Il matrimonio riberese – Parte II

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A parte i mesi di nervosismo dei diretti interessati, il matrimonio riberese impegna molto anche gli invitati.

Per quanto riguarda il vestiario, per gli uomini la strada è tutta in discesa dato che basta cambiare la camicia e la cravatta per poter rimettere un vestito già indossato. Per una donna le cose si complicano, perché non si tratta solo del vestito ma anche delle scarpe, accessori, acconciatura, trucco, ceretta, manicure, pedicure, e se la parentela è stretta facciamo rientrare anche la pulizia del viso e dei denti. Fra tutto, però, vitale è che le scarpe siano eleganti e comode. Due aggettivi che secondo me, quando si parla di scarpe, non possono coesistere. Come fa ad essere comodo un tacco 12? Ma io dall’alto delle mie scarpe da ginnastica non sono nelle condizioni di giudicare. Comunque, non sono l’unica a portare un paio di scarpe di riserva ai matrimoni. Perché se durante il tragitto dalla chiesa alla sala (minimo un’ora e mezza) hai avuto la brillante idea di far riposare i piedi togliendo le scarpe, sappi che quest’ultime, pagate 150 euro pur consapevole di indossarle solo in quell’occasione, non ti entreranno più. Nel caso vi venisse in mente di ballare scalze prima assicuratevi che il collant abbia retto (di solito è l’alluce che ci frega).
Il cambio di scarpa, però, è strategico anche in previsione del lancio del bouquet. Perché all’inizio cerchiamo di mostrare indifferenza alla conquista dell’ambìto mazzo, ma alla fine volano gomitate. Quando sei lì nel mucchio non importa che tu non abbia nemmeno un fidanzato, ti basta per mantenere viva la speranza.

Abbastanza faticoso è attendere che gli sposi arrivino in sala. Gli invitati iniziano ad avvertire un leggero languorino, fino a quando all’orizzonte vengono avvistati i camerieri che iniziano a servire l’aperitivo. Si griderà al miracolo per lo scatto felino della bisnonna che dopo la frattura del femore non era ancora riabilitata al 100%. Immancabile il commento dell’invitato che si è appena fatto rubare da sotto il naso l’ultima porzione di cous cous: “Pari ca unn’hannu vistu mà”. Ma non disperiamo perché tanto il cous cous con la forchetta, in piedi, e il bicchiere di prosecco nell’altra mano, non siamo in grado di mangiarlo.

Al prossimo matrimonio vi esorto a fare attenzione alla faccia del padre della sposa nel momento in cui lo sposo infila la testa sotto l’abito per togliere la giarrettiera. Anche il più amabile padre si può trasformare in un serial killer.

PS. Su che fine facciano i centrotavola dedicheremo al più presto una sezione speciale con tutte le tecniche per non dare nell’occhio.