Burgio: Le cinque processioni del Venerdì, tra sacro e profano

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A Burgio il sacro e il profano si intrecciano indissolubilmente nel corso delle manifestazioni religiose e tradizionali del Venerdì Santo e della Pasqua. E’ religiosamente significativa la giornata del Venerdì Santo perché si rincorrono ben cinque processioni nel corso della giornata. Dopo la meditazione delle ultime sette parole di Gesù sulla croce prima di morire, ecco che parte la prima processione di un piccolo simulacro del Cristo Morto posto in una piccola urna detta “littichedda” portata lungo il percorso processionale dai fratelli che sono i componenti delle varie confraternite.
Segue, subito dopo, la seconda processione religiosa con la “littichedda di li Parrini” ossia il fercolo del Cristo Morto accompagnato dai preti locali, secondo una tradizione che si tramanda ormai da secoli.
A mezzogiorno si svolge la terza processione quella principale con l’urna del Cristo portata a spalla dai fedeli con la tradizionale “annacata” che vuole simboleggiare il dolore umano del Cristo Morto. Significativa dal punto di vista religioso è la presenza di devoti scalzi, che seguono i fercoli a piedi nudi, per l’adempimento di un voto.
La processione si conclude davanti al calvario, ai piedi del castello saraceno, in un ambiente che sa di tristezza e di commozione. Nel primo pomeriggio la statua della Madonna Addolorata viene accompagnata dai fedeli e dalla banda musicale davanti alla croce dove c’è Gesù Crocifisso.
La processione più suggestiva è quella della sera che, accompagnata da fioche luci, segue la deposizione di Gesù, il canto devoto “Occhi Mirate” da parte di Giuseppe Nicodemo, che da personaggi biblici esprimono il cordoglio popolare e partecipano alla discesa dei fedeli verso la chiesa madre, tra viuzze e strade acciottolate. L’aspetto tradizionale è dato dall’ordine voluto dagli “Nsignera”, dai fratelli che precedono la processione con ceri accesi detti “paramiti”, dai canti funebri dei lamentatori locali che, accompagnati dalla banda musicale, esprimono tristezza, dagli abiti dei bambini vestiti da angioletti, con corone variopinte di stoffa sul capo e dai fratini muniti di battole e “troccole” che risuonano al posto delle campane mute delle chiese.
Alla fine ha luogo la “carcucciuliata” ossia la degustazione a sera tardi in una tavola imbandita di carciofi bolliti, sarde fritte, patate, uova sode, pane a vino, cibi semplici che richiamano le vecchie tradizioni sicule quando venivano allestiti banchetti al termine delle cerimonie funebri.