Burgio: In carcere perché ritenuto mafioso, gli viene concesso il permesso per il funerale del padre

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Anche la giustizia, le sue leggi e le norme a volte hanno un cuore. Un presunto mafioso, tratto in arresto appena cinque giorni fa perché accusato e ritenuto responsabile, assieme ad altri sei fiancheggiatori, di associazione mafiosa, è tornato martedì mattina nel suo paese natìo per i funerali del padre. Protagonista della vicenda è stato Giuseppe Genova, 51 anni, di Burgio, che ha avuto concesso il permesso dalla Procura della Repubblica di potere tornare a casa a portare l’ultimo saluto al genitore che è spirato nella giornata di lunedì.
Il Genova, dopo la richiesta degli avvocati di fiducia, su volontà dei familiari, a bordo di un blindato della polizia penitenziaria di Palermo, è stato fatto uscire, scortato, dal carcere palermitano di “Pagliarelli” ed è stato accompagnato a Burgio dove ha potuto fare visita al padre, Salvatore, di 89 anni, nell’abitazione di famiglia in via Merlo. A collaborare con le forze dell’ordine, sono stati i carabinieri della locale caserma che, allertati, hanno predisposto un servizio d’ordine e hanno accompagnato l’arrestato sin dentro l’abitazione, in una stradina stretta dell’abitato dove il grosso cellulare non poteva entrare.
Giuseppe Genova non ha partecipato ai funerali del padre perché il permesso dell’autorità giudiziaria ottenuto aveva valenza soltanto per un’ora, dalle 10 alle 11 del mattino, il tempo necessario di vedere il genitore esanime e ripartire subito dopo per il capoluogo siciliano. Non era infatti prevista la sua partecipazione ai funerali che si sono svolti nel pomeriggio. Il movimento delle forze dell’ordine ha destato in paese una certa curiosità, specie nel quartiere di residenza della famiglia Genova.
Giuseppe Genova, ritenuto capo della famiglia mafiosa di Burgio, sposato e padre di una ragazza, è stato tratto in arresto il 1° di aprile scorso nell’ambito dell’indagine antimafia denominata “Eden 5, Triokola”, condotta dai carabinieri del reparto operativo di Agrigento e coordinata dalla Dda di Palermo. Viene chiamato con il nome di Salvatore ed è l’unico, tra i sette arrestati, a non essere originario di Sambuca di Sicilia dove pare fosse amico e collaboratore di Leo Sutera, ritento dagli investigatori il capo della mafia agrigentina.