La salsa di pomodoro fatta in casa: Li facistivu li buttigli?

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La stagione estiva volge al termine e mi sono resa conto di non essermi ancora occupata di un argomento molto caro ai miei concittadini. Nelle ultime settimane ho ricevuto molte telefonate da persone che chiamavano solo per chiedermi: “Ma com’è ca unn’ha fattu un articolo ‘ncapu li buttigli?” (ormai io scrivo solo su commissione, se avete argomenti da proporre contattatemi ore pasti – no perdi tempo).
E in effetti pensandoci bene devo ammettere che la tradizione di fare la “sarsa” per l’inverno è molto sentita. Quindi ho messo da parte l’articolo che avevo già pronto per questa settimana e ho fatto riaffiorare tutti i ricordi legati alla tradizione della mia famiglia. Cercherò di riassumere le fasi salienti della preparazione utilizzando le migliori frasi da copione che si ripetono durante il corso degli anni.
Chiudo gli occhi un istante ed ecco cosa vedo.

1) È stimato che per coprire il nostro fabbisogno familiare per tutto l’inverno, la quantità di pomodoro da lavorare non può essere inferiore a 20 cassette (dieci cassette a famiglia).
2) Lunghe riunioni di famiglia che non hanno nulla da invidiare ai summit del G8, per decidere se iniziare i lavori prima o dopo ferragosto. Per quanto riguarda l’ora di inizio, è preferibile non dare il via alle operazioni durante le ore calde della giornata.
Ore 17:30. Tutti ai posti di combattimento per la prima fase: togliere li pidicudda (scusate ma in questo momento non sono molto sicura di quale sia il termine esatto in italiano).
Ore 17:45. Dopo solo quindici minuti di lavoro mio zio dal balcone chiama Peppe del Bar Tiffany per ordinare le brioches, con Lina che ormai non ha più bisogno di sapere che gusto la vogliamo.
Ore 18:30. Le due nonne iniziano a pronunciarsi sulla qualità del pomodoro, il più delle volte con opinioni contrastanti. Se una dice:”Ma talia chi pumadoru beddu”, l’altra ribatte con:”Sutta su tutti sfatti” (inteso nel fondo della cassetta).
3) Dopo aver tolto i pidicuddi, si passa alla spremitura rigorosamente a mano. Che quando vai a farti la doccia perdi un’ora a scrostarti di dosso l’agriddi incastonati su tutto il corpo (anche dove non batte mai il sole). E magari per fare qualche dispetto un pomodoro lo spremi direttamente in faccia a qualcuno. Ma andiamo avanti.
4) Mio nonno addetto a mettere ‘ncapu lu casdaruni, e a mescolare con la grande paletta di legno. Nel frattempo ci organizziamo per la fase della passatura del pomodoro. Nel corso degli anni ci siamo evoluti, quindi dal passapomodoro a mano abbiamo investito su quello elettrico di ultima generazione. Che il primo commento di mia nonna fu:”Amu fattu malavita, ora a mumentu ni spidugliamu”. Nell’attesa della cottura scandita da ”lu fici lu vudduni” ogni dieci minuti, è quasi ora di cena perciò si passa ad ordinare le tabische.
5) La fase dell’imbottigliamento. La scena è questa: mia madre e mia zia, una di fronte all’altra, sedute sulle cassette (gabbiette suona meglio). Si respira la stessa tensione di due pugili pronti a sfidarsi sul ring. Tappi di sughero contro tappi di ferro. Ai lati le cassette rivestite dai fogli di giornale dove posizionare le bottiglie riempite. Io che passo le bottiglie vuote e che ogni tre minuti mi sento ripetere:”Vidi ca si schizza t’abbrusci”.

E’ notte. Tutto è finito. Le cassette sono coperte dai plaid di lana. Mi guardo intorno e scruto le facce stanche dei miei parenti e cerco di capire chi sarà il primo a dire:”Natr’annu unni vogliu sapiri nenti, m’accattu chidda pronta di lu supermercato”. I soliti disfattisti.