di vendita mi convincono a comprarne almeno uno.
Ma loro non contenti sono programmati per dire: “Ma chi ha fari cu unu? Pigliatinni deci!”
Ma perché? In base a quale principio?
“Ah, st’annu c’è la crociera!”
Alloraaaaa, va bene.

Il 19 marzo per noi è come se fosse un festivo, segnato in rosso sul calendario. Tutto si ferma.
Ogni anno, alle ore 7 del mattino, il riberese viene svegliato da ciò che possiamo paragonare ad un bombardamento aereo in tempo di guerra: l’Alborata.
Da quel momento in poi gli abitanti della città si prepareranno ognuno a svolgere il proprio ruolo: chi quello di attore protagonista, chi quello di spettatore. Ovvero, chi si spenderà in prima persona per allestire l’altare e preparare i piatti tipici della tradizione e chi, come da tradizione, non spenderà proprio nulla perché trascorrerà mezza giornata a mangiare a sbafo. Due obiettivi contrapposti. L’obiettivo di chi lavora in prima linea è quello di cucinare la minestra più buona, l’obiettivo del visitatore è non farsi fregare sotto gli occhi proprio quella minestra.
L’unica frase che si ripeterà nella mente dell’organizzatore sarà: “Allistemuni a preparare tutti cosi”; a differenza dello spettatore la cui unica frase sarà: “Allistemuni ca tutti cosi si mangiaru”.

Non so se vi ricordate, ma una novità dell’anno scorso è stata l’elenco delle vie in cui si preparava la minestra.
Avete presente quando nelle guide turistiche vi consigliano i posti dove mangiare? Ecco proprio così.
Mi immaginavo il riberese, me compresa ovviamente, che già da un paio di giorni stava studiando attentamente questo elenco: perciò, la pasta cu la muddica me la mangio in piazza Zamenhof, la minestra a San Nicola, poi scendo in via libertà e mi mangio le frittate e visto ca sugnu in zona vado in via trionfo e mi mangio la pignolata.
Ogni quartiere della città è super organizzato. Ma ciò che stupisce è l’operatività della componente maschile. Ci su certi mariti ca un si fidanu mancu fari un cafè, però, se si tratta di San Giuseppe diventano dei tuttofare. Spirito di devozione? No, No, spirito di competizione.
Provate a dire a chiddi di Sant’Antonino ca a San Nicola si mangia meglio. Apriti cielo! Almeno venti giorni prima della ricorrenza si ordinano le verdure: broccoli, fave secche, finocchietto, cipolle e chi più ne ha più ne metta. Quel giorno ognuno svolge il proprio compito alla perfezione.
I minuti passano e si attende solo di udire quelle magiche parole: “Cotta è, scinnemula”.
Da quel momento in poi basterà poco per perdere la dignità.

Se per il filosofo Schopenhauer la vita è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, la festa di San Giuseppe è come un pendolo che oscilla tra una preghiera agli altari e una sgomitata davanti li pignati.
Ma se c’è una cosa che questa ricorrenza riesce a fare è quella di unirci in uno spirito di collaborazione e condivisione che dovrebbe venir fuori un po’ più spesso. Per quest’anno dobbiamo rinunciarci ma l’anno prossimo sarà ancora più emozionante.