La felicità è la possibilità di poter sognare, in ricordo di don Peppe Diana

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Ieri una ragazza mi ha chiesto “Che cos’è la felicità?”, io le ho risposto: “La felicità è la possibilità di poter sognare. È la libertà di potersi rinchiudere nei propri pensieri quando si vuole. L’uomo senza i sogni, morirebbe all’istante.” don Peppe Diana, che sognava una nuova primavera di speranza per la sua terra, che aveva scelto di stare tra gli ultimi contro l’abuso, lo sfruttamento, l’illegalità, il 19 marzo del 1994, alle 7.20 del mattino a Casal di Principe veniva ucciso, proprio a pochi giorni dall’inizio della primavera.
Per amore del mio popolo non tacerò, era la lettera che aveva scritto pochi anni prima alla sua comunità parrocchiale, era preoccupato per la situazione di violenza portata dai “Casalesi”, era stato lasciato solo da tutti e da da tutto, dalla sua chiesa e dallo stato, ma lui non si è arreso, ha continuato a lottare perché se hai il cuore puro e ami la giustizia non puoi tacere semplicemente, perché difendere la tua famiglia il tuo negozio, egli è esempio per chi ha denunciato ed è stato lasciato solo dallo stato, è di esempio per chi ancora crede che la lotta alla mafia è indispensabile nel nostro Paese.
Le sue parole sorde richiamano le coscienze di quei politici che ancora oggi sono collusi con la camorra e con la mafia. “Dio ci chiama ad essere profeti. Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno”, ha scritto nel ’91. Oggi tutta la Campania si fermerà per ricordarlo. Per amore non ha avuto paura di parlare e di andare incontro alla morte, ha contrastato con il suo esempio, i preti che benedicevano e accettavano i soldi dai camorristi, la sua unica colpa è quella di essere un sognatore e questa è la stessa colpa, di cui si sono macchiati Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, don Pino Puglisi, è la colpa di quegli uomini che sono morti in piedi. E di questa stessa colpa ci dobbiamo macchiare anche noi, nella nostra terra di Sicilia, nella nostra Ribera che quasi settimanalmente vede bruciata una macchina, questi gesti che dimostrano ancora oggi arretratezza culturale, paura di lottare, voglia di un futuro diverso. Bisogna rinunciare alla paura, la più grave delle giustificazioni presentata da chi non vuole assumersi la responsabilità del proprio colpevole silenzio di fronte all’ingiustizia, al crimine, alla violenza, all’assassinio.